Al via la “campagna acquisti” degli Svitati. Ma per i grandi rossi italiani il tappo a vite è ancora un tabù

14 Apr 2024, 06:44 | a cura di
Il gruppo si allarga: “Non saremo più un club: puntiamo alla liberalizzazione dei disciplinari e apriamo ai nuovi ingressi”. Tra questi anche Planeta, Andrea Felici e il Consorzio dei Colli Tortonesi. Ma i grandi produttori toscani non ci stanno

Dopo essersi assicurati il primo Barolo col tappo a vite, il gruppo degli Svitati lancia una vera campagna adesioni. Convinti dei pregi della chiusura con lo Stelvin, i cinque fondatori – Silvio Jermann, Graziano Prà, Walter Massa, Franz Haas Jr e Mario Pojer – ora hanno l’obiettivo di allargare di parecchio la platea dei “militanti”. «Il nostro finora è stato un club, ma abbiamo in programma di aprire alle adesioni di nuovi membri accanto ai fondatori» spiega Walter Massa. L’ingresso del barolista Sergio Germano è stato, quindi, solo un primo passo in questa direzione. «A Vinitaly - annuncia Massa - con Sergio Germano, ospiteremo Andrea Felici che rappresenta il mondo del Verdicchio e Alessio Planeta che porta dentro la Sicilia, un brand storico e, cosa che non guasta, dei numeri importanti anche in termini di produzione. Proprio per questo motivo prevediamo pure l’adesione di due cantine sociali, quella di Tortona e una molto importante dall’Alto Adige».

Azione di lobbying per modificare i disciplinari

 

Ma gli Svitati vogliono anche dare solidità allo spirito di ricerca e di innovazione. Spiega Massa: «Abbiamo pensato di stabilire la nostra sede presso Alma, la scuola di cucina sita nella Reggia di Colorno, in provincia di Parma. Perché una scuola di cucina? Vogliamo creare un’alleanza con gli operatori professionali che ruotano intorno al vino: chi meglio dei ristoratori e dei cuochi? Viceversa, se avessimo scelto un’associazione di sommelier avremmo scontentato tutte le altre».
Resta un ultimo passo: l’attività di lobbying nei confronti delle istituzioni. «Non vogliamo limitarci alla dimensione culturale, ma pressare il ministero e i consorzi affinché vi sia una piena liberalizzazione nella scelta delle chiusure delle bottiglie di vino», avvisa Massa. Al momento, infatti, molti disciplinari non consentono di usare altri tappi al di fuori di quelli di sughero. E se molti consorzi (soprattutto bianchisti), mostrano una certa apertura, a fare le barricate sono i consorzi storici che tutelano i vini rossi di pregio come l’Amarone, il Brunello e il Chianti Classico. A tal proposito,  a Vinitaly (martedì 15 aprile alle 13), il Gambero Rosso proporrà nel proprio stand una degustazione alla cieca di 12 vini: stesso vino e annata assaggiati nelle chiusure in sughero e a vite per un confronto a tutto tondo.

I precursori del tappo a vite

Accoglienza totale per lo Stelvin si registra da parte del Consorzio dei Colli Tortonesi. Non soltanto perché Walter Massa, tra gli Svitati più autorevoli, viene da qui. C’è pure un interesse diretto. Come dimostra infatti uno studio congiunto delle Università di Torino e di Geisenheim, presentato sabato scorso a Derthona Due.Zero, l’anteprima dei Colli Tortonesi, il composto aromatico TDN, quello che conferisce la nota caratteristica di cherosene presente nel Timorasso (come nel Riesling), si esalta meglio quando la bottiglia è chiusa con tappo a vite.
Restando nei distretti ‘bianchisti’, va segnalato che il Consorzio del Lugana ha introdotto il tappo a vite nel disciplinare di produzione già nel 2011. Dice Fabio Zenato, presidente del consorzio: «Il tappo a vite conserva al meglio il potenziale qualitativo. Specie nei vini giovani, da consumare entro i tre anni dalla vendemmia. Questa chiusura assicura l'integrità dei vini, diretta conseguenza delle attente scelte operate in vigneto e in cantina, senza rischiare di vedere vanificato tutto il lavoro da deviazioni aromatiche, o alterazioni del sapore, dovute alle chiusure in sughero. Il nostro territorio crede in questa tipologia di chiusura sempre più: nel prossimo futuro saremo pronti a introdurre il tappo a vite anche per il Lugana Riserva».
Pure le Marche bianchiste dicono sì. “Le nostre denominazioni - in tutto 16 - hanno aperto al tappo a vite. Anche i rossi come il Rosso Conero e la Lacrima di Morro d’Alba. Siamo stati tra i primi 15 anni fa, forse perfino troppo presto: in Italia c’è ancora resistenza e alcuni clienti non lo associano alla qualità”. A parlare è Michele Bernetti, presidente dell’Imt, l’Istituto Marchigiano Tutela Vini. Che esprime però qualche dubbio: «Il tappo a vite ha dei concorrenti nel Diam e nei tappi tecnici. Lo Stelvin ha un’ottima funzionalità e garantisce longevità, però può provocare riduzione. Inoltre, è vero che conserva bene, ma forse pure troppo! Insomma, ci sono delle perplessità: l’uso va verificato nel tempo».

La Campania dice sì

Ci spostiamo in Campania, una realtà che prepara novità interessanti. «Stiamo affrontando proprio in questi giorni la modifica dei disciplinari”, racconta Libero Rillo, presidente del Sannio Consorzio Tutela Vini, «e abbiamo deciso di inserire la possibilità di utilizzo del tappo a vite anche nell’Aglianico del Taburno Docg per la tipologia Rosato e Rosso, mentre sulla Falanghina e su altre denominazioni era già previsto». Sul fronte del mercato, «il Nord Europa chiede il tappo a vite, alcuni monopoli addirittura in via esclusiva. Sarebbe dunque poco lungimirante non dare la possibilità alle cantine di mettersi al pari con altri territori», conclude.
Gli fa eco Ciro Giordano, presidente del Consorzio Tutela Vini del Vesuvio: «Il Vesuvio Dop ha inserito la possibilità di utilizzare per i propri vini il tappo a vite Stelvin plus adeguando il disciplinare nel 2017. Una scelta effettuata pensando alle nuove frontiere, alla sostenibilità ambientale, all’utilizzo di certi materiali, ma anche all’ipotesi di una chiusura capace di preservare la vulcanicità dei nostri vini. Alla base c’è stata una riflessione sull’evoluzione e la volontà di avvicinare le nostre aziende ai mercati più dinamici».

Dall’Etna a Montefalco segnali di apertura

Apertura anche in Sicilia dal Consorzio dell’Etna, ma il tappo di sughero resiste nella prassi. «Nel 2021 abbiamo modificato il disciplinare liberalizzando le chiusure. Solo per l’Etna Bianco Superiore e l’Etna Rosso Riserva resta l’obbligo di usare il tappo di sughero», spiega Maurizio Lunetta, direttore del consorzio. Tuttavia, «il tappo a vite non è ancora utilizzato, né ci sono iniziative in tal senso. Solo un interesse da parte di alcune aziende dovuto alla richiesta degli importatori all’estero».

Paolo Bartoloni, neoeletto presidente del Consorzio Tutela Vini Montefalco, racconta: «Il nostro consorzio apportò già anni fa una modifica al disciplinare della Doc Montefalco, per le tipologie rosso, bianco e grechetto, inserendo la possibilità di uso del tappo a vite. Siamo stati dei precursori: oggi sono diverse le cantine del nostro territorio che si presentano sui mercati internazionali col tappo a vite, riscuotendo il favore dei consumatori. Ben venga quindi la possibilità di ampliarne l’utilizzo». Resta il fatto però che per il Montefalco Sagrantino Docg, il rosso identitario dell’Umbria, il disciplinare ammette ancora soltanto il tappo di sughero. Una linea che trova conferme nei disciplinari delle grandi denominazioni rossiste, legate a vini di grande prestigio internazionale.

No dell’Amarone, apertura per Valpolicella

Tra i custodi della tradizione del sughero c’è il Consorzio Valpolicella. Il presidente Christian Marchesini ricorda: «Abbiamo dibattuto del tappo a vite già tre anni fa. Oggi tutte le menzioni del Valpolicella possono adottarlo. Viceversa, Ripasso e Amarone restano con la chiusura classica, addirittura il monopezzo, come nel Brunello. Del resto, nessuna azienda ci ha mai chiesto di passare al tappo a vite, né tantomeno esiste un filone organizzato. E i consumatori in Italia non lo chiedono: i vini di prestigio sono ancora associati al sughero».
Marchesini non chiude completamente la porta: «Nulla è fermo, siamo disponibili a cambi del disciplinare in futuro. Il tappo a vite sul Valpolicella mi piace molto, sarei favorevole a un ampliamento. Non metto limiti, ma il mondo agricolo è molto lento: forse oggi è il momento di innescare un cambiamento che per i giovani è naturale».

Il Brunello resta sul sughero monopezzo

tappi sughero

Porte ermeticamente chiuse, invece, nelle più celebri denominazioni toscane. «Il consiglio del consorzio affrontò il tema della chiusura nel 2014 e la conclusione fu di puntare sul tappo di sughero monopezzo», racconta Fabrizio Bindocci, presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino. Viceversa, continua, «per il Rosso di Montalcino sono ammesse tutte le chiusure meno il tappo a corona. Ma il Brunello resisterà. Il tappo di sughero monopezzo 100% sughero è una volontà dei soci: a nessuno di noi è venuto in mente l’idea di riportare in auge il tappo Stelvin. Nessuno ha fatto obiezioni: ai produttori sta bene così”.
Ma c’è anche un tema culturale, come sottolinea Bindocci: «Sia i produttori che i consumatori sono ancora molto legati alla ritualità dei gesti della stappatura. In Italia, poi, il tappo a vite è ancora associato ai vini di minore qualità».

La chiusura del Chianti Classico

Sulla stessa lunghezza d’onda è Carlotta Gori, direttrice del Consorzio del Chianti Classico: «Nei nostri confronti informali abbiamo talvolta ragionato delle chiusure alternative, ma il tappo a vite mai. Siamo fermi, ma non siamo retroguardia: anche altri consorzi sono allineati», spiega. Poi aggiunge: «Dietro un vino di qualità c’è un vissuto storico-culturale: il sughero raccoglie questa identità in cui la ritualità dei gesti non è secondaria”. Peraltro, aggiunge Gori «il sughero è un prodotto naturale e non è fuori dai canoni della sostenibilità». Nemmeno la prova dei mercati, spinge il Chianti Classico verso la novità. «Non abbiamo indicazioni dai mercati europei, c’è sensibilità sul rispetto dell’ambiente ma ciò non si traduce nella richiesta di chiusure alternative. La metà delle nostre bottiglie viene venduta in America, ma oltreoceano non arrivano richieste di rinunciare al sughero. Insomma, non c’è motivo di cambiare».

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