Le chiamano spesso aree depresse, zone marginali. Maurizio Carucci, però, ne racconta l'allegria, e la voglia di fare di chi le abita. Conosciuto ai più come leader degli Ex-Otago, Maurizio è un contadino. Il suo progetto di vita si chiama Cascina Barbàn, collettivo contadino della Val Borbera. Che ora ispira un documentario sull'Appennino Pop.
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Maurizio Carucci. Il contadino cantautore

Camminatore, contadino, cantautore. Nell’ordine dato. Maurizio Carucci si descrive così, sebbene molti lo conoscano più semplicemente come frontman degli Ex-Otago, band genovese che ha raggiunto il successo negli ultimi anni. Il primo approccio, però, non fa che confermare le premesse. È una giornata di pioggia in Val Borbera, il telefono non prende: “Qui da noi, quando il tempo gira così, parlare è difficile”. La linea cade di continuo, la conversazione si interrompe più volte. Lui allora, che quelle campagne le conosce bene ed è abituato a darsi da fare, si sposta nella valle, di paese in paese, in cerca di quel segnale telefonico che si fa desiderare. Si direbbe una persona tenace, che ha voglia di raccontarsi, per raccontare quello che lo circonda. Una qualità considerevole, per un cantautore. Ma a parlare, dall’altra parte del telefono, c’è prima di tutto il contadino che ha scoperto la sua passione per la terra molti anni fa: “A 20 anni già avevo capito che la città non era il posto per me. Sono sempre stato un camminatore, ho scoperto la montagna girovagando in lungo e in largo per le Prealpi Marittime. Nel frattempo ho fatto il manovale, girato diverse realtà agricole per imparare e capire come si sta in campagna”.

Uno dei ruderi di Cascina Barbàn

Poi, nel 2011, Maurizio ha trovato casa nell’Alta Val Borbera: con Martina Panarese, la sua compagna, ha dato vita al progetto Cascina Barbàn, nel cuore della valle alessandrina incastonata tra Piemonte, Liguria, Lombardia ed Emilia Romagna. A guidarli nella riscoperta di quel luogo fermo in un tempo che fu, intrappolato tra le mura di una borgata settecentesca di cui hanno avviato il recupero, la voglia di produrre cibo (e vino) di qualità, in maniera naturale, incidendo positivamente sul territorio e sulla comunità locale: “Con grande fatica, e risorse economiche limitate, facendo leva sull’energia del collettivo”. Quasi dieci anni dopo, Cascina Barbàn si è evoluta, un pezzetto per volta, e il merito è proprio di quel collettivo che ha unito le forze: “Insieme a me, e a Martina, ci sono Pietro e Maria Luz, genitori di Matilde e Pablo; e poi anche asini, cavalli, gatti, oche, cani, galline...”. Dunque Barbàn, oggi, è il progetto contadino di due famiglie che vogliono guardare oltre, al motto di vino, cibo e comunità.

I vini di Cascina Barbàn: 4 bottiglie su un baule

Il vino di Cascina Barbàn

Condividendo cioè i valori in cui credono, con altri che possano goderne e farsi a propria volta voce del cambiamento: “Per questo mi piace pensare al nostro, che è un progetto di vita, come a un esperimento in divenire. Le difficoltà non mancano, oggi per avviare un progetto agricolo da zero o sei ricco o sai rimboccarti le maniche. Lo ammetto, il successo nella musica, arrivato quasi inaspettato, ci sta aiutando. I primi anni sono stati duri, la produzione agricola, da sola, ci porta non più di 10mila euro all’anno. Ma in parallelo abbiamo sviluppato il progetto vinicolo, recuperando vitigni autoctoni e alloctoni di grande complessità aromatica, agronomica, fenotipica e culturale (in collaborazione con il CNR, ndr). Proprio in queste settimane esce la prima annata di Cascina Barbàn; è una produzione limitata, neanche 3mila bottiglie, già ben piazzate nel circuito di enoteche e realtà che apprezzano il nostro modo di lavorare, il carattere dei nostri vini. Un tassello importante nel nostro percorso di crescita”. Non a caso, da pochi giorni, Cascina Barbàn ha un’anima in più, la cantina ripristinata nelle storiche cantine di Figino: “Un’altra porzione di borgata restituita al territorio. Ora ci restano gli ultimi due ruderi da ristrutturare, ci piacerebbe farne una foresteria per chi viene a trovarci, a visitare l’azienda”.

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Una ciotola di fagiolana d Figino sgranata

Il cibo di Cascina Barbàn

Intanto procede anche l’attività orticola, con particolare attenzione alle varietà locali e alle colture storiche della Val Borbera: “Amiamo raccontare l’esistente a partire dall’identità del territorio e dal recupero di varietà sconosciute che ci piacciono per il loro carattere”. Vecchie varietà di questa porzione di Appennino, come la mela Carla, dimensioni contenute, polpa bianca e sapore dolce, molto diffusa ancora alla fine degli anni Sessanta; o la Fagiolana bianca di Figino, legume antico, simile al fagiolo di Spagna, buccia color avorio, sempre presente sulla tavola contadina. E poi le varietà di frumento tenero: Gentil Rosso, Terminillo, la selezione del professor Ceccarelli in collaborazione con la Rete Semi Rurali (nella valle ha da poco riaperto un vecchio mulino ad acqua, che presto tornerà a macinare grani locali, ndr). La vendita, al momento, è una nota dolente: “Abbiamo provato per qualche anno con le cassette, distribuite a Genova. Ma l’impegno non era sostenibile. Ora procediamo per vendita diretta in azienda, ma stiamo riorganizzando le visite: vorremmo aprire al pubblico una volta al mese”.

Maurizio Carucci durante le riprese di Appennino Pop
Foto di Elisa Brivio

Alla scoperta dell’Appennino Pop. Il documentario

Intorno, la Val Borbera si muove, pur timidamente: “Uno dei nostri obiettivi è favorire il ripopolamento di queste terre, riflettere sul valore di aree diventate marginali, che invece sono un’opportunità, un foglio bianco da valorizzare senza commettere gli errori fatti altrove, dove le monocolture non hanno favorito uno sviluppo realmente sostenibile”. Anche per questo, da un paio d’anni a questa parte, Maurizio si è fatto promotore del progetto Appennino Pop, un documentario che vuole restituire una visione d’insieme dell’Appennino – “cos’era, cos’è diventato, cosa vorremmo che diventasse” – partendo proprio dalla Val Borbera, dove qualcuno sostiene che l’Appennino inizi. Non un semplice racconto a più voci: “L’obiettivo è uscire dal puro e semplice orizzonte dello storytelling, per quanto lodevole possa essere. A quello ha già pensato Paolo Rumiz, facendo molto bene. Appennino Pop, invece, raccoglie una serie di ragionamenti sulle aree cosiddette depresse d’Italia, che a me piace chiamare aree allegre, perché la verità è che hanno molto da dire, e da offrire. Dunque partendo da qui, offriamo il nostro contributo, sperando sia utile e replicabile. E io già vedo il cambiamento: la Val Borbera ha voglia di farsi scoprire. Così l’Appennino, che sul piano storico, economico e sociale potrebbe indicare la via di un ritorno alle cose reali, alle buone pratiche, all’impegno concreto per migliorare il proprio futuro”.

Una giostra mobile nell'Appennino della Val Borbera

Le aree “allegre” dell’Appennino

L’appellativo Pop, dunque, non è casuale: l’intenzione del documentario, che sarà presentato all’inizio del 2020 e il prossimo 16 novembre sarà raccontato sul palco di TedX Rimini (mentre fino al 31 dicembre 2019 è aperto il crowdfunding su Produzioni dal Basso per finanziare la distribuzione e la comunicazione del progetto), è quello di accorciare le distanze tra il mondo contadino reale e l’idea un po’ romanzata che va per la maggiore. Con Maurizio, partecipano al viaggio il regista Cosimo Bruzzese, Elisa Brivio nel ruolo di co-autrice, Eugenio Soliani.

Appunti, salame sul tagliere e Maurizio Carucci durante le riprese

C’è la voglia di suggerire una visione programmatica, senza rinunciare alla leggerezza, coinvolgendo gente comune, ricercatori, cuochi, contadini, antropologi, passando tra rifugi, osterie, cascine, bar e borgate della valle. In cerca di idee per ripartire con slancio, al passo di un camminatore aperto alle ricchezze (e agli imprevisti) che può offrirgli il viaggio. Per ragionare insieme di turismo, tutela del territorio, incentivi all’economia locale, imprenditoria della terra. Anche questo, come la festa di Boscadrà ospitata ogni estate alla Cascina Barbàn, significa fare cultura contadina. Tutto può coesistere nel grande contenitore del Pop: la musica, il viaggiare lento, l’escursionismo e l’agricoltura sostenibile, le feste d’estate e un pomeriggio d’autunno in cui imperversa il temporale, il buon vino e la cucina tradizionale, la fotografia, il teatro. Eccole qui, le aree allegre d’Italia.

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www.cascinabarban.com

www.appenninopop.it

 

a cura di Livia Montagnoli