Si avvicina la Pasqua e con lei si riaccende il dibattito sulla questione degli agnelli. Un dibattito che coinvolge animalisti, tradizionalisti ma anche chi, come noi, cerca di approcciarsi alla questione in maniera laica senza difendere a spada tratta la tradizione. E siccome il punto di vista dei pastori lo abbiamo già sciorinato, quest'anno diamo voce a chi è nettamente contrario all'uccisione degli agnelli, e più in generale di tutti gli animali.
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Lo scorso anno abbiamo pubblicato un articolo per dar voce ai pastori – Ambientalismo. Mangiare o non mangiare l’agnello a Pasqua? – che ha fatto molto discutere. La tesi era, in poche parole, questa: se si smettesse di mangiare gli agnelli scomparirebbe una specie perché, da una parte, il mantenimento dei maschi adulti risulta per i pastori insostenibile economicamente e, dall’altra, se si liberassero gli agnelli nei boschi per evitarne la morte, la morte la incontrerebbero comunque per opera di altri animali, come per esempio i lupi. Un ragionamento che ci sembrava abbastanza logico, ma che ha comunque scatenato le ire di alcuni nostri lettori. Così quest’anno, per una sorta di par condicio (ma soprattutto per comprendere meglio la questione), abbiamo chiesto di commentare l’articolo al filosofo antispecista e professore all’Università di Torino Leonardo Caffo e all’ex allevatore Massimo Manni, fondatore del Santuario Capra Libera Tutti di Nerola, in provincia di Roma.

Ecco perché non dovete mangiare l’agnello a Pasqua
Leonardo Caffo

Il problema è il meccanismo di produzione attuale

Noi ci poniamo questo problema perché dietro c’è un meccanismo di produzione. In natura non esisterebbero centinaia di migliaia di agnelli da far sopravvivere, ci sarebbero quei pochi cuccioli e probabilmente sopravviverebbero perché accuditi dalla madre. Un po’ come avviene per i cuccioli di leone o di gazzella”. Spiega Leonardo Caffo, il quale contesta anche il fatto che la pecora sia ormai un animale addomesticato incapace di vivere in natura. “Ci sono molti studi che dimostrano che smettendo di allevare, nel giro di un paio d’anni non ci sarebbe più il problema. Se poi volete sapere con gli agnelli che ci sono adesso cosa ci dobbiamo fare, per me ve li potete pure mangiare perché il problema non è l’effetto (che è comunque sbagliato), ma la causa”. Il problema sta dunque a monte: “Non dovrebbe essere più consentito il meccanismo di produzione attuale”.

Ecco perché non dovete mangiare l’agnello a Pasqua
Santuario Capra Libera Tutti

Non ha senso fare una distinzione tra allevamenti intensivi ed estensivi

Per il filosofo non ha nemmeno senso fare una distinzione tra allevamenti intensivi e allevamenti estensivi. “È una falsa distinzione perché ammesso che l’animale venga trattato bene prima di morire, il punto è che poi viene comunque ammazzato: io contesto l’uccisione”. Una visione condivisa anche da Massimo Manni, il quale ha deciso di smettere di fare l’allevatore nel momento in cui si è trovato nella condizione di dover vendere gli agnelli maschi in quanto non produttivi. “Quando ho levato i figli alle madri, queste hanno urlato disperate davanti alla mia porta di casa per una settimana intera. Non sono dei prodotti, sono pur sempre essere viventi, dunque che tu compri dall’allevatore intensivo o dal pastore che ha cento pecore, per l’animale non cambia nulla. La pecora sarà sempre quella che piange e si dispera se le porti via il figlio”. Stessa cosa vale per i cuccioli. “Noi andiamo davanti ai mattatoi dove arrivano i camion pieni di agnelli e voi non avete idea del pianto di questi animali. Sono pianti di cuccioli di venti giorni che chiamano la madre”. Ci racconta Manni, che in provincia di Roma ha dato vita ad unluogo dove animali reduci e ribelli allo sfruttamento umano ritrovano la loro libertà e dignità”.

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Ecco perché non dovete mangiare l’agnello a Pasqua
Massimo Manni nel Santuario Capra Libera Tutti

Il Santuario Capra Libera Tutti

Nel santuario – che a livello legale è considerato come un allevamento con i rispettivi obblighi di legge – ospitano attualmente un centinaio di pecore e capre salvate dai mattatoi. “Chiaramente dagli animali non ricavo nulla e sopravviviamo grazie ai volontari e grazie ad autoproduzioni, visite guidate ed eventi”. Racconta Massimo, per il quale la pastorizia e l’allevamento in generale non dovrebbero proprio più esistere, così come “è scomparso quello che accendeva con la fiammella i lampioni nella pubblica via”. Ma se si abolisce la pastorizia che ne è dei pastori? “Ogni essere umano va rispettato anche sulla base di quello che la società gli ha dato da fare, anche in questo caso il problema è a monte e deve essere gestito dalla politica”. Spiega ancora una volta Caffo. “Nell’Unione Europea si sta già parlando di convertire la pastorizia in altri tipi di attività”. In pratica che cosa bisognerebbe fare? “Si potrebbero dare degli incentivi per creare altri tipi di realtà economiche disincentivando la pastorizia, magari attraverso delle multe a tutte quelle attività che massacrano l’equilibrio uomo-animale, uomo-natura, uomo-pianeta”.

Ecco perché non dovete mangiare l’agnello a Pasqua
Massimo Manni

Bisogna convertire la pastorizia in altre attività economiche

Questa cosa avviene soltanto se si inverte un meccanismo di lobbismo economico, scommetto che avverrà soltanto quando saremo talmente tanto in difficoltà da dover mettere mano al portafoglio per poter dire ai pastori: ‘quanto costano le vostre attività e quanto producete? Noi vi diamo la stessa cifra per far partire qualche altro tipo di attività’. É un processo lungo, sicuramente sono contrario ad agire in maniera violenta ma non va nemmeno bene far finta di nulla perché alla lunga noi umani non avremo davvero più nulla da mangiare”.

Ma dal punto di vista economico è sostenibile? “Nessun aiuto alle categorie in difficoltà è sostenibile economicamente se non con dei sostegni, appunto. Ovviamente è un’attività transitoria: si aiuta adesso la categoria protetta nella speranza che non ci sarà più. E in contemporanea bisogna avviare una campagna di sterilizzazione delle pecore”. Che tutto è tranne che “naturale”.

E a proposito di natura c’è un’altra questione da affrontare, la pratica della pastorizia ha infatti creato un ambiente specifico, fatto di tante altre specie. Come risolvere questo aspetto? “Bisognerebbe fare degli interventi ecologici e ambientali in questi territori. Ci vorrebbero delle persone, come agronomi o botanici, in grado di capire cosa crea nel breve periodo la sottrazione della mano dell’uomo. Il nuovo Ministero della Transizione Ecologica dovrebbe occuparsi proprio di questo! Ad ogni modo la situazione in tutti i campi è talmente alterata che l’unica cosa che può salvare il disastro creato dall’uomo contro la natura, è l’uomo stesso che si allea con la natura”. Dunque anche chi contesta l’uccisione degli agnelli sa bene che la questione non si risolve semplicemente non macellando più gli agnelli. Dal canto nostro speriamo di aver fornito un quadro più completo della situazione di modo che ognuno di voi possa fare una scelta consapevole.

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a cura di Annalisa Zordan