Il più grande produttore di panettone al mondo è il brasiliano Bauducco, seguito da un peruviano di origini italiane. E il business del panettone, il dolce italiano più imitato nel mondo, fa gola a molti. Ecco perché ora il comparto italiano si muove per chiedere una denominazione di tutela. L'incontro alla Camera dei Deputati.
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Il panettone è italiano

Un incontro alla Camera dei Deputati per parlare del futuro del panettone italiano. Insolito, decisamente. Ma comprensibile alla luce di un discorso più generale sull’importanza di tutelare l’agroalimentare made in Italy, che passa anche dall’impegno per valorizzare un simbolo dell’Italia gastronomica nel mondo, com’è il panettone. Proprio la sua fama fa del grande lievitato protagonista del Natale il dolce più imitato nel mondo. Triste primato, sottolineato alla vigilia di una nuova edizione della Settimana della cucina italiana nel mondo, che dal 18 al 24 novembre accenderà ancora una volta i riflettori sulla tradizione culinaria del BelPaese, sulla sua interpretazione all’estero e sulle diffusissime manipolazioni di prodotti e ricette che speculano sul fascino dell’italian sounding. La campagna “Il panettone è italiano” vuole opporsi proprio a questo, a partire dal tavolo tecnico organizzato nella mattinata di venerdì scorso per favorire l’incontro tra rappresentanti istituzionali, esperti e professionisti del settore, da Mauro Morandin a Claudio Gatti e Maurizio Bonanomi – tutti maestri del lievito madre – a Luigi Cremona e Stanislao Porzio, in quota alla critica e alla stampa gastronomica.

Panettone. Un business che piace all’estero

La campagna, supportata dall’Istituto Cooperazione Paesi Esteri (ICPE) e organizzata da Silvia Famà (Cucine d’Italia), prende le mosse da evidenti storture che governano un mercato decisamente redditizio (tra i confini nazionali il panettone vale 217 milioni di fatturato), che fa gola a grandi realtà straniere, come Bauducco, impresa di produzione di un brasiliano di origini italiane, che oggi è il più grande produttore di panettone nel mondo, con sei fabbriche negli Stati Uniti per 200mila tonnellate di prodotto all’anno e 140mila punti vendita in 40 Paesi. Ma nel novero dei panettoni “non” made in Italy finiscono anche quelli del pasticcere peruviano D’Onofrio (anche lui, dichiaratamente, di origini italiane), e del giapponese Donq, che a Kobe produce panettone classico Milano, forte degli insegnamenti appresi dal lievitista Olindo Meneghin. Attività, ricordiamolo, perfettamente legali (e in alcuni casi anche di buona qualità), in mancanza di una denominazione di tutela che rivendichi l’origine protetta, e made in Italy, per il panettone.

Panettone italiano. La richiesta della Dop

Dunque, a detta dell’avvocato Francesco Rossi, che ha partecipato al tavolo tecnico preliminare, l’obiettivo dei lavori è proprio quello di guardare oltre il valore dei singoli marchi, che da soli non bastano a contrastare le contraffazioni. Impegnandosi per creare una denominazione di tutela forte sul mercato comunitario. Perché l’impegno funzioni, però, appare evidente che sarà necessario coinvolgere tutti gli attori della filiera: non solo le aziende di panificazione e pasticceria e i maestri lievitisti, ma pure chi produce le materie prime che rendono unico un buon panettone italiano. Si inizia con l’apertura di una raccolta firme per il riconoscimento della denominazione d’origine (DOP) e la richiesta al ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova di aprire un tavolo tecnico presso il ministero.

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