«Lasciare il lavoro di una vita mette a dura prova anche un sardo tosto come me». Lo ha detto con la voce incrinata dall’emozione in una lunga intervista al Corriere della Sera, Pietro Catzola, lo chef del Quirinale che, a 67 anni compiuti il 10 aprile scorso, è giunto alla più che meritata pensione. Poi aggiunge, quasi a voler giustificare l’emozione: «In quelle stanze ho lasciato gran parte della mia vita: sacrifici, orgoglio, affetti, senso di appartenenza». Il 30 aprile 2026, dopo quasi quarant’anni trascorsi nelle cucine della Presidenza della Repubblica, il cuoco dei presidenti — da Cossiga a Mattarella, cinque capi di Stato in tutto — ha spento per l’ultima volta le luci e ha chiuso la porta.
Figlio di un contadino e di una casalinga di Triei (piccolo centro dell’Ogliastra) e primo di quattro fratelli, per Pietro Catzola la cucina è entrata nella sua vita grazie alla madre, per quella trasmissione silenziosa e quotidiana che avviene attorno ai fornelli di casa. Ha servito cinque Capi dello Stato — da Francesco Cossiga a Sergio Mattarella — cucinando per sovrani, leader internazionali, diplomatici e grandi protagonisti della politica mondiale. Ma nel raccontare la sua lunga esperienza al Corriere della Sera non parla mai di potere o prestigio. Preferisce evocare i profumi della cucina di casa, la disciplina imparata nella Marina Militare e il legame mai interrotto con la Sardegna.
La sua avventura al Quirinale comincia nel 1989, dopo l’incontro con Francesco Cossiga sulla nave scuola Amerigo Vespucci. Il Presidente rimase colpito dalla sua cucina e lo volle nello staff delle cucine presidenziali. Da allora, Catzola è diventato una presenza discreta ma fondamentale dietro le quinte delle visite di Stato e dei grandi ricevimenti ufficiali. Nel corso degli anni ha preparato menù per personalità provenienti da tutto il mondo, mantenendo sempre uno stile improntato alla sobrietà e all’eleganza.

Nessun eccesso, nessuna spettacolarizzazione nella sua idea di cucina, che è rimasta legata alla qualità della materia prima e alla capacità di accogliere attraverso i sapori. Per quanto riguarda la vita al Quirinale, racconta, è fatta soprattutto di abitudini da decifrare e rispettare. Ogni Presidente ha il suo stile, le sue preferenze, il suo modo di rapportarsi con chi lavora nell’ombra. Cossiga comunicava attraverso il capo dei camerieri. Per Scalfaro parlava la figlia Marianna, che nel tempo avrebbe rivoluzionato le cucine del Colle introducendo nuove tecnologie, ingredienti insoliti, le erbe aromatiche, e — cosa non da poco — un orto alla tenuta di Castelporziano. I Ciampi, invece, chiamavano direttamente in cucina. Napolitano era «estasiato dai profumi sardi». Mattarella chiedeva sempre come andasse.
Tra i ricordi più teneri c’è quello legato a Franca Ciampi, moglie del presidente Carlo Azeglio: «Mi ha insegnato a stendere le tagliatelle con il mattarello». Ogni mattina alle 8,30 telefonava in cucina, «Caro, cosa ci proponi oggi? Mi raccomando, cose semplici». La semplicità, in effetti, è il filo che lega tutti i suoi presidenti: minestroni, zuppe di legumi, spaghetti al pomodoro. Per la signora Franca anche il quinto quarto, la trippa. Quella che lei ancora oggi, a 106 anni, chiama con affetto “cucina vera”.
Con Mattarella il rapporto ha avuto una qualità diversa, più intima forse perché più lunga — undici anni, il settennato più vicino alla pensione. «Anche nelle giornate più difficili trovava il tempo per fermarsi e dire una parola gentile. Vengo da un piccolo paese della Sardegna, tutto quel che è successo l’ho sempre vissuto come un regalo». E, confida, il giorno del congedo «mi ha abbracciato e sono scoppiato a piangere».
Quarant’anni di cucina presidenziale significano anche imprevisti da risolvere nell’arco di un quarto d’ora, con duecento persone a tavola e nessuna possibilità di sbagliare. La storia del babà al rum servito durante una cena con George W. Bush è diventata leggenda interna. Duecento babà preparati con cura, pronti per il servizio. Poi, a quindici minuti dall’arrivo in tavola, l’entourage del presidente americano comunica che Bush non beve alcol. Proporre un dessert diverso solo per il tavolo presidenziale sarebbe stato fuori discussione.
«Sciacquammo i babà uno a uno in acqua fredda, poi li profumammo con della bagna agli agrumi», ha raccontato al Corriere. Il risultato? Un successo. Imprevisti ma anche grandi soddisfazioni come i ravioli di ricotta e spinaci al pomodoro serviti alla regina Elisabetta II. Le piacquero moltissimo. Ma il momento che rimase impresso nell’intera brigata non fu il sapore, bensì un gesto inatteso della sovrana: volle incontrare di persona tutti i cuochi, uno per uno, stringere la mano a ciascuno e consegnare a ognuno una sua fotografia autografata. Un atto fuori protocollo, intimo, che in una cucina di dodici persone abituate a lavorare nell’invisibilità valse più di qualsiasi riconoscimento ufficiale.

Anche nell’ultimo pranzo servito al Quirinale ha voluto lasciare un’impronta personale e identitaria preparando gnocchi al pomodoro, ricciola al timo, spinaci gratinati e, come dessert, le seadas simbolo della sua terra. Un congedo semplice e carico di significato. Catzola ha raccontato il pensionamento con emozione autentica: “È stata un’avventura meravigliosa”, ha dichiarato salutando il personale del Quirinale e il presidente Sergio Mattarella, verso il quale non ha nascosto un affetto particolare.
Negli ultimi anni Catzola ha anche raccolto ricordi, aneddoti e ricette in un libro autobiografico, nel quale ripercorre le tappe di una vita trascorsa tra mare, fornelli e incontri storici. Oggi guarda al futuro con serenità e con l’intenzione di dedicare più tempo alla sua Sardegna con nuovi progetti editoriali e il desiderio di incontrare gli studenti delle scuole alberghiere per trasmettere esperienza e passione ai più giovani.
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