Sembrano piccoli sassolini, ma custodiscono duemila anni di storia. Tra le vigne di Bacoli, dove la famiglia Di Meo produce vino da cinque generazioni, sopravvive uno dei legumi più antichi del Mediterraneo: la cicerchia dei Campi Flegrei. Un alimento che ha sfamato generazioni di contadini e che oggi rischierebbe di essere soltanto un ricordo senza il lavoro di chi continua a coltivarlo.
La cicerchia, conosciuta ed apprezzata già dagli antichi romani con il nome di cicercula, è un legume antico che riesce a crescere in condizioni difficili e con poca acqua: difatti, è stata un sostegno fondamentale per le famiglie contadine dei Campi Flegrei sino agli anni sessanta. Successivamente, spopolate le campagne, la produzione ha rischiato di scomparire.
Dalla forma tondeggiante, con bordi irregolari e sfumature di colore che variano dal grigio al marrone chiaro, la cicerchia è meno dolce del cece, più erbacea della fava, dal gusto vellutato. La polpa è granulosa, dovuta alla mancanza di acqua, con proprietà organolettiche che richiamano la sua provenienza vulcanica e la sua vicinanza con il mare. Ha caratteristiche nutrizionali interessanti, sia per l’elevato contenuto di proteine, amidi e fibre che per la scarsità di grassi.

La tutela della cicerchia dei Campi Flegrei è affidata alla locale condotta Slow Food attraverso una Comunità del Cibo. L’obiettivo è garantirne la produzione e tramandarne le tradizioni, attraverso i suoi custodi. Tra questi, vi è la famiglia Di Meo. Vincenzo Di Meo, che dirige l’azienda insieme ai fratelli Salvatore e Mattia, promuove e difende questa rarità, preservando i semi e gli antichi sistemi di coltivazione, tramandando la sua produzione. «La nostra è una policoltura, quindi oltre alle viti, coltiviamo la cicerchia, ma anche il pisello di Santa Croce, il pomodoro cannellino, le zucchine di San Pasquale: tutto è cresciuto in mezzo alle viti. Abbiamo preservato la purezza della cicerchia, che ha il DNA immutato da 2000 anni».
Piantata tra gennaio e febbraio, viene lavorata durante l’estate: a luglio avviene la raccolta manuale e il legume può essere consumato anche fresco; in alternativa viene estirpato, essiccato e battuto nelle ore più calde della giornata con “o’ vivillo”, antico attrezzo agricolo che consente la separazione dei semi. «Tradizionalmente, comunque, viene perlopiù essiccata proprio come si faceva un tempo, quando era un pasto da preservare. D’altronde, ha una resa bassa, perché il baccello è molto piccolo, con 2-3 cicerchie all’interno. Sembrano dei sassolini». Il materiale di risulta, baccelli e piantine secche, viene conservato per il tradizionale covone, foraggio per gli animali nel periodo invernale, come impone l’antico principio contadino del «tutto è utile».

Un lavoro, quello della famiglia Di Meo, che dimostra come il futuro dell’agricoltura passi sempre più attraverso la valorizzazione del suo passato. In un’epoca in cui la standardizzazione alimentare minaccia le identità locali, la salvaguardia di questo prodotto è una chiara dichiarazione d’intenti: proteggere il suolo, la sua storia e quelle buone prassi contadine capaci di trasformare un piatto di sostentamento in un’eccellenza della gastronomia contemporanea.
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