Capannoni industriali dismessi, case cantoniere, ma anche edifici di valore storico abbandonati. Sono gli spazi coinvolti nel progetto Ri-Genera, che nasce in Veneto, ma punta a diffondersi su scala nazionale. L’idea di Enea passa dall’idroponica e dalle colture fuori suolo.
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L’agricoltura rigenera edifici urbani abbandonati

Il merito del progetto Ri-Genera è duplice. L’obiettivo principale, lo dice il nome, è rigenerare spazi urbani abbandonati, capannoni dismessi, magazzini in disuso, edifici non più utilizzati come case cantoniere e vecchie caserme. E per restituirgli nuova vita Enea punta sull’innovazione agricola, dando impulso, al contempo, all’idroponica e alle serre verticali. Non una novità, considerando la versatilità delle colture fuori suolo, che permettono di ottimizzare le risorse e si adattano a essere replicate in spazi insospettabili (a Londra, da tempo, succede nelle gallerie della metropolitana abbandonate). Ma colpisce la volontà di mettere a sistema l’idea, sul territorio veneto, e in collaborazione con Coldiretti Padova, Parco Scientifico e Tecnologico Galileo e Advance.

Coltivazione verticale in idroponica

Ri-Genera. Il progetto di Enea: le serre Arkeofarm

Con loro, Enea vara il progetto, che popolerà gli edifici ritenuti idonei – “siano essi privi di particolari qualità, anche completamente ciechi, ma anche storici o sottoposti a vincoli architettonici, perché il sistema permette di lasciare inalterato l’involucro entro cui viene inserito”, spiega la responsabile Gabriella Funaro – con serre Arkeofarm, progettate dall’Idromeccanica Lucchini. Ma come funziona l’impianto? Nella serra lo spazio è sfruttato in verticale, in ambienti chiusi e climatizzati, gestita attraverso un sistema di automazione all’avanguardia, per gestire tutte le operazioni, dalla semina alla raccolta, al confezionamento. Le coltivazioni sono realizzate in scaffalature sovrapposte eliminando anche i rischi del clima e delle malattie che affliggono l’agricoltura outdoor. L’utilizzo delle luci a led, invece, accelera la fotosintesi consentendo alle piante una rapida crescita con qualità organolettiche e nutritive ottimali. Il risultato? Verdure e micrortaggi prodotti con dispendio minimo di acqua (mentre aumenta la resa) e senza utilizzo di pesticidi.

Missione: riqualificare il tessuto urbano

Ma oltre a favorire la una produzione agricola a basso impatto ambientale, Ri-Genera prova a sfruttare le potenzialità del patrimonio edilizio italiano, in buona parte costituito oggi da edifici dismessi. E infatti l’intenzione è quella di muoversi sul territorio veneto per perfezionare il progetto pilota, con l’idea di replicarlo presto altrove, in ambito nazionale: la riconversione degli edifici a fattoria verticali porterebbe non solo al recupero di strutture talvolta preziose per la storia della città, ma ne farebbe anche nuovi poli di riferimento per rigenerare intere aree urbane. Non a caso, i primi interlocutori sono state le istituzioni e le aziende private del Nord Italia, ma il progetto potrà procedere solo grazie all’attività di divulgazione dei vantaggi della coltivazione idroponica e del vertical farming presso produttori e consumatori (se volete farvi un’idea sulle qualità dell’idroponica, noi le abbiamo descritte qui). Il Veneto, a questo proposito, si è rivelata la regione ideale da cui partire, grazie alla presenza di un polo universitario di eccellenza nella ricerca agronomica e ingegneristica, e alla consolidata tradizione agricola del territorio. Da tempo – il primo prototipo risale a Expo2015 – Enea impegna le sue risorse nella progettazione di sistemi di coltivazione indoor e fuori suolo. Ora è arrivato il momento di mettere a frutto le competenze maturate. Ma la startup, considerati gli elevati costi di investimento e gestione, potrà mettersi in moto solo grazie al contributo di Advance, spin off dell’Università di Padova, chiamato a selezionare i tipi di coltura individuando quelli con più alto grado di stabilità e redditività, migliorare i processi produttivi e formare gli operatori che seguiranno il progetto.

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a cura di Livia Montagnoli