L’appoggio australiano all’indagine avviata dagli Usa sull’origine della pandemia potrebbe scatenare la ritorsione del Paese del Dragone. Nella lista nera, ci sarebbe anche il vino che fino ad ora ha goduto di dazio zero. Cosa cambierebbe per gli scambi vitivinicoli mondiali?
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Per il vino europeo e italiano la tensione crescente tra Australia e Cina potrebbe rimescolare la classifica delle importazioni nel Paese asiatico dove l’enologia aussie è il primo fornitore. Attenzione, però: le ritorsioni commerciali sono un gioco pericoloso per tutti. L’Italia, infatti, ricorderà ancora bene quanto è costata l’indagine cinese anti-dumping verso il vino Ue, avviata dalla Cina nel 2013, come ritorsione per il dazio europei sui prodotti fotovoltaici cinesi.

Ma torniamo ad oggi e alla nuova minaccia che incombe sul vino australiano.

Bottiglie di vino su uno scaffale

La minaccia dei dazi

È bastato che l’Australia appoggiasse la richiesta di un’indagine sull’origine e sulla gestione della pandemia di Covid 19 che subito è scattata la rappresaglia cinese con il divieto di importazione di carne australiana e poi con un’impennata dei dazi (+ dell’80%) sull’orzo australiano come “ritorsioni politicamente motivate” secondo le definizioni degli analisti. Il quotidiano inglese The Guardian riporta che Il Global Time, un’agenzia di stampa statale cinese, ha accusato l’Australia di seguire le orme dei falchi americani, spingendo per un’indagine sulle origini del coronavirus. C’è anche chi ha definito l’Australia un “canguro gigante che funge da cane degli Stati Uniti”.

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Insomma, la polemica sta salendo senza sosta e adesso la minaccia si sta ampliando ad altri generi alimentari, compreso il vino e i formaggi. Infatti, la Cina è la principale destinazione australiana sia per il vino sia per i prodotti lattiero-caseari.

Bloomberg riporta che alcuni “funzionari cinesi (che hanno chiesto di non essere identificati perché le proposte non sono ancora pubbliche; ndr) hanno stilato un elenco di potenziali prodotti che potrebbero essere soggetti a controlli di qualità più rigorosi, a tariffe o ritardi doganali. I media statali, inoltre, potrebbero anche incoraggiare il boicottaggio dei consumatori, anche se non è stata presa una decisione finale sulle misure da adottare”.

In realtà l’elenco di prodotti o settori da colpire, che comprende anche il turismo e l’istruzione, con dazi, balzelli e limitazioni, è lunghissimo. D’altra parte, si ricordi che l’ambasciatore di Pechino in Australia, il mese scorso, ha suggerito ai turisti e agli studenti cinesi di recarsi altrove.

Il rischio e i timori dell’Australia

Per l’Australia che sta scivolando verso la sua prima recessione in quasi 30 anni, non è una questione di poco conto. Infatti, la Cina è il suo principale partner commerciale. Le sole esportazioni di prodotti agricoli ammontano nel 2018-19 a 16 miliardi di dollari australiani (9,6 mld di euro).

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In un report pubblicato dalla piattaforma di East Asia Forum, James Laurenceson, direttore dell’Australia – China Relations Institute presso la University of Technology di Sydney, ha spiegato che “Nonostante tutta l’attenzione che ricevono casi di possibili punizioni economiche cinesi contro l’Australia e nonostante le gravi tensioni politiche dal 2017, il commercio bilaterale attualmente ammonta a 235 miliardi di dollari, un livello record. Questo è oltre 2,5 volte maggiore del commercio australiano con il Giappone, al secondo posto. Le imprese australiane non ignorano il rischio; si impegnano con la Cina perché non esiste un mercato comparabile. Qualsiasi opportunità in Cina che le aziende australiane sono state costrette a lasciare sarebbe rapidamente colta da concorrenti internazionali”.

Amy Burch, proprietaria di Burch Family Wines, che include la famosa azienda vinicola Howard Park a Margaret River, avverte che la minaccia di colpire il vino potrebbe annullare anni di duro lavoro. “Possiamo solo sperare che il consumatore cinese continuerà a sostenere i vini australiani. Altrimenti tutto il lavoro svolto negli anni in Cina, potrebbe andare sprecato”, ha dichiarato a Vino Joy News, mentre Treasury Wine Estates, gruppo di cui fa parte il quotato marchio Penfolds e il più grande esportatore australiano di vino in Cina, ha già visto, lo scorso 20 maggio, le sue azioni in Borsa scendere dell’1,7%.

Un calice di vino rosso versato dalla bottiglia

L’Australia ha superato la Francia per esportazioni di vino in Cina

Complessivamente l’Australia esporta vino in 25 diversi mercati asiatici ma le cinque principali destinazioni sono: Cina continentale, Singapore, Hong Kong, Giappone e Malesia che rappresentano il 93% del valore totale. Sebbene le importazioni totali di vino in Cina siano gradualmente diminuite dalla metà del 2018, le esportazioni australiane sono aumentate di 145 milioni di dollari (+14%) e la quota del valore delle importazioni è cresciuta dal 27% al 37% in quel periodo, portando l’Australia a essere il primo Paese di origine a valore con 1,2 miliardi di dollari australiani (sopra i 700 milioni di euro). Il tutto a spese della Francia. I cugini d’Oltralpe, infatti, hanno adesso una quota inferiore al 30%. Il Cile è, invece, il numero uno in volume ma il terzo in valore con una quota del 14%. Più della metà delle esportazioni cilene verso la Cina sono di vino sfuso, rispetto al 15% delle esportazioni australiane. L’Italia occupa la quarta posizione. Una posizione mediana, con una leggera decrescita, su cui bisogna investire molto e soprattutto avere una strategia di lungo periodo. Tenendo ben presente che oggi il prezzo medio del vino italiano in Cina è pari a 3,73 euro, quello australiano a 5 euro (fonte Wine Monitor).

Di recente, però, il Coronavirus ha colpito anche l’Australia. Gli ultimi dati, per il trimestre conclusosi a marzo 2020, mostrano che le esportazioni di vino australiane verso la Cina sono diminuite del 14% rispetto al trimestre di marzo 2019. In particolare, per il solo mese di marzo il calo è stato del 43% rispetto all’anno precedente (fonte: Wine Australia). Ma questa è un’altra storia.

I motivi del successo del vino australiano in Cina

Il successo del vino australiano nel mercato cinese è sicuramente favorito dalla geografia, essendo il suo mercato di prossimità più importante. Un po’ come per l’Italia può essere la Germania. Ciò comporta che ci siano dei presidi diretti, anche negozi fisici che mancano invece al Belpaese, oltre a una vicinanza anche culturale. Ma c’è anche un fattore ancora più importante: l’accordo di libero scambio tra i due Paesi, firmato nel 2015, che ha azzerato le tariffe per i vini australiani in Cina, regalando loro un importante vantaggio competitivo rispetto agli altri vini importati dalla Francia, dall’Italia o dalla Spagna. Si consideri che i vini europei, al momento, sono soggetti a un dazio del 14%.

Pertanto, se la notizia sui dazi fosse effettivamente confermata, ciò significherebbe una caduta nelle relazioni tra i due Paesi e un duro colpo alle esportazioni di vino australiano verso il suo mercato più redditizio, la Cina. Al contrario per l’Italia, potrebbe essere un importante vantaggio.

Un’opportunità per l’Italia?

Secondo Marta Tibaldi, psicologa junghiana, la parola “crisi” in cinese e in italiano (derivato dal latino), non indica affatto un’opportunità come si è soliti citare, bensì fa riferimento a una situazione in cambiamento, il cui esito positivo non è affatto scontato e che richiede, per questo motivo, la massima, attenzione. Per il vino italiano, che sul mercato cinese non ha mai raccolto successi pari al suo peso vinicolo nel mondo, il momento potrebbe essere favorevole ma dipende dalle scelte che faremo e da come impiegheremo i fondi a disposizione per aggredire quel mercato. A partire da una proposta digitale articolata e all’altezza. In un mondo del vino cinese governato, tanto più dopo la pandemia, da grandi ecosistemi di servizi e di shopping digitale quali Alibaba, Byte dance (TikTok), Sina Weibo, Ctrip, WeChat (Tencent) e altri ancora, il sistema Italia deve avere una propria strategia vincente anche in questo campo. I vini vincenti, li abbiamo già.

 

Le 5 destinazioni top per il vino australiano (in dollari Usa)

Cina (inclusi Hong Kong and Macao) 1,28 miliardi (+12%)
Usa 419 milioni (-1%)
Regno Unito 352 milioni (-9%)
Canada 183 milioni (-13%)
Singapore 105 milioni (+18%)

a cura di Andrea Gabbrielli

Articolo uscito sul numero di Tre Bicchieri del 28 maggio

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