Un’inchiesta condotta dalla Procura di Napoli smaschera la pesca illecita e il mercato di contrabbando di datteri di mare, che avrebbe danneggiato in modo irreversibile i Faraglioni di Capri. Ma in Italia tante tradizioni gastronomiche antiche indugiano nel consumo di prodotti proibiti.
Pubblicità

I datteri di mare e i Faraglioni di Capri. L’inchiesta

Quanti e quali sono i cibi che in Italia consumiamo in barba ai divieti? La sponda per rispolverare l’elenco dei prodotti proibiti che continuano a figurare sulle tavole italiane – complici nella maggior parte dei casi radicate tradizioni regionali – arriva da un fatto di cronaca giudiziaria. Sono 19 le misure cautelari impartite dalla Procura di Napoli con l’accusa di disastro ambientale, danneggiamento e ricettazione, al termine di una complessa operazione che ha sgominato un’attività illecita di raccolta di datteri di mare lungo le scogliere campane del Golfo di Napoli e Capri, concertata da due gruppi criminali che operavano con metodi organizzati e professionali, coinvolgendo a vario titolo un centinaio di persone. L’inchiesta, condotta dal PM Giulio Vanacore, ha accertato, grazie al contributo del professor Giovanni Fulvio Russo e di Marco Sacchi del Cnr, che a causa del prelievo di datteri il 48% delle pareti dei Faraglioni di Capri è compromesso. Le indagini si sono protratte per più di tre anni e l’intervento giudiziario si concretizza grazie alle modifiche della normativa ambientale avvenute nel 2017, perché il prelievo di datteri di mare pregiudica gravemente l’ambiente e la biodiversità: recuperare i datteri, infatti, significa distruggere il loro habitat, con picconi, martelli pneumatici o, nel peggiore dei casi, con esplosivo, determinando un’alterazione irreversibile dei fondali rocciosi marini. Per questo – ma anche per la crescita molto lenta del dattero, che impiega fino a 20 anni per raggiungere i 5 centimetri – la raccolta di questi molluschi è proibita in Italia dal 1998 (come pure la loro commercializzazione; l’Europa si è pronunciata in modo analogo nel 2006), ma il divieto non ha fatto altro che accrescerne il valore di mercato, alimentato da persone senza scrupoli.

Pesca illegale di datteri di mare

Un mercato nero fiorente

Non a caso, il prezzo di listino dei datteri di mare, che si annidano negli anfratti delle rocce calcaree, può superare di gran lunga quello delle ostriche, raggiungendo al mercato nero i 100 euro al chilo (cifra che raddoppia durante le feste). E i ristoranti che li propongono sottobanco, in barba ai divieti, arrivano a vendere un piatto di spaghetti con i datteri anche a 70 euro a porzione. Alla fine del 2019, Report dedicava alla pesca illegale di datteri un reportage approfondito (Il frutto proibito), focalizzando l’attenzione sugli interessi delle organizzazioni criminali che trovano in questo mercato di contrabbando una fonte di guadagno molto appetibile, tant’è che i datteri arrivano a essere chiamati anche “cocaina del mare”. E non è solo la costa campana a essere interessata dalle battute di pesca fraudolenta, frequenti anche in Puglia, dove a più riprese la Guardia Costiera ha denunciato raccoglitori di datteri, e Sardegna. Nel frattempo, da qualche anno, qualcuno ha iniziato a sperimentare modalità di allevamento dei datteri di mare, compatibili con la tutela ambientale: il progetto più concreto, avviato nel golfo di Manfredonia con il finanziamento della Regione Puglia, si concentra però sui datteri bianchi, più rapidi a crescere. E la tecnica necessita ancora di perfezionamento. Ma il mitile che deve il suo nome alla somiglianza col più noto frutto, per il colore bruno del suo guscio bivalve, non è l’unico oggetto del desiderio sulla tavola dei piatti proibiti.

Anguille

I prodotti proibiti (ma contrabbandati) in Italia

A stilare la lista è Coldiretti, che ribadisce quanto il mercato nero alimentare favorisca i traffici illeciti e le infiltrazioni mafiose nel settore gastronomico. Nel Nord Italia, per esempio, sono i bracconieri di pettirossi e altri piccoli uccellini come fringuelli e cardellini ad alimentare la tradizione di polenta e osei, preparazione tipica dell’entroterra veneto e delle province lombarde di Bergamo e Brescia. Ma l’uccellagione, in Italia, è illegale, e per questo assimilata al bracconaggio, con buona pace degli estimatori del goloso piatto della tradizione contadina. Non è diversa la situazione degli istrici, cacciati soprattutto nel centro Italia, per le loro carni prelibate, solitamente cotte al forno, conservate sott’olio o utilizzate per preparare saporiti ragù. Cacciarli, venderli e consumarli, però è proibito. Come pure i ghiri, legati invece alla cultura gastronomica del Sud, soprattutto calabrese. Per chiudere tornando al mare, annosa è anche la questione che riguarda la pesca illegale degli avannotti di anguilla, che si consumano saltati in padella in Toscana: negli ultimi dieci anni la specie ha affrontato una diminuzione del 90% dei suoi esemplari per inquinamento, cambiamento climatico, sbarramento artificiale dei corsi d’acqua, ma anche per il bracconaggio di novellame (un mercato illecito che vale milioni di euro). A forte rischio estinzione, dal 2009, è presente nella Lista Rossa della IUCN. L’Anguilla Campaign avviata da Sea Sheperd Italia nel 2021 punta a raccogliere fondi per proteggere la specie.

Pubblicità

a cura di Livia Montagnoli