La ricerca condotta dell'Università di Boston ha preso in analisi il menu di dieci celebri catene di fast food americane, nel periodo compreso tra il 1986 e il 2016. Sorprendenti i dati: nonostante l'allarme obesità, aumentano sale, calorie e dimensioni.
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È davvero l’era del salutismo?

Nell’era del salutismo sbandierato come vessillo di autodisciplina e impegno sociale, anche la grandi catene di fast food hanno scelto la strada più utile per rassicurare una società attanagliata dalla piaga delle patologie alimentari, e alla ricerca costante di soluzioni per rinvigorire le istanze del benessere e della consapevolezza a tavola. Strategie di marketing che spesso hanno centrato il bersaglio, campagne di sensibilizzazione e iniziative per ripensare il classico menu da fast food all’insegna di una varietà che stempera l’impatto – comunque preponderante – del junk food.

La ricerca dell’Università di Boston: com’è cambiato il fast food?

È dunque interessante l’indagine condotta dai ricercatori della Boston University and Tufts, recentemente pubblicata dal New York Times, che traccia un bilancio degli ultimi trent’anni del fast food americano, nel periodo compreso tra il 1986 e il 2016. I parametri di analisi? Dimensioni, percentuale di sodio contenuta negli alimenti, apporto calorico degli stessi, per rilevare l’evoluzione reale dell’impatto alimentare di cui è responsabile il fast food sulla dieta di un americano medio, che facilmente è frequentatore abituale di almeno una delle molteplici catene diffuse negli States. Nell’arco di tempo analizzato, i ricercatori hanno preso in considerazione quasi 1800 referenze (tra entree, contorni e dessert) sul menu di 10 celebri catene presenti in America – Mc Donald’s, Burger King, KFC, tra i gruppi più radicati, e poi Arby’s, Carl’s Jr, Dairy Queen, Hardee’s, Jack in the Box, Long John Silver’s, Wendy’s – rilevando da un lato il tentativo di diversificare il menu per rispondere a rinnovate abitudini alimentari (la rosa dell’offerta è cresciuta in media del 226% in 30 anni), dall’altro una più pericolosa tendenza a caricare sul quantitativo di sale e sui grassi dei must della casa, dalle patatine fritte ai cookie al cioccolato, passando per gli anelli di cipolla fritti e i bastoncini di formaggio filante.

1986-2016: mangiare al fast food oggi fa più male

Sullo stesso trend, anche le dimensioni del prodotto monoporzione sono cresciute, a confermare l’assunto che si è profilato, evidente, al termine della comparazione dei dati: oggi il cibo del fast food è meno salutare rispetto a trent’anni fa. Di pari passo con l’aumento delle percentuali di obesità negli States, che oggi affligge il 40% degli americani adulti, rispetto al 13% dei primi anni Sessanta. E i dati parlano chiaro su tutta la linea, dagli snack più consumati per uno spuntino veloce fino a coinvolgere il dessert, con aumento evidente dell’apporto calorico in tutti i momenti del pasto. Gli snack studiati, per esempio, apportano in media 90 calorie in più per porzione, nel salto tra 1986 e 2016; mentre una porzione di dessert è cresciuta di ben 71 grammi, per mera strategia commerciale: convincere il cliente ad acquistare anche il dessert garantisce buoni margini di ricavo. E lo stesso vale per le politiche di prezzo del prendi 2 paghi (più o meno) 1, ampiamente utilizzate dalle grandi catene di fast food per attirare nuovo pubblico.

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Come correre ai ripari?

A poco serve, sostengono i detrattori del fast food, che le normative in merito alla salute pubblica di molti Stati abbiano introdotto l’obbligo di segnalare in menu gli alimenti con alta percentuale di sale, zuccheri, grassi. Il cambiamento, perché sia efficace, dovrebbe coinvolgere il sistema all’origine, anziché apporre bollini d’allarme a posteriori. E invece, una porzione di patatine fritte, pur a dimensioni invariate, nel 2016 “regalava” 42 calorie in più rispetto al 1986. La causa? Una percentuale di sodio più alta del doppio della quantità giornaliera consigliata. Dati da non sottovalutare, considerando che – in un Paese guidato da un Presidente che fa vanto della sua passione per il junk food, come conferma il “banchetto” offerto di recente ai giocatori di football in visita alla Casa Bianca – oggi l’11% del fabbisogno energetico della popolazione adulta americana è coperto dai pasti al fast food (e il National Center for Health Statistics rivela che oltre il 36% di loro si nutre così ogni giorno). Ma a che prezzo per la salute?

a cura di Livia Montagnoli