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"A tavola senza telefono": la lezione del Ramadan che abbiamo dimenticato

Tra Ramadan e tradizione cristiana, il cibo torna a essere gesto condiviso e non solo consumo veloce

  • 21 Marzo, 2026
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Anche i cristiani, un tempo, festeggiavano il loro Ramadan. Per i quaranta giorni prima di Pasqua, tradizionalmente ci si asteneva da eccessi per ricordare il digiuno di Gesù nel deserto. Oggi i fioretti quaresimali appaiono come un ricordo più lontano. Il cibo nel mondo occidentale si è progressivamente trasformato in qualcosa di abbondante e veloce, disponibile in ogni momento, lasciando meno spazio alla riflessione o alla gratitudine. Non sorprende quindi la ricerca, negli ultimi anni, di un ritorno a cibi che comunichino lentezza, genuinità, tradizione.

Il Ramadan e il significato del digiuno oggi

Ma ancora oggi, in alcune culture, esistono pratiche che restituiscono al cibo e al pasto un ruolo che tiene insieme sacro e quotidiano. Nella religione islamica, ad esempio, si celebra il mese di Ramadan, che commemora la rivelazione del Corano al Profeta (quest’anno terminato il 19 marzo con la tradizionale festa Eid al-Fitr). Durante questo periodo si digiuna dall’alba al tramonto, interrompendo l’astensione con un pasto serale, si inizia con i datteri, spesso condiviso (qui potete leggere un racconto del digiuno durante le riprese in un film in Tunisia). Il digiuno si accompagna anche all’astensione da comportamenti considerati negativi, come l’insulto, la menzogna e le azioni violente.

Il Ramadan è generalmente descritto come un tempo di disciplina, riflessione e rinnovamento spirituale, in cui il momento del pasto torna a essere centrale anche come occasione di incontro e socialità.

Il cibo tra sacro e quotidiano

Con la pratica del digiuno, il cibo assume una dimensione insieme utilitaria e simbolica, riportando l’attenzione su un gesto quotidiano che diventa anche momento condiviso. In questo senso, torna attuale l’idea di zoon politikon formulata da Aristotele nella Politica, secondo cui l’essere umano è naturalmente portato alla vita in comunità.

Nelle società contemporanee, le modalità di consumo del cibo sono cambiate: il pasto è spesso più rapido, individuale e integrato in altre attività, come il lavoro o l’uso dei dispositivi digitali, si sta spesso col telefono in mano. Allo stesso tempo, si è diffusa la possibilità di accedere al cibo senza partecipare direttamente alla sua preparazione, non si vede, arriva direttamente a casa.

Queste trasformazioni hanno semplificato l’accesso al nutrimento, ma hanno anche modificato il rapporto con il tempo e con i rituali legati al mangiare. Elementi come il preparare, attendere e condividere continuano tuttavia a rappresentare una componente significativa dell’esperienza alimentare.

Dalla Quaresima al Ramadan

Non mancano esempi di privazione rituale anche nella cultura cristiana occidentale: il digiuno quaresimale, il silenzio monastico, l’eremitismo. San Francesco d’Assisi, ad esempio, praticava periodi di ritiro e digiuno in luoghi isolati, come documentato nelle fonti francescane.

Oggi queste pratiche sono meno diffuse, mentre la presenza del cibo nella vita quotidiana è aumentata, anche attraverso media, ristorazione e contenuti digitali. Questo ha contribuito a rendere il rapporto con l’alimentazione più articolato e stratificato.

Cosa il Ramadan può suggerire anche a chi non è musulmano

Senza stabilire gerarchie tra modelli culturali, alcune pratiche legate al Ramadan offrono spunti di riflessione più ampi sul rapporto con il cibo. Il digiuno, in questo contesto, non è solo astensione, ma parte di un percorso che culmina nel momento del pasto condiviso.

La sospensione temporanea del nutrimento durante il giorno attribuisce maggiore significato al momento in cui il digiuno viene interrotto, spesso vissuto come occasione di incontro, gratitudine e partecipazione collettiva. Il Ramadan è infatti descritto, nelle fonti islamiche, come un periodo di gioia e condivisione, oltre che di disciplina. Sono inoltre previste eccezioni al digiuno per categorie come malati, anziani e donne in gravidanza, a conferma della sua natura regolata e non assoluta.

Alcuni aspetti di queste pratiche possono essere letti anche al di fuori del contesto religioso, come invito a prestare maggiore attenzione al momento del pasto e alla sua dimensione relazionale. Come osserva Serena Guidobaldi in Cibo e Identità, le scelte alimentari contribuiscono a definire pratiche culturali e identitarie, influenzando il modo in cui individui e comunità si rappresentano.

Nel contesto contemporaneo, il cibo è sempre più inserito in dinamiche legate all’immagine e alla comunicazione. La crescente attenzione per l’aspetto visivo dei piatti e la diffusione di contenuti digitali hanno contribuito a ridefinire il ruolo della gastronomia.

Accanto alla funzione nutrizionale, il cibo assume oggi anche una dimensione espressiva e simbolica. Come sottolineato in diversi studi sul food culture, esso diventa un mezzo attraverso cui comunicare appartenenza, status e identità.

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