Può risultare difficile parlare di sostenibilità nella pesca, ma Gianfranco Pascucci ci ha illuminato a riguardo, scagionando anche in parte il pesce d'allevamento.
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“Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”. Questo proverbio cinese conosciutissimo contiene la possibile chiave di lettura di una questione di grande attualità per il nostro pianeta. Oggi, se parliamo di pesca, non possiamo non pensare a Seaspiracy, il documentario che, nel bene o nel male, ha fatto parlare di sé, puntando i riflettori su una realtà poco conosciuta al grande pubblico. Da qui la domanda: esiste davvero una pesca sostenibile? Il regista del documentario, Ali Tabrizi, mette gli spettatori di fronte ai problemi che la pesca irresponsabile sta creando alla natura, con immagini forti e di impatto emotivo: un ecosistema perfetto rischia di essere compromesso in modo irreversibile dall’intervento invasivo dell’uomo. Ma sappiamo tutti che la realtà è più complessa di quanto si possa narrare in un’ora e mezza di documentario.

Scegliere di non mangiare pesce è la via giusta?

Per fare chiarezza su questo argomento, abbiamo intervistato un professionista che conosce il mare molto bene, uno chef che si impegna a favore di un’informazione corretta per i consumatori, che sta dalla parte del mare ed è ambasciatore del WWF. Parliamo di Gianfranco Pascucci, protagonista nel nuovo programma di Gambero Rosso HD (canale 132 e 412 di Sky) Pascucci: la cucina di casa.

La parola più inflazionata di questo periodo è “sostenibilità”, ma cosa è per lei la sostenibilità?

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Può risultare difficile parlare di sostenibilità nella pesca, ma è invece facile parlare di quello che possiamo fare nel nostro piccolo. Sostenibilità vuol dire piccoli artigiani, famiglie che vivono di mare e che lo hanno a cuore come fosse la loro casa.

Cosa si può fare in merito?

Ci sono tre vie percorribili che possiamo scegliere di seguire. Potremmo seguire la natura, potremmo puntare su profitti ampi che si discostano dalla sostenibilità oppure seguire la natura cercando il profitto. Dobbiamo immaginare la sostenibilità come qualcosa che guarda avanti, più a lungo della nostra vita, puntando a far stare bene non solo noi stessi ma anche e soprattutto i nostri figli. Mi rendo conto che esistono tante tipologie di pesca, ma solo chi davvero ritiene il mare una risorsa preziosa e lo tratta con il dovuto rispetto si sta tutelando, cercando di avere un impatto sempre minore.

Può farci un esempio concreto?

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I pescatori di Fiumicino, per esempio, hanno chiesto di cambiare il fermo pesca perché non lo ritenevano adeguato, spostando il blocco della pesca a settembre ritenendolo meno incisivo di quello proposto per giugno: hanno fatto una scelta consapevole perché hanno capito che se non c’è pesce non c’è più lavoro.

Ci sono altri tipi di pesca sostenibile tanto quanto le piccole realtà?

Certo, ad esempio a Orbetello i pescatori pescano le orate che entrano spontaneamente nella laguna, e non manca mai il pesce: hanno trovato una sorta di simbiosi con la natura. In linea di massima il rispetto delle quantità e della stagionalità sono ottimi compromessi per fare in modo che non si rimanga mai senza pesce.

Quindi la sostenibilità dipende soprattutto da stagionalità e quantità.

Il ragionamento economico dei pescatori di Orbetello si è tarato su quello che la natura consente loro di fare. Questa pesca viene fatta con coscienza, ha a che fare con il modo in cui percepiscono quell’ambiente come quello in cui vivono, e ne diventano allo stesso tempo imprenditori. Al contrario le grosse navi non sono di nessuno, pescano tutto il pescabile, non hanno un territorio di riferimento e cercano solo un tipo di pesce, non hanno il minimo interesse nell’istaurare una simbiosi necessaria con la natura.

Ci può raccontare il progetto dell’Oasi del Lago di Burano?

Oltre a questi esiste un altro tipo di pesca che abbiamo creato con il WWF nell’Oasi del Lago di Burano, un lago salmastro dove vengono pescati muggini che altrimenti rovinerebbero l’ecosistema. Mi sono prodigato per questo progetto, il pesce viene pescato nel periodo di necessità per riequilibrare la fauna.

Il muggine non nutre di una buona fama…

È vero ma noi ci siamo impegnati a dargli l’importanza che merita creando un marchio, facendo in modo che il suo prezzo sia giusto e che equivalga alla sua bontà. Il caso del muggine ci fa capire che si può far diventare la natura un’economia importante.

E che ne pensa del pesce d’allevamento?

Una delle strade percorribili è quella dell’allevamento, che però vive una situazione di incongruenza. Infatti, se compro un pollo sono sicuro che sia allevato, stesso discorso vale per la carne di vacca. Ma se parliamo di pesce l’allevamento, il consumatore storce il naso.

Non dovrebbe essere così?

Anche in questo caso bisogna fare dei distinguo. La differenza sta nel modo di allevare.

Come riconoscere un pesce allevato “bene”?

Se non si ha un pescivendolo di fiducia, il consiglio è di vedere il prezzo. Solitamente un allevamento che lavora bene produce un pesce che costa di più rispetto a quello proveniente da un allevamento intensivo. La differenza di prezzo è chiaramente dovuta a una diversa qualità del prodotto e motivata dalla sostenibilità delle tecniche di allevamento.

Ammettiamo quindi che il pesce d’allevamento sia una scelta di qualità: come confutare l’inquinamento che potenzialmente produce?

Partiamo dal fatto che l’allevamento del pesce è fonte d’inquinamento, come sono fonte di inquinamento tante altre cose che facciamo o come è fonte d’inquinamento un allevamento di polli. Ma dal momento che è certo che ci sarà sempre meno pesce nel mare, se noi miglioriamo la qualità del pesce allevato e la sua sostenibilità, potremo iniziare a sfruttare meno il mare.

Se dovesse consigliare ai consumatori come muoversi nell’acquisto del pesce, quale sarebbe la prima cosa da fare?

Partiamo dal fatto che è l’acquirente che sposta il mercato: lui ha in mano il potere di decidere cosa comprare. La sostenibilità, quindi, deve partire da tutti noi consumatori.

In concreto?

Prediligere i piccoli produttori e cercare di capire che l’allevamento sia un qualcosa che non per forza produce un pesce di cattiva qualità, tutto dipende dal produttore e dalle tecniche di allevamento. Poi quando andate a comprare il pesce, andateci con la mente aperta e modulate il menu a seconda di quello che offre il mercato, scevri dalle mode del momento. Infine, ma questo è un consiglio estendibile a tutti i prodotti, pagate il prezzo giusto.

a cura di Francesco Garbo