La Ministra per le Politiche agricole fa il punto sull’anno peggiore per l’agroalimentare italiano. Tavolo del vino e standard unico di sostenibilità sono alcune delle prossime tappe. Servirà il contributo delle imprese per arrivare a un nuovo “Piano di sviluppo” del settore e sarà molto importante non sprecare i miliardi che arriveranno dal Recovery Fund
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Un anno in apnea nel vero senso della parola quello vissuto dalla Ministra per le Politiche agricole, Teresa Bellanova, che, in questa intervista al settimanale Tre Bicchieri, ripercorre le tappe vissute dal sistema agroalimentare e vitivinicolo italiano dall’inizio della pandemia. Ma, soprattutto, spiega e illustra quali saranno le linee guida per la ripartenza. Il vino italiano si è complessivamente difeso dall’attacco del Covid-19 ma per molti imprenditori il periodo più difficile dovrà ancora venire.

In questo scenario, reso ancora più incerto dai venti di crisi che hanno soffiato sul Governo Conte, con la Bellanova che aveva minacciato di dimettersi per diversità di vedute sui fondi del Recovery plan, il supporto istituzionale sarà ancora più importante in funzione della ripresa nel 2021. Ma la ministra sembra voler guardare decisa al futuro, mettendo in evidenza alcuni concetti: il vino ha pagato un conto salato alla pandemia e per il suo rilancio ha bisogno di “un nuovo Piano di sviluppo”, che dovrà scaturire dal confronto con la filiera al Tavolo vino. Le risorse a disposizione saranno trovate a patto che si proceda attraverso uno scambio costruttivo tra imprenditori e Mipaaf.

Le misure per il vino nel 2020

Durante il 2020, sono state diverse le misure adottate da Governo e Mipaaf per mitigare gli effetti della crisi economica. Adeguandosi ai nuovi regolamenti Ue per far fronte alla crisi dei Dazi Usa e alle incertezze sul mercato cinese (Hong Kong), le imprese hanno potuto usufruire di maggiore flessibilità sulle regole dell’Ocm Promozione, hanno visto incrementare il cofinanziamento pubblico dal 50% al 60%. Per evitare il surplus di vino e offrire ristoro ai produttori, è stata avviata la distillazione di crisi per i vini comuni (50 milioni di euro). Per contenere i volumi, 100 milioni sono andati alla riduzione volontaria di Dop-Igp. I 60 milioni rimasti inevasi sono andati alla decontribuzione a carico dei datori di lavoro e allo stoccaggio dei vini Dop-Igp (9,5 mln).

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Ministra Bellanova, proviamo a tirare le somme di questo 2020. Innanzitutto, si sarebbe mai aspettata un anno del genere?

Abbiamo dovuto fronteggiare criticità e situazioni drammatiche che nessuno di noi poteva prevedere. Lo voglio dire con chiarezza: non dimenticheremo mai quanto abbiamo vissuto nei primi mesi della pandemia e non saremo mai abbastanza grati a tutte quelle donne e tutti quegli uomini che si sono spesi con una dedizione e abnegazione enormi, senza avere altra preoccupazione che dare aiuto, proteggere la vita. Non è un caso se ho parlato di quella agroalimentare come Filiera della vita. Abitata, come quella sanitaria, per la maggior parte dalle donne. Una filiera per me strategica che ha dimostrato al Paese l’intreccio fortissimo tra garanzia degli approvvigionamenti, sovranità, salute e sicurezza alimentare, diritto al cibo e cibo di qualità per tutti, tenuta sociale delle comunità.

Come ha reagito la filiera?

Sono stati mesi durissimi e complicati, sotto tutti i punti di vista, non ancora finiti, che ci consegnano una lezione importante: l’interdipendenza assoluta tra tutti gli anelli della filiera, canale Horeca incluso. Se abbiamo individuato “ripresa e resilienza” come parole chiave di questo momento complesso e difficile, dobbiamo aggiungerne altre altrettanto fondanti: alleanza e leale collaborazione. Nella filiera istituzionale, nel rapporto con il settore, in quello con i consumatori che hanno diritto a informazioni trasparenti e corrette. Su questo, proprio il mondo del vino può dare lezioni importanti.

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In che momento ha avuto la precisa sensazione che la crisi sanitaria sarebbe diventata economica e sociale?

Fin da subito. Un dramma nel dramma. Quando sono cominciate ad arrivare le prime informazioni convulse sui blocchi alle frontiere, o sulle richieste, assolutamente indebite e inopportune, infondate, di certificati virus free per i nostri prodotti. Sleale concorrenza sotto tutti i profili. In quel momento mi è stato subito chiaro che questa filiera stava correndo un rischio enorme, e così l’intero Paese. E che bisognava lavorare fin da subito per fronteggiare contemporaneamente le due emergenze, sanitaria ed economica. Mentre chiedevamo ai cittadini rinunce e limitazioni nella loro vita quotidiana, tanto da restare chiusi nelle case, ad altre donne e uomini chiedevamo di continuare a lavorare per garantire cure mediche e cibo: sui banchi e negli scaffali.

Come giudicherebbe, in estrema sintesi, la risposta data da questo Governo alla pandemia da Covid relativamente all’agricoltura nel suo complesso?

Ho avuto fin dal primo momento un unico assillo: mettere in sicurezza la filiera agroalimentare. Garantire sostegno e liquidità alle imprese per tutelare lavoratrici e lavoratori, e tutto il necessario per impedire che anche una sola azienda fosse costretta a chiudere. Il mio impegno, e quello dei miei uffici, è stato no stop. E non sempre, le assicuro, è stato semplice convincere i colleghi di governo delle difficoltà di segmenti che comunque continuavano a lavorare mentre altri erano fermi. Dal primo Decreto, il Cura Italia, agli ultimi due Decreti Ristori, alla prossima Legge di Bilancio adesso in discussione in Parlamento, le risorse complessivamente destinate al settore ammontano a oltre 5 miliardi, al netto delle misure orizzontali. Misure definite grazie a un costante e continuo confronto con l’intera filiera, consapevoli appunto della sua assoluta strategicità per il Paese e della necessità di garantire puntelli più che solidi e forti in vista della ripresa.

Per il settore vitivinicolo, attraverso i vari decreti d’urgenza del Governo, si è intervenuti su diversi fronti: flessibilità sull’Ocm Promozione, distillazione dei vini comuni, riduzione volontaria delle produzioni Dop-Igp, decontribuzione e ora con lo stoccaggio. Alcune misure non hanno avuto il successo sperato anche se le risorse sono state comunque riassegnate. C’è qualcosa che andava fatta meglio?

È stata una fase molto difficile per tutti. Con la chiusura dell’Horeca e la ridotta diversificazione dei mercati e dei canali di vendita, alcuni settori, tra cui il vitivinicolo, hanno pagato il conto più salato di uno scenario di crisi dove rischia adesso di insediarsi l’incertezza. Un conto rilevante anche per le imprese più dimensionate che comunque, potendo contare su strutture commerciali, finanziarie e patrimoniali più robuste, evidentemente sono caratterizzate da una resilienza più elevata.

La nostra qualità e la nostra eccellenza nel mondo è fatta dalla amplissima tastiera e ricchezza di cui la filiera vitivinicola è costituita, dalla combinazione delle innumerevoli linee di nicchia, dalla straordinaria scelta a disposizione di un canale fondamentale come quello della ristorazione, dal posizionamento sui mercati interno e globale, dall’alleanza con i consumatori. Questa straordinaria ricchezza, che si riflette nelle oltre 500 cultivar e si traduce anche nelle 525 Denominazioni di origine, noi – non a caso dico noi – dobbiamo essere capaci di traghettarla per intero. Proprio per questo, abbiamo destinato al vino risorse e strumenti ad hoc per rispondere in modo mirato alle sfide che i mercati stanno ponendo alle imprese.

Ci faccia alcuni esempi

Abbiamo lavorato per garantire l’esonero contributivo nei primi sei mesi del 2020 e anche per novembre e dicembre per oltre un miliardo. Abbiamo individuato nel Fondo Ristorazione, destinandovi 600 milioni, uno strumento efficace per sostenere ristorazione e filiera agroalimentare soprattutto nei segmenti di eccellenza. Abbiamo destinato espressamente al settore misure, strumenti e risorse per circa 100 milioni, oltre a quelli più generali per l’immediata liquidità insieme al fondo perduto. Abbiamo lavorato intensamente per dare attuazione a quelle misure adottate dalla Commissione europea, per lo più finalizzate a garantire maggiore semplificazione e flessibilità di misure già attuate. Sosteniamo la necessità di uno specifico Tavolo-vino nell’ambito delle azioni mirate ad export e internazionalizzazione; tavolo che conto di poter fissare quanto prima insieme al Ministro Di Maio. Le sfide che il periodo e i mercati stanno ponendo alle imprese richiedono analisi e ricerche specifiche e comportano rilevanti investimenti materiali e immateriali. Perché accada come deve, siamo disponibili ad accompagnare il settore su più fronti.

In che modo?

Serve un nuovo “Piano di sviluppo” dell’intera filiera vitivinicola italiana, in grado di parlare al futuro e guardare a quello che succederà nei prossimi anni. Di certo, se oggi dovessi affrontare una criticità così globale, con l’esperienza appresa, per alcune azioni avrei un approccio diverso. Ma so che è stato fatto tutto quello che era in nostro potere.

Nel confronto le istituzioni europee, l’Italia sta insistendo nel chiedere più risorse, oltre ai 300 milioni del pacchetto Ocm. Cosa dobbiamo attenderci da Bruxelles?

Le ripercussioni sul settore vitivinicolo sono rilevantissime e ai problemi legati al Covid – anche per la chiusura e limitazioni subite dal canale ristorazione – si aggiungono le difficoltà dovute alla recessione globale, ai problemi di esportazione in taluni importanti mercati, in primis la Russia, all’incertezza per la Brexit. Per questo, ho chiesto all’Europa coraggio e visione, investimenti straordinari per il settore con risorse extra Pac, semplificazione, rapidità, efficacia, concretezza. Da poco, come sa, abbiamo chiuso in Consiglio l’accordo sulla Pac post 2020 e siamo alle prese con i triloghi per la finalizzazione della riforma. Resta il nodo delle risorse Ocm vino. In questo contesto, le risorse destinate all’Ocm vino, continuano ad essere il principale strumento di intervento per il settore, ma non bastano.

Quindi occorre migliorare la dotazione finanziaria?

Il settore vitivinicolo, per la sua importanza economica ma anche per quello che rappresenta a livello territoriale, turistico e sociale, ritengo meriti più attenzione. Per questo, occorre lavorare insieme, in modo convinto e condiviso, per migliorare la capacità di realizzazione degli strumenti necessari a rilanciarlo e fornire il sostegno necessario a superare questa fase. La riflessione va aperta subito per verificare quali soluzioni adottare così da sostenere, incentivare e rendere maggiormente efficaci gli strumenti per favorire le nostre imprese, soprattutto nelle esportazioni nei mercati interni e nei Paesi terzi.

L’incognita Brexit, coi negoziati in corso, e i Dazi Usa sui vini Ue, alla luce della imminente presidenza Biden, sembrano fare ora meno paura?

Lo scenario impone massima attenzione. Lo traduco sul versante europeo: essere capaci di difendere e rafforzare l’unità d’azione comune e la coesione tra gli Stati membri. Serve un dialogo costruttivo, un’azione corale e di sistema. Dobbiamo attrezzarci con strategie sempre più complesse e differenziate e, soprattutto, mettere al centro la promozione all’estero come componente principale delle politiche pubbliche per valorizzare e difendere al meglio i nostri prodotti. L’ho ribadito anche nel corso dell’ultima Cabina di regia per l’Italia internazionale: essere capaci di sviluppare sempre di più una logica integrata nella promozione, per portare nel mondo non solo un prodotto ma quel “pezzo d’Italia” da cui trae origine, in termini di territorio, cultura e stile di vita. Dobbiamo sviluppare ulteriormente questo filone, a difesa soprattutto di indicazioni geografiche che valgono quasi 10 miliardi di export.

L’allentamento del Patto di stabilità europeo e le risorse che il Recovery fund metteranno a disposizione dal 2021 in avanti sono un’occasione unica per fare gli investimenti necessari nel settore primario. Lei ha dichiarato che il Mipaaf è pronto a recitare una parte da protagonista nella capacità di spenderle. Quali pensa debbano essere le direttive d’azione?

L’occasione offerta dal Recovery non può essere sprecata: quei 209 miliardi devono essere assolutamente al servizio del rilancio del Paese. Per quanto ci riguarda, non abbiamo dubbi: competitività del settore agroalimentare, attraverso progetti che includono i contratti di filiera del settore agricolo e della pesca; creazione e rafforzamento delle infrastrutture logistiche per favorire lo sviluppo del potenziale nell’export delle piccole e medie imprese agroalimentari italiane e della pesca; rigenerazione dei sistemi produttivi, a partire da quelli che possono permettere all’Italia di riconquistare una posizione leader a livello mondiale facendo leva sullo straordinario patrimonio di biodiversità che caratterizza il nostro Paese. E recupero delle aree interne. Agricoltura, pesca, acquacoltura, agroalimentare devono giocare un ruolo determinante nel rilancio e nel futuro del Paese.

Perché?

Perché hanno dimostrato di essere settori ad alta capacità espansiva e potenziale di crescita e perché sono capaci di attrarre in modo evidente le nuove generazioni e le donne, la più straordinaria leva per l’innovazione su cui possiamo contare.

La logistica, come osservato a più riprese in questo 2020, sarà uno degli asset futuri di sviluppo. E l’Italia deve intervenire per sanare decenni di mancati investimenti che potrebbero farle perdere competitività. Cosa ne pensa?

Export e logistica vanno di pari passo. Perché i prodotti camminano lungo le reti. Penso alla logistica globale, alle specificità dell’accesso alle piattaforme digitali internazionali dei nostri piccoli produttori, alla necessità di mettere a fattor comune i progetti di ricerca e le possibilità di trasferimento all’estero dell’innovazione tecnologica italiana nel campo agroalimentare.

La Federvini chiede un “piano Marshall” per il rilancio di vino e spirit e del brand Italia. E l’Unione italiana vini insiste per incrementare i fondi Ocm Promozione da 100 a 150 milioni di euro. Le due più grandi sigle di settore che speranze hanno di vedere accolte queste richieste? In che tempi?

L’Ocm vino e i Piani nazionali di sostegno vanno migliorati nella portata e nell’efficacia dell’implementazione nel cui ambito, accanto ai tradizionali strumenti destinati a migliorare le strutture, dobbiamo potenziare espressamente quella dedicata alla promozione, quanto mai necessaria in un momento come questo. Su questo, in particolare, occorre un progetto organico, in grado di mettere a sistema le buone pratiche – e ne abbiamo tante – e a valore tutto quello che di buono siamo riusciti a fare in questi anni, soprattutto per rafforzare l’ambito internazionale, dove il Made in Italy è molto apprezzato. Però, non riusciamo a essere presenti e forti come potremmo. Se la filiera sarà in grado di mettere in piedi un progetto con questo livello di ambizione, sono sicura che le risorse necessarie per sostenerlo saranno trovate.

Patto per l’export e Tavolo vino al suo interno, sono due strumenti molto attesi dalle cantine italiane per il rilancio del Made in Italy sui mercati esteri. E tutto ciò appare come un’occasione irripetibile per inaugurare un nuovo modo di promuovere l’immagine italiana nel mondo.

Conto di poterlo convocare presto insieme al Ministro Di Maio, con Ice e con tutti i rappresentanti della filiera. Dovrà avere una natura concretamente operativa. Abbiamo bisogno di impostare una grande campagna di comunicazione per conquistare con le nostre eccellenze tutti quei mercati che sono potenzialmente attratti dal Made in Italy. È importante che proprio dalle imprese arrivino le indicazioni per ottimizzare le strategie e le politiche mirate al settore.

La pandemia ci ha posto di fronte alla sfida del digitale. In questo, l’Italia deve recuperare un gap strutturale – e anche culturale – rispetto agli altri Paesi, a fronte di un consumatore che sta cambiando abitudini e guarda ad alimenti facilmente reperibili, salutari e rispettosi dell’ambiente. Ritiene ci possano essere risorse ad hoc nel 2021?

Innovazione è parola d’ordine. In questa fase, abbiamo compreso tutti quanto sia necessario attivare sempre più strumenti cross-mediali, puntare anche sulle piattaforme di e-commerce, potenziare i servizi di delivery, le vendite multicanale e al contempo sostenere i luoghi fisici del commercio. Strumenti che, tra l’altro, potranno essere decisivi nel migliorare le capacità competitiva delle piccole e medie imprese, che hanno sofferto maggiormente in questa crisi. La pandemia ha sicuramente accentuato il problema della frammentazione aziendale quale elemento strutturale di debolezza del sistema. Su questo, dobbiamo intervenire e siamo consapevoli che il digitale è uno strumento essenziale e sul quale il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza così come la nuova Pac potranno incidere in modo determinante.

Non solo il tema del digitale, l’Italia vinicola dovrà puntare sul concetto di innovazione. Ma di che tipo?

È evidente l’urgenza di un’innovazione capace di connettere tutti i segmenti del sistema, anche quelli più piccoli che nel nostro caso sono le piccole e piccolissime imprese, quelle a cui dobbiamo invece rivolgerci con rinnovato interesse, perché sono una componente importante nella dorsale produttiva e rappresentano un irrinunciabile presidio del territorio, della cura e valorizzazione del paesaggio, della produzione di buon cibo. Inoltre, dobbiamo agire attraverso il potenziamento delle azioni di promozione del nostro prodotto anche nel mercato nazionale, oltre che per gli investimenti green e digitali in cantina. E, senza immaginarla come un fine, potenziare la blockchain. Uno strumento importante che, nel contesto più ampio dell’innovazione in agricoltura, va utilizzato al meglio per raggiungere i veri obiettivi che sono la valorizzazione del reddito degli agricoltori, la massima informazione dei cittadini, la sostenibilità economica, sociale, ambientale.

Ministra, lei si è molto battuta lo standard unico di sostenibilità nel vino, che porterebbe l’Italia a essere il primo Paese ad adottarlo. La norma del Decreto Rilancio ha bisogno di un testo attuativo: sarà pronto entro l’anno, come annunciato?

È una misura fortemente voluta da tutti gli operatori, che punta alla definizione di uno standard unico sulla sostenibilità della filiera, sulla base dei più moderni criteri adottati a livello internazionale in materia (carbon foot print, water foot print, ecc.), recentemente richiamati anche dal “Green new Deal” e dal “Farm to Fork”. Una scelta obbligata, per rimanere competitivi a livello mondiale: abbiamo tutte le carte in regola per attestarci su questo livello di eccellenza e di leadership.

Guardiamo all’occupazione. Alla fine della grande crisi, avremo probabilmente cittadini inoccupati o che dovranno cambiare lavoro, inclusi i giovani, ed espatriati che torneranno dall’estero. Un’occasione irripetibile per convincerli a rivalutare le aree interne e la piccola imprenditoria agricola. Come invogliarli?

L’agricoltura non è un settore del passato ma del futuro, è il futuro. Ce lo dicono quelle giovani donne e giovani uomini, sempre più numerosi, che scelgono questo mondo portando qualità e innovazione. Non un ritorno alla zappa, ma un nuovo impulso di competenze e alte professionalità al servizio di un settore strategico per la crescita dell’economia italiana, la valorizzazione del Made in Italy nel mondo e la conservazione del territorio. Siamo determinati a mettere a valore tutti gli strumenti a disposizione per favorire il ricambio generazionale e sostenere gli investimenti da parte dei giovani. Con la stessa determinazione intendiamo sostenere l’imprenditoria femminile, che oggi rappresenta oltre il 30% dell’agricoltura nazionale.

A tal proposito, ci sono novità in arrivo nella Legge di Bilancio?

Nella prossima Legge di Bilancio confermiamo per il secondo anno la misura “Donne in campo” a sostegno dell’occupazione giovanile. E anche la decontribuzione di 24 mesi per chi avvia un’attività agricola sotto i 40 anni. È un modo per incoraggiare a fare, dicendo che Stato c’è ed è vicino a chi ha voglia di investire e scommettere, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree interne, su questo straordinario settore.

Qualsiasi strategia si pianifica conoscendo bene il mercato, con enti pubblici efficaci, tempestivi e aggiornati. La Francia lo fa con FranceAgrimer, la Spagna con l’Oemv, l’Italia con l’Ismea. Ritiene ci siano spazi nel 2021 per potenziare l’Istituto affinché diventi il punto di riferimento sul vino italiano?

Ismea dispone già di una rete di rilevazione dei dati di mercato di tutti i prodotti agricoli a servizio delle istituzioni e delle imprese. Il vino è uno dei settori più rilevanti e strategici del Made in Italy agroalimentare e l’Italia è leader a livello mondiale. Considerata l’importanza del settore anche e soprattutto sul fronte delle esportazioni, credo necessario che Ismea rafforzi l’analisi e la rilevazione dei dati sui mercati internazionali. Su questo, lavoreremo per fornire un supporto sempre più adeguato alle imprese.

Ministra, salutiamoci con gli auguri per il nuovo anno e per il Natale. A proposito, quali sono le sue Dop vinicole preferite, che non mancano mai sulla sua tavola?

Rivolgo i miei auguri più sinceri di un Buon Natale e soprattutto di un nuovo anno, che speriamo porti salute e serenità a ognuno di noi. E, per quanto riguarda le Dop vinicole preferite, le svelo due segreti: per me il vino segna le occasioni speciali, quelle in cui sono in compagnia delle persone che amo. A quel punto: bianco, rosso, rosato e tutte le infinite sfumature per me vanno benissimo, purché sia di quella altissima qualità cui ci ha abituati la nostra vitivinicoltura. Quanto alle Dop, abbiamo appena presentato l’ultimo Report Qualivita-Ismea sul valore della Dop economy e sul ruolo strategico delle nostre Indicazioni geografiche. Come potrei dirle quale preferisco? L’Italia vanta oltre 500 cultivar e, con Mario Soldati, dico che nelle bottiglie viaggiano pagine di poesia. Un valore straordinario. Se potessi, sulla mia tavola le porterei tutte.

a cura di Gianluca Atzeni

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 17 dicembre 2020

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