La scoperta arriva da un sito archeologico israeliano e approfondisce le nostre conoscenze sulle abitudini alimentari degli uomini del Paleolitico, anticipando di migliaia di anni l'invenzione delle “scatolette” per conservare il cibo. Un sistema affascinante che attraversa tutta la storia, dai contenitori in osso alle latte imbarcate sulle navi per il Polo Nord.
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Cibo in scatola dal Paleolitico. La scoperta

Con un po’ di fantasia si è parlato di cibo in scatola risalente a 400mila anni fa. Una boutade motivata da una scoperta che in effetti ha dello straordinario. I risultati della ricerca pubblicata sulla rivista Science Advance sono relativi ai ritrovamenti che gli archeologi hanno portato alla luce durante la campagna di scavi nella grotta di Qesem, in Israele (appena 12 chilometri a est di Tel Aviv), circoscrivendo un’attività umana risalente al Paleolitico inferiore, che ci racconta molto da vicino le abitudini alimentari dei nostri antenati, da una prospettiva inedita. Scardinando di fatto una credenza alla quale gli studiosi, in mancanza di prove contrarie, si sono sempre attenuti: abituati a cacciare in gruppo per procacciare il cibo per la comunità, gli uomini preistorici consumavano subito dopo la caccia il bottino ottenuto, per evitare che si deteriorasse. Questo è quello che gli esperti hanno ipotizzato fino a qualche settimana fa, prima che i paleontologi Ruth Blasco e Ran Barkai, dell’Università di Tel Aviv, rivelassero al mondo la scoperta legata all’analisi dei fossili di daino rinvenuti nella grotta di Qesem. Tracce chimiche ed esperimenti condotti a posteriori sulle ossa di daino per ricostruire in laboratorio antiche tecniche di conservazione dimostrerebbero infatti che nel Paleolitico ossa e pelli degli animali cacciati erano comunemente utilizzati per conservare cibo.

La grotta di Qesem, sito archeologico del Paleolitico

Conservare il cibo. Una sfida per l’uomo

Midollo osseo, nello specifico, alimento fondamentale nella dieta dell’uomo preistorico, che si conservava per settimane all’interno di “scatolette” forgiate a partire proprio da ossa e pelli, nell’ottica di ottimizzare ogni parte dell’animale cacciato, e conservare il surplus alimentare per tempi di magra, quando le grosse prede come gli elefanti iniziavano a scarseggiare. La scoperta dell’università di Tel Aviv è tanto più importante perché anticipa di centinaia di migliaia di anni la nostra conoscenza di un qualsivoglia metodo di conservazione del cibo da parte dell’uomo. Al 2018, risale, infatti, la scoperta perfezionata dall’archeologa italiana Lara Maritan presso il sito archeologico preistorico di Al Khiday, in Sudan, in riferimento a un orizzonte temporale decisamente più tardo: 10mila anni fa, nel periodo Mesolitico, le comunità dell’area del Nilo, allora in procinto di diventare stanziali, usavano conservare il pesce pescato nel fiume sotto sale, come dimostrerebbero le abbondanti tracce di cristalli di sale rinvenute su vasi di ceramica e lische fossili del periodo oggetto di studio. Di fatto una salatura ante litteram, che continuerà a essere per molti secoli (e ancora oggi) una delle più comuni tecniche di conservazione del cibo, ma che, inquadrata nelle abitudini delle popolazioni preistoriche, assume una rilevanza diversa, perché avrebbe favorito il passaggio dal nomadismo alla vita stanziale.

I disegni delle prime latte per conservare cibo di Nicolas Appert

L’invenzione moderna del cibo in scatola

È evidente, però, che la più recente scoperta israeliana apre ulteriori scenari, anticipando di migliaia di anni l’intuizione che l’uomo tramanderà nei secoli a seguire: conservare il cibo è una priorità, e per farlo è necessario ridurne l’umidità o isolarlo dall’aria. Perché i primi cibi in scatola facciano la propria comparsa sugli scaffali di un negozio, bisognerà aspettare il 1830: l’invenzione si fa risalire al francese Nicolas Appert, aspirante cuoco nato alla metà del Settecento, con il pallino per la conservazione del cibo. È lui a perfezionare la conservazione sotto vetro (la cosiddetta “appertizzazione” di cibo in bottiglia, bollito a bagnomaria), e poi in scatole di latta; anche se l’espediente sarà brevettato dagli inglesi Donkin e Hall, che nei primi decenni dell’Ottocento iniziano a produrre contenitori in latta adatti all’uso in una fabbrica di Bermondsey. La funzionalità delle prime scatolette, contenenti minestre di verdure e carne di manzo, è sperimentata durante le spedizioni al Polo Nord delle flotte inglesi, poi l’invenzione invade il mercato e non passerà mai di moda. Oggi, poter curiosare in una “dispensa” del Paleolitico e scoprire una prima forma rudimentale di scatoletta per conservare il cibo è un bel viaggio nel tempo.

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a cura di Livia Montagnoli