In collaborazione con regione Marche
A unire Macerata e il suo entroterra non è solo la geografia, ma una comune identità fatta di bellezza diffusa e di piccole comunità che custodiscono un patrimonio fatto di arte, storia, natura e gastronomia. Percorrendo un itinerario che parte dalla città capoluogo e si snoda attraverso i borghi circostanti si scopre una terra di equilibrio: tra collina e montagna, tra antiche mura e paesaggi intatti, tra grande musica e sapori rustici. Qui ogni elemento racconta un frammento della stessa storia: quella di una terra discreta, che non cerca clamore per affascinare, ma che sa offrire a chi la visita un’esperienza piena e autentica. Scoprire Macerata, tra una serata all’Opera e un assaggio di vincisgrassi

Vincisgrassi
Macerata è prima di tutto un vivace polo universitario che ruota attorno ad un ateneo, fondato nel lontano 1290 e tra i più antichi d’Europa. Ma Macerata è anche una città che custodisce un patrimonio artistico e culturale che attraversa i secoli e spazia dalle architetture rinascimentali alle espressioni più contemporanee. Il cuore della città conserva capolavori come il settecentesco Palazzo Buonaccorsi, oggi sede dei Musei Civici e di un originale Museo della Carrozza. Non lontano si trovano il Palazzo Comunale, con la sua facciata neoclassica dominata dall’immagine della Madonna della Misericordia, e la Loggia dei Mercanti, raffinato gioiello rinascimentale commissionato dal Cardinal Farnese.

Ma il vero simbolo culturale della città è lo Sferisterio, un’imponente arena neoclassica costruita nel 1829, celebre per l’acustica perfetta e per essere il palcoscenico del Macerata Opera Festival: l’edizione 2025 di questa kermesse – che andrà in scena dal 18 luglio al 10 agosto – segnerà un debutto storico per la città, per la prima volta infatti lo Sferisterio ospiterà La Vedova Allegra di Franz Lehár, insieme ad altre due pietre miliari di Verdi, come Rigoletto e Macbeth.
E una perfetta serata all’opera non può che concludersi con un assaggio del piatto simbolo dell’entroterra marchigiano, soprattutto della provincia di Macerata: i vincisgrassi, specialità antesignana della lasagna, riconosciuta come STG (Specialità Tradizionale Garantita). Composto da strati di pasta all’uovo conditi con un ragù di carni miste e frattaglie, besciamella e formaggio, questo piatto risale al XVIII secolo e, secondo la leggenda, deve il suo nome a quello (storpiato) di un generale austriaco, il principe Windisch-Graetz, che rimase folgorato dal sapore di questa specialità assaporata durante una campagna nelle Marche.
Lasciata Macerata per addentrarsi verso l’entroterra, il paesaggio cambia ritmo: le curve si fanno più dolci e le colline punteggiate da filari di vigneti e da vecchi casali in pietra. Percorsi poco più di 30 km lungo la vecchia strada statale, si giunge a Serrapetrona, minuscolo scrigno medievale arroccato sulle colline che guardano i monti Sibillini e indissolubilmente legato a una delle bollicine più particolari d’Italia: la Vernaccia di Serrapetrona DOCG. Questo vino rappresenta un unicum nel panorama enologico nazionale. È infatti l’unico vino rosso spumante italiano a Denominazione di Origine Controllata e Garantita, riconosciuto come DOCG nel 2004, ma con radici molto più antiche.

La vernaccia nera, il vitigno autoctono da cui nasce, era infatti già nota nel Medioevo e il vino che ne derivava era allora considerato un prodotto di pregio, da riservare a nobili e vescovi. Unica è anche la tecnica produttiva della Vernaccia, che prevede tre fermentazioni distinte: la prima durante la vendemmia, la seconda dopo l’appassimento naturale di una parte delle uve, la terza in autoclave, per la presa di spuma. Ne deriva un vino, prodotto in meno di 100.000 bottiglie l’anno, profondo, speziato, elegante, con una struttura da rosso e l’anima da spumante.

E il viaggio alla scoperta dei tesori enologici marchigiani non può che proseguire a Muccia, area di produzione del Varnelli, celebre amaro secco all’anice. Prodotto dalla storica Distilleria Varnelli, fondata nel 1868 dall’erborista Girolamo Varnelli, questo liquore – divenuto il classico digestivo marchigiano – è il risultato di una ricetta segreta che unisce piante officinali e tradizione liquoristica. Con il suo gusto secco, deciso e persistente, l’anice Varnelli si distingue per una lavorazione interamente artigianale, ancora oggi condotta a mano, e per l’inconfondibile etichetta su cui campeggia il motto ideato dal figlio del fondatore: “A farmi preferir basta un assaggio”.
Riprendendo il viaggio verso sud-est e percorrendo strade secondarie che si snodano tra boschi, crinali e piccoli borghi, si accede al cuore dell’alto Maceratese. Qui si trovano alcuni borghi tra i più belli d’Italia come Sarnano, gioiello medievale perfettamente conservato: il suo centro storico si avvolge a spirale attorno alla Piazza Alta, dominata dalla Torre civica e dalla chiesa di Santa Maria Assunta.

Il borgo è legato alle vicende di San Francesco e dei suoi seguaci, ma è noto anche per le terme: già apprezzate nel XIX secolo, si distinguono per le acque oligominerali particolarmente pure ed
efficaci nella cura di alcune patologie. Proseguendo per pochi chilometri si raggiunge un altro scrigno dell’entroterra, noto anche come il “balcone dei Sibillini”. Si tratta di San Ginesio, un borgo fortificato del XIV secolo che conserva ancora la possente cinta muraria con torrioni, feritoie e camminamenti di ronda. Nonostante le ferite del sisma del 2016, il paese custodisce importanti monumenti, come il Teatro Leopardi, la chiesa di San Francesco dell’XI secolo e i giardini di Colle Ascarano, dove si trova un belvedere che regala una vista mozzafiato, che abbraccia, con un solo sguardo, il mar Adriatico, il Gran Sasso e i Monti della Laga.

Ed è proprio in questi borghi così legati alla terra e alla tradizione che si può gustare una delle specialità più identitarie della gastronomia marchigiana: il ciauscolo. Frutto della sapienza contadina, dove nulla andava sprecato e tutto doveva nutrire, il ciauscolo era storicamente il salame “di passaggio”, da consumare nei primi giorni dopo la macellazione.
La ricetta, riconosciuta oggi dal marchio IGP (dal 2009), è tanto semplice quanto rigorosa: carni di spalla e pancetta finemente macinate, condite con aglio, vino bianco, pepe e sale. Il salume viene poi leggermente affumicato e lasciato stagionare per almeno 15 giorni, ma la vera particolarità del ciauscolo è la consistenza spalmabile: si scioglie sul pane come burro, liberando profumi intensi di carne, aglio ed erbe di montagna.
Lasciato San Ginesio alle spalle, l’itinerario piega verso nord-ovest, disegnando un ideale anello che lentamente risale verso Macerata. Lungo questa direttrice, affacciato sulla valle del Fiastra, sorge Loro Piceno, borgo di origine medievale che conserva intatta la sua identità: le mura, il castello, i vicoli acciottolati e le chiese che narrano secoli di storia. Ma Loro Piceno è soprattutto la patria del vin cotto. Ottenuto dalla lenta bollitura del mosto d’uva in grandi caldaie di rame, il vin cotto era un tempo il vino delle feste e ancora oggi si produce secondo un metodo artigianale, invecchiato in botti di rovere e conservato in piccole cantine scavate nel tufo.

Infine, si fa ritorno verso Macerata per concludere il viaggio in un’oasi di quiete e bellezza: la Riserva Naturale Abbadia di Fiastra, uno dei più importanti esempi di paesaggio agrario storico delle Marche, rimasto quasi intatto nel tempo. Qui, tra boschi, sentieri e i resti dell’antica Abbazia cistercense di Chiaravalle di Fiastra, risalente al XII secolo, termina un itinerario che restituisce il senso di equilibrio e di benessere che caratterizza, da sempre, il modo di vivere marchigiano.
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