Panino Giusto è la prima impresa italiana della ristorazione a diventare B Corp. Ma cosa significa?

6 Feb 2020, 17:45 | a cura di Livia Montagnoli
Fondato a Milano nel 1979, il gruppo che ha portato nel mondo l’idea del panino italiano di qualità è diventato recentemente una società familiare, con l’acquisizione di Antonio Civita ed Elena Riva. Che hanno scelto di ottenere la certificazione B Corp, impegnandosi a guidare un’azienda etica, sostenibile e trasparente. Ecco perché può diventare un modello per la ristorazione italiana.
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Panino Giusto. L’Italia in un panino

Panino Giusto, oggi, a Milano, lo conoscono tutti. Perché facilmente, girando in città, capita di incappare in una delle sedi di quello che è diventato un gruppo solido nell'ambito della ristorazione veloce made in Italy. Ma la storia dell'insegna inizia nel 1979, quando investire su un approccio al tempo stesso informale e di qualità - alternativo alla pausa pranzo tradizionale di allora – rappresentò una scommessa vincente per imporsi, da subito e negli anni a venire, nel mercato dell'offerta gastronomica meneghina. E con la città, assecondando le esigenze di un pubblico sempre più incline a muoversi veloce, Panino Giusto è cresciuto, intercettando quell'evoluzione qualitativa del panino necessaria per restare a galla tra molteplici competitor emersi nel frattempo, e con l'idea di conquistare nuovi mercati. Dal 2010 il piano di sviluppo si è concretizzato sotto la guida di Antonio Civita, che ha di recente acquisito la proprietà del marchio, puntando all’espansione internazionale del gruppo. Così Panino Giusto, ferma restando la cospicua presenza a Milano, attualmente è presente con le proprie filiali anche a Roma, Parigi, Tokyo, Hong Kong, oltre alla recente inaugurazione del primo locale a Ginevra, in Svizzera, in collaborazione con l’imprenditore Harold Hunziker. E l’attività commerciale è supportata da tempo (al 2017 risale il Manifesto fondativo) dall’Accademia del Panino, fondata con l’idea di fare ricerca e sviluppare -  con il contributo di altri interlocutori qualificati -  un progetto di formazione e divulgazione gastronomica, incentrato proprio sul panino italiano e sulla sua valorizzazione, che porta con sé anche la promozione dei buoni prodotti made in Italy e del saper fare artigiano (a partire dal pane). Su un terreno di confronto accessibile a tutti.

Una ciabattina ripiena di Panino Giusto, su tagliere in legno

Panino Giusto diventa impresa familiare e cresce all’estero

Il 2020 del brand è iniziato all’insegna di una nuova partnership con Autogrill, che in questi mesi porterà all’apertura di un nuovo punto vendita strategico all’interno dell’aeroporto di Malpensa (mentre a Linate, Orio al Serio e in Stazione Centrale a Milano l’insegna è già presente). Il nuovo primato, però, riguarda anche un cambio di Statuto che è figlio dell’acquisizione del gruppo di cui sopra, da parte di Antonio Civita e di sua moglie Elena Riva: “Abbiamo valutato l’opzione di collaborare con partner finanziari o industriali” spiega Civita ricostruendo il percorso degli ultimi mesi “convenendo però che la strada migliore per il nostro progetto fosse investirvi personalmente”.

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Panino Giusto e la certificazione B Corp

Così, una volta liquidati i soci di minoranza, Panino Giusto è diventato una Società Benefit, diventando al contempo la prima B Corporation della ristorazione italiana. Ma cosa significa, esattamente? La certificazione B Corp è un riconoscimento rilasciato alle aziende dall’ente internazionale no profit B Lab; per ottenerla, le aziende devo raggiungere un determinato punteggio in base alle proprie performance ambientali e sociali. Di fatto, ricevere il marchio significa impegnarsi a fare impresa in modo responsabile, etico e a basso impatto ambientale. In Italia sono un centinaio la realtà che possono vantare la certificazione, guidate dal principio di generare profitto per sé creando però valore aggiunto sul territorio, in termini di impatto positivo sulle persone e l’ambiente. E Panino Giusto entra in squadra con l’obiettivo “di rendere il mondo più giusto attraverso un panino”. Può sembrare una dichiarazione d’intenti retorica, ma il raggiungimento del punteggio minimo per ottenere la certificazione passa attraverso controlli rigidi che devono essere confermati periodicamente.

Le buone pratiche della ristorazione. Una strada possibile

E la necessità di impostare il lavoro sulla trasparenza e sul mantenimento di alti standard di performance sociale e ambientale porterà, sul lungo periodo, a incidere concretamente sul contesto in cui l’azienda opera, a partire dalle relazioni con fornitori a stakeholder, chiamati anche loro a operare scelte etiche e sostenibili se vogliono mantenere rapporti con Panino Giusto. Per contro, certe rigidità del sistema di certificazione, applicate al mondo della ristorazione, rischiano di ostacolare questa propensione alla sostenibilità. Basti pensare che, al momento, utilizzare bottiglie di vetro per il delivery è una pratica penalizzata dell’ente certificatore (in tutti i locali del gruppo, invece, già si utilizza solo vetro, con vuoto a rendere). Con tutto ciò che ne consegue in termini di spreco di plastica. Ma la volontà di diventare anche Società Benefit implicherà l’obbligo di pubblicare report periodici sulle performance ambientali e sociali dell’azienda, facilmente consultabili da tutti. E la speranza è quella di tracciare una via che altre imprese della ristorazione italiana potranno seguire con l’idea di considerare il business come un’opportunità per creare una società più giusta e inclusiva. Nel caso di Panino Giusto, raggiungere (e superare) il punteggio minimo di 80 è stato più “semplice” grazie a una serie di buone pratiche già avviate da tempo in azienda: la lotta allo spreco, la formazione di soggetti svantaggiati con particolare attenzione ai giovani migranti, l’ampio spazio occupato dalle donne in ruoli apicali dell’azienda. Nel prossimo futuro, invece, l’obiettivo è quello di implementare servizi utili per chi lavora in azienda, ma anche per il cliente. Con l’installazione di defibrillatori in tutti i locali, per esempio; o la stesura di un codice di condotta per i fornitori. E in questa direzione sarà implementata anche la politica di acquisti locali (nel raggio di 80 km) e monitorato il consumo delle acque.

 

a cura di Livia Montagnoli

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