Ci ha lasciati Jacques Beaufort, vignaiolo della Champagne e pioniere del “niente chimica” in vigna o in cantina. Una figura fondativa, quasi “padre spirituale”, dell’approccio biodinamico, ben prima che il termine entrasse stabilmente nel lessico del vino, ma soprattutto un produttore instancabile, vulcanico e determinato.
Il nome Beaufort è legato storicamente ad Ambonnay, Grand Cru della Montagne de Reims, ma anche a Polisy, nella Côte des Bar, dove una parte importante del patrimonio vitato contribuisce a definire lo stile del domaine.
Qui prende forma una visione radicale e coerente: uve sane, rese basse, fermentazioni senza scorciatoie, e un rapporto diretto con la materia prima che anticipa di decenni il movimento dei vigneron “nature”.
La conversione del domaine a pratiche agricole alternative risale infatti all’inizio degli anni Settanta, in un contesto in cui la chimica di sintesi era considerata non solo normale, ma necessaria. Beaufort sceglie un’altra strada: osservazione, prevenzione, trattamenti naturali, rifiuto sistematico dei diserbanti. Non un manifesto ideologico, ma una pratica quotidiana che farà scuola.

Tra le bottiglie che hanno contribuito a costruire il mito, il rosé di Beaufort occupa un posto speciale. Colore intenso, quasi carnale, struttura piena, profilo vinoso e profondamente identitario: uno stile di rosé inimitabile, lontano dalle versioni più eteree o ammiccanti oggi diffuse in Champagne.
In Italia, Jacques Beaufort è stato molto più che un produttore di culto. Importatori storici, ristoratori, appassionati e degustatori lo hanno adottato come simbolo di una Champagne autentica, agricola, non addomesticata. Le sue bottiglie hanno circolato a lungo prima ancora che il “naturale” diventasse tendenza, costruendo una reputazione solida soprattutto nel nostro Paese. Un affetto che nasce dal bicchiere, ma si consolida nella coerenza.
Il nome Beaufort oggi vive anche attraverso la nuova generazione, una storia quindi che non si chiude con la sua scomparsa, ma un percorso che continua. Per ricordare Beaufort, forse, non servono tante celebrazioni, né etichette ideologiche: basta il suo vino a parlare.
Foto Credit: Alberto Lupetti – lamiachampagne.com
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