In oltre 60 anni la cucina in tv ha acquisito una sua propria identità. Come è cambiato il racconto del cibo sul piccolo schermo nel corso degli anni?
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Arriva un momento, in ogni cosa, in cui bisogna fermarsi e fare il punto della situazione. E il tema dell’edizione 2019 di Identità Golose sembra andare in questa direzione, perché per Costruire nuove memorie occorre, prima di tutto, avere consapevolezza di dove si è. Il cibo – prodotto, trasformato, mangiato, fotografato, raccontato – non fa eccezioni. Così il congresso apre una lunga riflessione sulla narrazione del cibo in tv, peculiare espressione che oggi ha maturato una sua propria identità. Passata l’era della cucina in tv, siamo alla cucina della tv. Con una sua specificità talvolta distinta rispetto alla cucina reale.

Il lungo metaracconto si srotola sul palco dell’Auditorium per tracciare il modo in cui il piccolo schermo si è interessato al bere e al mangiare a partire dagli anni ’50 – con lo storico Viaggio lungo la Valle del Po di Mario Soldati in una tv nata con la vocazione alla didattica e alla creazione di un immaginario collettivo, come raccontato da Davide Rampello – arrivando fino a oggi, nell’epoca della comunicazione ai tempi dei social. Una cavalcata di oltre mezzo secolo che si concentra negli ultimi 30 anni, quelli in cui anche in Italia questo soggetto multiforme, metà reality metà fiction, ha definito i suoi contorni. Ci avevano già pensato Luigi Veronelli e  Ave Ninchi (magnifica con il suo vestitino da casa, lontano anni luce dalle improbabili mise patinate cui siamo assuefatti) a riportare il racconto in studio, dopo tanto girovagare. Poi cosa è successo?

Come è proseguito il racconto del cibo dopo Soldati?

Facciamo un salto avanti. Mentre nel 1990 nel Regno Unito nasceva MasterChef – format da 300 milioni di spettatori in 200 paesi – in Italia si era agli esordi. “La cucina in TV non funzionerà mai, mi rispondevano quando proponevo quel programma” racconta Antonella Clericipensato per suggerire agli spettatori cosa preparare ogni giorno: ricette facili da rifare, ma non troppo banali”. Era la fine degli anni ’90. All’inizio del nuovo secolo parte La Prova del Cuoco, in sordina. È un successo.

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il vecchio logo di gambero rosso channel

La cucina in tv: il convitato di pietra

In quelli stessi anni il Gambero Rosso crea il primo canale monotematico d’Italia, completamente rivolto al food & wine (all’epoca su RaiSat, poi passato sulla piattaforma Sky dov’è ancora oggi, al canale 412). Erano i primi vagiti della cucina in tv, ma già ne avevamo intuito le potenzialità. Un compleanno, quello della prima tv enogastronomica d’Italia, ricordato anche da Paolo Marchi nelle prime battute del congresso aperto dal focus sulla “cucina in tv” che inspiegabilmente non ha chiamato in causa proprio quell’esperienza. Convitato di pietra, che pure ha anticipato filoni e personaggi di quella TV di cui si ragiona sul palco. Abbastanza inspiegabile non aver coinvolto nella carrellata la prima emittente di settore attiva da due decenni e pronta quest’anno a festeggiare il ventennale.

antonella CLerici davide oldani federico quaranta

La cucina in tv e le ricette di casa

La Prova del Cuoco mette insieme la cucina quotidiana e rassicurante, il gioco, la divulgazione (con Beppe Bigazzi prima della baraonda scatenata dalla vicenda dei gatti) attraverso semplici ma fondamentali nozioni sui prodotti agroalimentari, e una grande spontaneità “non avevamo un copione” racconta la Clerici. “Qualcuno ti accusava di fare pornografia del cibo” incalza Federico Quaranta, che conduce la mattinata. Rispetto ai grandi ristoranti quella de La Prova è una cucina smaccatamente pop: “volevamo parlare a tutti” replica imperturbabile “le casalinghe, le neomamme in maternità, gli studenti universitari. E tanti hanno cominciato a cucinare proprio con noi”. Grazie a quelle ricette alla portata di tutti. Asso nella manica de La Prova del Cuoco.

Il logo di Masterchef

La cucina in tv senza ricette

MasterChef invece no. Rinuncia alla ricetta sublimandola nella sua rappresentazione per frammenti. Si vedono gli ingredienti, clip dei cuochi all’opera, passaggi, con un montaggio dinamico che brucia i tempi morti (quelli necessari alla preparazione del cibo). Ma sono forme, colori e un concentrato di energia e trepidazione a trainare la trasmissione. “I tre elementi chiave sono contenuti nel concept” spiega Dante Sollazzo della società di produzione televisiva Endemol Shine Italy “gente comune che sotto pressione in cucina fa piatti straordinari”. Nessun tutorial, nessuna spiegazione della procedura, nessuna lista degli ingredienti. La vera cucina in tv non c’è. La si trova sul sito, prodotto editoriale collaterale. In tv solo la sua rappresentazione. In fondo, a MasterChef il cibo è un mezzo per mettere in scena altro: competizione, voglia di emergere, sogno, stress. In palio c’è la possibilità di cambiare vita ed entrare in un immaginario universo patinato dell’alta cucina. Non è più il gioco della Clerici, ma una lotta senza esclusione di colpi. Il tutto mediante una costruzione finissima: la creazione di un nuovo lessico con tanto di tormentoni entrati nell’uso comune, l’ambiente look & feel dall’aspetto industrial oggi ripreso da molti locali, tanti tasselli iconici immediatamente riconoscibili (il logo, il pressure test, la mistery box), lo stile incalzante nei tempi quanto nel linguaggio spesso aggressivo. E poi lo sdoganamento di certo modo di proporre il cibo: il food porn entra nelle case.

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master chef, il momento della Mistery Box

Prima e dopo MasterChef

“Dopo MasterChef niente sarà come prima” sancisce lapidario Sollazzo. E la stessa scelta di rinunciare a conduttori (già nel 1990) è stata per certi versi rivoluzionaria: eliminata la figura del mediatore tra tv e pubblico si scardina una struttura classica. Di là dal monitor ci sono un gruppo di sconosciuti e tre volti in un primo momento familiari solo al ristretto gruppo di accoliti dell’alta ristorazione. “È stata scommessa, come pure mandare in prime time un programma senza musica o balletti ma solo con gente comune che cucina”. Scommessa vinta.

Intrattenimento o informazione?

La cucina in tv esce dal puro intrattenimento ed entra nei telegiornali, un passaggio epocale raccontato da Gioacchino Bonsignore con TG 5 Gusto che ha avuto il merito, non solo di introdurre in tv e tra la gente (e talvolta anche bonariamente sbeffeggiare) il linguaggio del vino, ma anche di intuire l’efficacia delle short stories: nascono ricette da un minuto, antesignane di quelle che oggi vediamo sui social network. Ma i tempi della cucina non sempre si adattano a quelli della tv: i 100 minuti di Bake Off, per esempio, non sono abbastanza per realizzare un dolce complesso. Così la tecnica di Knam, l’approccio divulgativo e pacato di Clelia D’Onofrio (curatrice storia del Cucchiaio d’Argento) e l’elemento del gioco tessono una narrazione garbata ed educata: “come si fa a mortificare una persona che ce la sta mettendo tutta e crede in quel che fa?” domanda la D’Onofrio che aggiunge “sono responsabilizzata dal rapporto con i concorrenti”.

Antonino Cannavacciuolo

La tv ti cambia la vita

“MasterChef ti cambia la vita” dice Antonino Cannavacciuolo, giudice di MasterChef e protagonista di Cucine da Incubo. Non solo ai vincitori, ma anche ai giurati. “Ho cambiato stile di vita perché fare tv è molto faticoso: sono dimagrito 25 chili, faccio movimento, evito quel bicchiere a fine servizio, non fumo più; devo reggere i ritmi: la mattina a Milano a registrare, la sera al ristorante. Ma ho dovuto costruire una squadra forte per fare anche cose fuori da Villa Crespi” un team che – anche grazie alla tv – è passato da 15 a 150 persone (200 entro la fine dell’anno). Oggi Cannavacciuolo, oltre a Villa Crespi, ha bistrot a Torino e Novara dove c’è anche una bakery. E i progetti non si fermano qui “il successo televisivo mi permette di realizzare dei sogni, posso creare lavoro e dare opportunità ai miei collaboratori”. Sa che la cassa di risonanza di cui gode oggi è enorme, “non posso comunicare qualcosa che poi non si ritrova nelle mie aziende”.

Ernst Knam

Gli fa eco Ernst Knam (Bake Off): “ora che ho una bel team (ma tutta la baracca la manda avanti mia moglie) mi posso allontanare dal laboratorio per fare tv; però ricordiamoci che non siamo attori, ma pasticceri, cuochi o pizzaioli chiamati per fare quel che già facciamo tutto il giorno. Se vogliamo che questo arrivi non dobbiamo recitare”.

Lineaverde il logo

Raccontare l’agricoltura attraverso la cucina in tv: il ruolo dello storytelling

Linea Verde è l’eredità dei vecchi programmi dedicati al mondo agricolo come A come agricoltura, “dovevamo raccontare questo mondo, metterlo in relazione con l’Europa, i consumatori, farlo conoscere” spiega Federico Fazzuoli, storico conduttore (1981-1994) che ne ha fatto una delle trasmissioni più seguite della tv di stato: “tolta la parola agricoltura dal titolo, per catturare il pubblico chiamammo Catherine Spaak e Gigliola Cinquetti, inserii anche le previsioni del tempo, e cercammo una narrazione che parlasse di questioni legate alla coltivazione a partire da un altro punto di vista di più vasto interesse, e il cibo faceva al caso nostro”. Dunque da un vino e il suo prezzo si potevano spiegare metodi di viticoltura e potatura, vendemmia e pigiatura.

L’elicottero consentiva visioni del paesaggio rurale in cui si improvvisavano visite a sorpresa a persone intercettate al momento, interviste estemporanee che rispondevano alle curiosità dell’uomo comune “L’obiettivo ieri come ora era consentire alla massa la conoscenza dei prodotti per riconoscere la loro salubrità”. Di nuovo una spontaneità che, nella nuova era del programma – oggi condotto da Federico Quaranta – è stata sostituita da una sceneggiatura raffinata: alla curiosità del momento si sono sostituiti spunti storici e letterari, personaggi chiave della storia e del costume scelti come grimaldelli per avviare un racconto del paesaggio naturale, agricolo e culturale. La narrazione permette un’immersione nel territorio, i droni riprese spettacolari.

 

Corrado Assenza

La tv di grandi capitali

Come spettacolare è stato l’avvento di Netflix – piattaforma streaming on demand – con le megaproduzioni Chef Table, docufilm da collezione per cura, approfondimento e linguaggio estetico. Lo testimonia Corrado Assenza, unica presenza italiana. Un milione di dollari di budget, mesi di ricerche per completare il dossier, oltre 100 ore di girato in 12 giorni, 2 mesi di post produzione per 48 meravigliosi minuti dedicati al pasticcere di Noto. Se oggi Caffè Sicilia ha un sito web che parla attraverso il racconto dei suoi clienti – lo si deve alla risonanza globale che ha avuto la trasmissione (che ha avuto un impatto anche nell’indotto turistico locale). “Mancavano 48 minuti ai 35 anni di lavoro, per compiere quello che la natura e la cultura straordinarie che ci sono qui ci permettono di fare” dice Assenza che non manca di celebrare la generosità in cui è immerso, quella della natura, dei contadini, delle mamme e delle nonne che trasmettono la storia e le tradizioni locali e dei suoi maestri professionali. “Cultura materiale popolare” la chiama, con una sintesi finissima e arguta.

Isabella Potì

L’età del web

Netflix è l’elemento di congiunzione tra tv e web, del piccolo (e grande) schermo usa i linguaggi, della rete i mezzi di distribuzione e fruizione. Un passaggio obbligato ci conduce verso i social network e i loro contenuti, ulteriore tassello di quella narrazione del cibo per immagini, in movimento e non. Volto noto al pubblico televisivo, ma ancora di più ai molti followers che la seguono online, Isabella Potì incarna la nuova generazione, quella che alla tv preferisce il web o che della tv fruisce attraverso diversi device, che richiedono un nuovo tipo di contenuti: veloci, attrattivi, di impatto. Foto, stories, post, video, Instagram, Facebook. Usano tutto, lei e tutto il team di Bros’ con Floriano Pellegrino in prima linea. L’obiettivo è creare una comunità di persone intorno a loro, si trovino in Salento o dall’altra parte del mondo (sul web i confini non esistono). “Sono mezzi, usiamo tutto quel che è intorno a noi per comunicare al meglio” Perfettamente consapevoli di quel che fanno “abbiamo un team che si occupa di comunicazione sin dall’inizio” spiega “anche se spesso le idee sono nostre e loro le sviluppano”. Un post a settimana da 3 anni a questa parte “raccontiamo quel che facciamo ogni giorno”. Sono dunque essi stessi il proprio contenuto e il proprio veicolo di trasmissione. “Ci viene spontaneo farlo, ma poi ci lavoriamo su. Nulla è lasciato al caso”.

Perché oggi la narrazione del cibo ha acquistato un’importanza quasi pari al cibo stesso.

a cura di Antonella De Santis