Storie

"Restano solo quattro pescatori": perché le alici di menaica stanno scomparendo

Le alici nel Mediterraneo stanno scomparendo e con esse anche le antiche tecniche di piccola pesca, tra razzie di tonni, divieti e burocrazia

  • 21 Marzo, 2026
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È di notte che si fa la prima calata, ma la rete resta al mare non più di un paio di ore. A Pisciotta, piccolo borgo del Cilento, a metà strada tra Velia e Capo Palinuro, così si pescano le alici. A spiegarlo, tra voci alternate, sono i pochi pescatori fermi sul porticciolo, certi che il segreto della carne tenera e polposa delle loro alici stia tutto nella «loro» rete, la menaica, capace, grazie alle sue maglie larghe di catturare solo le alici più grandi, e quindi più carnose, lasciando passare le più piccole.

Come si pescano le alici di menaica a Pisciotta

Una volta alzata la rete dal mare, le alici intrappolate vengono estratte una a una, eliminando le loro interiora e sistemandole con cura in cassette di legno. Non bisogna mai metterle nel ghiaccio, perché durante il tragitto in acqua già perdono gran parte del loro sangue e lo shock termico del freddo gli impedirebbe di far defluire il resto. Invece è proprio l’assenza di sangue nei tessuti che sembrerebbe assicurargli quel sapore unico, così da fare delle alici di menaica un unicum rispetto a tutte le altre pescate nel Mediterraneo.

Non a caso tutelate da un presidio Slow Food dal 2001. Alle prime luci dell’alba, lo spettacolo è già finito, con la speranza che sia stata una buona «buttata di rete». Così si rientra in porto e dalle mani di chi le ha pescate, quelle stesse alici passano subito in quelle sapienti delle donne del mare, che iniziano a lavorarle. Vengono lavate in salamoia e disposte in vasetti di terracotta, alternate a strati di sale. Stagionano così per circa tre mesi nei cosiddetti magazzeni, piccoli locali freschi e umidi dove un tempo si ricoveravano anche le barche. Sarà l’antica tecnica di pesca o l’amore di quelle donne, fatto sta che il ricordo del sapore di queste alici è duro a morire nella memoria di chiunque le abbia mai assaggiate.

Eppure, oggi, sia le mani di quegli uomini che di quelle donne sono quasi ferme, così come quei vecchi gozzi, fissi a dondolare nel porto di Pisciotta, il che equivale a dire che in balia di quelle onde è pure la stessa tradizione delle alici di menaica, che continua a rimanere solo sulle spalle di quattro stanchi pescatori.

Perché le alici di menaica stanno scomparendo

Sarebbe più facile pensare che questo sia un lavoro per vecchi, ma la verità è che questo, forse, non sarà più un lavoro e basta, non tanto per volontà di scelta, ma perché le licenze per questa pesca non esistono più. È un paradosso, ma è così, con i vincoli della legislazione europea che, anziché allargare, restringono ancora di più le maglie di quella rete, la menaica, equiparandola alle reti ferrettare, alle spadare e alle palamitare, già da tempo soggette al divieto comunitario. La rete utilizzata in questa pesca tradizionale a Pisciotta, è stata, infatti, inserita, nella categoria «ferrettara», che racchiude tutte le reti definite «derivanti».

Tra i danni che la «ferrettara» provoca all’ambiente marino c’è, infatti, la cattura accidentale di specie protette ed in via d’estinzione, come tartarughe, delfini o pescispada, che muoiono per sfinimento. Quindi, il fine delle regole europee è molto più che meritevole, mirando ad incentivare una pesca sostenibile per evitare la perdita di una biodiversità marina. Il problema, però, è che in questo mare magnum della ferrettara o della spadara, messe al bando dall’UE, la menaica non dovrebbe entrare: «Attualmente molte imbarcazioni sono ferme perché questa rete viene erroneamente equiparata alla “ferrettara”, nonostante la sostanziale differenza tra i due tipi di rete e le modalità di utilizzo. Per la “ferrettara” la pesca è consentita entro tre miglia dalla costa a condizione che la rete non superi i 2,5 chilometri e la maglia che la compone non superi i 100 millimetri d’apertura. Una pratica che se viene utilizzata in maniera errata può provocare la cattura accidentale di pesci appartenenti a specie protette. La “menaica”, invece, è lunga al massimo 500 metri, alta 10 metri e presenta maglie da 11 millimetri e il suo utilizzo non comporterebbe nessun pericolo per le specie protette, perché al suo interno rimangono intrappolati solo pesci di grandi dimensioni lasciando il via libera a quelli più piccoli, in maniera tale da tutelare l’ecosistema marino. Al fine di poter continuare a garantire l’esistenza di questa tradizione millenaria, si chiede alla Commissione se non sia opportuno differenziare i due tipi di pesca in accordo con le vigenti normative europee e la PCP?».

Furono queste le parole utilizzate nel 2021 dall’eurodeputata del PD Pina Picierno (oggi vicepresidente del Parlamento Europeo) durante un’interrogazione parlamentare. Nell’attesa di una deroga, molte delle vecchie licenze sono state, comunque, rottamate. In pochi hanno deciso di tenerle, tra questi i pescatori di Pisciotta, che provano a difenderla strenuamente, per evitare il rischio che a breve a comparire sulle nostre pescherie saranno i cartelli “Alici esaurite”.

foto @www.agricoltura.regione.campania.it

L’equilibrio del mare che si è rotto

Perché, in verità, negli ultimi anni la pesca è molto diminuita. Troppi tonni che mangiano tutti i pesci, alici comprese. E anche qui sembra che l’amo più grosso sia proprio quello dell’UE, che, se dapprima aveva bloccato la pesca del tonno nel Mediterraneo, per consentirne di nuovo la riproduzione, oggi stabilisce un rialzo delle quote per la sua pesca che, però, sembra giocare comunque al ribasso. Un sistema, questo, che costruisce e distrugge al pari: con flotte di tonni che rompono le reti dei pescherecci, spazzolando via tutte le acciughe intrappolate.

È una conservazione della specie che sembra assumere tratti paradossali, se si pensa che quel che resta da questo sacrificio reciproco tra tonni liberi e sardine annientate, non è neppure a beneficio del nostro Paese, con i consumi italiani impennati sul tonno in scatola o di pesca straniera e il 90% del tonno pescato nel Mediterraneo che va a finire in Oriente.
Su questo fronte nei prossimi mesi potrebbero arrivare buone notizie, con un aumento delle quote assegnate all’Italia nella pesca del tonno rosso, che quest’anno arriva a circa 900 tonnellate. Un incremento significativo, pari a circa il 17% in più rispetto all’anno scorso e che forse lascerà un po’ di spazio “di vita” anche alle alici.

La resistenza dei pochi pescatori rimasti

Una volta arrivati a terra la lotta impari per la pesca delle alici continua. «Questa pesca si fa solo da aprile a giugno. Quando l’annata è buona in tutto sono pochi quintali di alici pescate» precisa Carmine Farnesano, Direttore del FLAG “I Porti di Velia” (la sigla indica i “Fisheries Local Action Group”, messi in campo dall’UE per elaborare strategie di sviluppo locale di tipo partecipativo). Eppure, non c’è ristorante del Sud dove non si servano alici, frutto spesso di importazioni molto meno costose degli esemplari che provengono dall’Argentina o dal più vicino Egitto. E, nel mentre che pesci stranieri vengono serviti in tavola, a scomparire sono anche le lampare nostrane, complici anche gli eccessivi costi, che quasi nessun armatore riesce più a sostenere: basti pensare che per ogni notte di pesca sono necessari almeno sette o otto pescatori, ognuno dei quali deve essere necessariamente assicurato.

A Pisciotta sembra stia diventando davvero tutto troppo. Troppo difficile pescare con i divieti europei, troppo incerta la pesca con le continue razzie dei tonni e pure troppo poco redditizio con la concorrenza straniera. Ci sarebbe da abbassare le vele di quei pochi gozzi ancora rimasti: eppure il sole è di nuovo calato, le case sul litorale hanno luci accese nelle stanze, in lontananza il profilo di una piccola barca che si allontana dal porto. È una di quelle quattro ancora rimaste, che, nonostante il «troppo», continua a crederci.

*foto di copertina portidivelia.it

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