Il nuovo Decreto di Ottobre potrebbe contenere delle misure restrittive riguardanti bar, ristoranti e pizzerie. Anche poche ore di chiusura anticipata però potrebbero rappresentare un colpo di grazia
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Obbligare ristoranti, pizzerie e bar a orari a star chiusi dalle 23 o anche prima è sbagliato. Cerchiamo di capire perché tornando dopo mesi a riparlare di DPCM.

I contagi relativi al Covid stanno salendo. Inizia il secondo inverno (ci auguriamo l’ultimo) della pandemia e non sarà affatto facile. Paesi vicinissimi a noi sotto ogni punto di vista (sociale, economico, geografico) sono già sotto scacco da settimane. E onestamente non c’è purtroppo alcun credibile motivo capace di convincerci che il nostro destino possa essere così differente da quello di Spagna e Francia dove i morti sono tornati nell’ordine delle centinaia al giorno e dove le sale di Intensive Care degli ospedali si stanno riempiendo giorno dopo giorno.

Nessuna volontà insomma da parte nostra di minimizzare lo scenario e piena consapevolezza che i prossimi mesi potrebbero essere di nuovo durissimi dopo una estate più tranquilla.

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Tuttavia ad oggi la situazione in Italia necessita di una allerta ma non ancora di un allarme. Ad Aprile in Lombardia c’erano quasi 1500 persone incapaci di respirare da sole nelle terapie intensive degli ospedali, oggi ce ne sono 40 con una gestione per ora eccellente delle cure e del seguimento dei singoli casi.

La pandemia cresce. Necessarie misure

Bisogna attendere che le cose si aggravino per intervenire? Assolutamente no! Ed è infatti positivo che il Governo voglia seguire la Regione Lazio che da queste ore obbliga l’utilizzo di mascherina anche all’aperto. Parrà eccessivo ma con l’arrivo dei primi freddi, l’accensione degli impianti di riscaldamento da metà ottobre e l’aumento consequenziale dell’inquinamento atmosferico nelle città e in Pianura Padana i rischi di contrarre il virus anche all’aperto potrebbero presumibilmente incrementarsi.

Ristoranti chiusi dalle 23 o dalle 22?

Ma se questa misura è da accogliere favorevolmente, altre voci che trapelano dai corridoi dove si sta scrivendo il nuovo DPCM che regolerà le prossime settimane sono inaccettabili. Ci riferiamo in particolare all’ipotesi di chiudere bar, ristoranti e pizzerie alle 23 o addirittura alle 22.

Sarebbe un’inutile punizione per un settore che in questi mesi ha fatto di tutto per offrire a cittadini e turisti un ritorno alla normalità in piena sicurezza, con un livello di impegno e di organizzazione encomiabile. Non esistono ad oggi notizie di particolari focolai nei ristoranti in Italia nonostante i tavolini siano stati tutti belli pieni da giugno ad oggi.

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Differenza tra ristoranti e movida

Forse non è chiaro al team che con il Capo del Governo sta scrivendo le nuove norme, che limitare l’apertura serale dei ristoranti significa condannarli alla chiusura, una sorta di lockdown camuffato. E non perché trattorie o pizzerie vogliano necessariamente tirare le ore piccole, ma piuttosto perché quella seppur minoritaria quota di clientela che andrebbe persa (chi preferisce mangiare tardi ad esempio, o chi non riesce a trovare posto in ristoranti impossibilitati dal gestire il doppio turno) è la quota di ossigeno decisiva alla sopravvivenza in questa fase. Inoltre la misura avrebbe un impatto psicologico, posizionando indubbiamente il comparto della ristorazione tra i responsabili diretti della seconda ondata del contagio. Per poi tacere dei cocktail bar, una eccellenza italiana assoluta spesso superficialmente accomunata al malinteso concetto di ‘movida’: per chiudere pochi bar che non riescono a far rispettare le regole, si penalizzerebbero i tanti locali di eccellenza che seguono le misure con scrupolo da mesi.

Mutilare l’orario dei ristoranti lasciandoli aperti significa seviziarne l’operatività senza neppure gli ipotetici “vantaggi” (sia letto tra cento virgolette) di una chiusura d’ufficio in termini di fiscalità, affitti o costi del personale: significa tenere fermi tutti i costi, ma diminuire pericolosamente gli incassi.

Non si potrà più fare il doppio turno?

Molti ristoranti – con i coperti a disposizione giustamente falcidiati dalle norme di distanziamento – si sono infatti organizzati nell’offrire i due turni serali che così verrebbero meno. Inoltre le poche ore di apertura serale superstiti rischierebbero paradossalmente di generare un maggiore affollamento di clienti che a quel punto non potrebbero diluirsi nell’arco della serata. E poi ci sono le questioni più tecniche: “Se la norma passa per come è anticipata” ci spiega la chef Cristina Bowerman del ristorante Glass di Roma “io sarò costretta dopo lunghi sacrifici per trovare personale a mettere persone in cassa integrazione. E allora cosa succede alla norma che mi solleva per 4 mesi dagli F24 subordinata al riassorbimento di tutti i dipendenti che ero riuscita a fare? Perdo anche quella agevolazione che ad oggi è l’unica vera misura di rilancio?“.

DPCM sui ristoranti. Una scelta sbagliata

Insomma, auguriamoci che i rumors di queste ore rimangano tali e che il Governo non si metta a perturbare inutilmente interi settori produttivi attualmente in bilico tra la vita e la scomparsa. Se poi i dati obbligheranno oggettivamente ad una reale chiusura, tutti si faranno carico degli indispensabili sacrifici: i sacrifici sono una cosa però, subire torture un’altra. L’invito, piuttosto, è nelle prossime settimane di aumentare in maniera radicale i controlli mirati verso quegli esercizi (sono minoranza, ma ci sono) che non prestano la dovuta attenzione al distanziamento, agli assembramenti esterni e in generale alle norme decise alla riapertura, costume che potrebbe peggiorare col vernir meno della possibilità di accomodare gli ospiti nei dehors.
a cura di Massimiliano Tonelli