«Ora sto bene ma la paura è stata davvero tanta. A due passi dal ristorante è tutto distrutto, l’allarme per evacuare le strade non ha mai smesso di suonare e il rumore dei droni nel cielo scandisce queste giornate», esordisce così al telefono Antonio Camilli, giovane chef salentino. Da ormai poco più di due anni, si destreggia tra il suo ristorante a Lecce (Santavoglia) e quello in Bahrain dove è executive chef di Orto. «Qui facciamo – o forse devo dire facevamo – cucina italiana fine dining, adesso stiamo pensando solo di metterci al sicuro ma in qualche modo ci stiamo ritagliando anche un po’ di normalità».
Qualche giorno fa sono iniziati gli attacchi iraniani sugli Emirati, droni e missili lanciati, grattacieli in fiamme e quelle immagini che hanno fatto il giro del mondo. Manama, capitale del Bahrain, è stata una dei primissimi obiettivi, tra quelli maggiormente colpiti e soprattutto con maggior frequenza (anche se ora si è esteso al resto degli Emirati Arabi Uniti). Il motivo lo spiega proprio Camilli: «Qui c’è una delle più grandi marine militari americane – la Fifht Fleet – che si trova esattamente a Juffair, il quartiere a ridosso del mio ristorante. Al momento dei primi attacchi ero a casa, a Reef Island, e ho visto con i miei occhi l’Era Tower completamente avvolto dalle fiamme. Una scena che non dimentico perché è stato il primo vero attacco ai civili. Lì c’è stata tanta paura così siamo scesi a rifugiarci nella hall del palazzo; chi aveva bambini invece si è nascosto nella sala cinema, lontano dalle finestre, per evitare di spaventarli troppo».

Ecco, è proprio la spesa una delle cose che Antonio racconta maggiormente. Sì perché a Manama gli abitanti sono stati invitati a fare una spesa consapevole e a non svuotare i supermercati, così da lasciare le provviste per tutti. In questo è stata fondamentale, a detta di Camilli, la gestione della crisi da parte delle autorità locali che sin da subito hanno fatto sentire tutti al sicuro fornendo le linee guida necessarie oltre che con una importante difesa militare per le strade.
«Ci hanno aiutato a mantenere la calma e poi, ad esempio, anche i rider non hanno mai smesso di lavorare, seppur con dei limiti. Vuoi che qualcuno ti porti la spesa a casa? Va bene, ma solo dai posti che sono intorno a te, in questo modo i rider non dovranno fare lunghe tratte da un punto all’altra della città. Sembra assurdo ma così si è evitato di far circolare tante più persone per strada». Un modo per non fermarsi ma di vivere la quotidianità con cautela e consapevolezza che lo ha convinto così tanto da riaprire la sua cucina (esclusivamente per il servizio delivery) dopo soli due giorni dai primi attacchi.

«Ho dovuto chiamare io la Farnesina che per tre giorni di fila mi ha risposto dicendomi che era impegnata in dei meeting e poi che era sufficiente monitorassi il sito. Siamo in guerra e io devo monitorare un sito? Tra l’altro ho tentato più volte di ripartire ma i voli vengono posticipati di giorno in giorno e questo fino a quando lo spazio aereo sarà chiuso. Tra le opzioni c’era anche un viaggio di oltre cinque ore in bus per raggiungere l’Arabia Saudita, attraversando un territorio sotto attacco. Per dire, i droni hanno colpito anche la zona delle spiagge ad Amwaj. Non era fattibile e anziché supporto è stata solo trasmessa confusione».
Da questo racconto emerge inevitabilmente anche il confronto con la situazione di chi è ancora bloccato nel Golfo, dove si discute della possibilità di congelare gli affitti e di stanziare fondi per affrontare le conseguenze dell’emergenza. E gli sfollati? Non vengono sistemati nei grandi hotel, come succede in altre città della regione, ma trasferiti in abitazioni popolari considerate più adeguate per l’accoglienza temporanea. Prima di chiudere la telefonata, Antonio osserva che in momenti come questi la comunità prova comunque a tenersi unita e ad aiutarsi come può. Anche lui ha presentato domanda per fare il volontario: finché resterà lì, dice, vuole rendersi utile. Nel frattempo è arrivata anche una richiesta precisa: non condividere foto o video delle aree colpite. «È severamente vietato farlo».
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