In scena

"Se dopo il teatro pensi alla pizza, allora non è servito a niente". Le parole di Emma Dante dopo il Leone d'Oro

La regista palermitana riflette sulla cena prima e dopo uno spettacolo: il teatro, dice, deve lasciare lo spettatore inquieto, costringerlo a pensare e continuare a essere “digerito” anche dopo il sipario

  • 23 Luglio, 2026
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Per alcuni è un rito che si compie, la cena dopoteatro, ma a sentire una addetta ai lavori quale la regista Emma Dante, meglio andare a dormire a stomaco vuoto, perché «il teatro è un grimaldello per aprire le porte dei sogni». Quali che siano, perché non è sempre consolatorio il teatro, anzi spesso – come nel caso della premiatissima regista palermitana – è esattamente l’opposto: è tragico, feroce, gratta via il primo strato di pelle e ti lascia lì, a sanare la lesione. Ci devi mettere del tuo, dopo, certe volte devi cauterizzare il tutto per andare avanti. Lo dice anche lei: «Il mio è un teatro tosto, un teatro che cerca di scoprire le ferite» nell’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, all’indomani del Leone d’Oro alla carriera attribuitole dalla Biennale di Venezia. E, quando Alessandro Ferrucci le chiede come deve stare lo spettatore quando esce da una sua rappresentazione, risponde secca: «Male». E poi: «Infastidito». E poi: «Non deve scegliere che pizza mangiare. Non deve occuparsi della cena. O al massimo deve mangiare per necessità, ma nel frattempo continuare a pensare». Lo spiega subito: «se l’unica preoccupazione è la pizza e le chiacchiere con gli amici, quel teatro non è servito a niente». Perché per svolgere la sua funzione deve innescare un processo, deve pretendere di essere digerito.

Emma Dante: il teatro non deve lasciarti pensare alla cena

Sappiamo per esperienza diretta, corroborata poi anche dalla scienza, che le emozioni passano anche dallo stomaco, questo secondo cervello, e quando vediamo qualcosa che ci colpisce come un pugno proprio lì, nello stomaco, che sia vuoto o pieno, non è mica secondario. È quella reazione emotiva che mette in subbuglio le viscere: «Mi è piaciuta così tanto che mi sono quasi stracciata le budella» dice Vivian in Pretty Woman dopo aver assistito alla Traviata di Verdi. Ci si perdoni la citazione pop, ma la suggerisce la stessa Emma Dante quando commenta l’abitudine francese di mangiare prima dello spettacolo, con tanto di ristorante nel teatro, «Mi chiedo come poi non vomitino. Come riescano a digerire». Come se quella digestione organica entri in conflitto con quella, più figurata, di ciò che si è appena visto.

Quando le emozioni passano dallo stomaco

C’è del vero, intendiamoci. Ma è curioso che una lunga parte dell’intervista alla regista emersa con mPalermu e poi diventata famosa al grande pubblico con film e direzioni di opere liriche, sia dedicata alla fruizione del cibo. Prima o dopo? Stomaco pieno o stomaco vuoto? Pare una discussione peregrina ma non lo è, tant’è che c’è tutta una letteratura in merito: da una parte la convinzione (attribuita a Virginia Wolf) che non si possa pensare bene (come pure amare e dormire bene) se non si ha mangiato bene, dall’altra che una alimentazione leggera sia indispensabile per supportare lo sforzo del pensiero filosofico, secondo le opinioni di Nietzsche. Commenta da sé l’intervista, Emma Dante, quando dice: «Mi piace questa discussione sul cibo» e poi torna a parlare proprio di quello, quando racconta il suo arrivo a Roma, una figura tragica pirandelliana con il suo scialle nero, colma di stupore davanti una città che le pareva quasi New York e una comunità di persone con la quale ha iniziato a interagire. A un certo punto dice: «ho imparato anche a cucinare» come se fosse parte di un rito di passaggio sociale: dalla solitudine vissuta in Sicilia alla socialità non sempre facile ma reale all’Accademia Silvio d’Amico. «Un risveglio di Primavera» lo definisce. Un risveglio che passa, ancora una volta, per la pancia.

Foto di copertina: Carmine Maringola

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