Paradosso all’italiana: se gli elenchi regionali sull’enoturismo escludono proprio chi l’enoturismo lo fa da sempre. La denuncia Uiv: “Adesso correggere l’errore”
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A oltre due anni dall’introduzione della Legge nazionale sull’Enoturismo sono solo cinque le Regioni che hanno recepito la normativa (Abruzzo, Toscana, Puglia, Emilia-Romagna, Lombardia e Marche), anche in un mondo fortemente cambiato dalla pandemia, che ha imposto nuove esigenze e regolamentazioni. E tuttavia, anche quelle che si sono messe in regola (tramite una semplice adozione di giunta o attraverso una nuova legge regionale), lo hanno fatto in modo errato e disparato, così come denuncia Sebastiano De Corato, consigliere Uiv (con deleghe all’enoturismo) e vicepresidente del Movimento Turismo del Vino. “Quasi tutte le regioni (ad eccezione dell’Abruzzo; ndr) hanno stilato un elenco positivo – non necessario – di chi può svolgere l’attività di enoturismo, tagliando fuori una gran fetta di aziende. Alcuni di questi elenchi, infatti, autorizzano l’avvio delle attività di accoglienza esclusivamente alle aziende agricole o ai consorzi, negando l’autorizzazione ad altre aziende con forme giuridiche diverse, le quali da anni praticano questo tipo di attività”.

Per esempio, la Toscana (tra le prime regioni ad aver approvato la legge) prevede solo le imprese agricole e le cooperative, assieme ad alcuni soggetti non attivi (che non producono e non ospitano) come Strade del vino o Consorzi. Altre regioni, come l’Emilia-Romagna, includono le aziende agricole ed escludono le imprese che effettuano attività di commercializzazione all’ingrosso e al minuto. Una situazione che, invece di agevolare la pratica enoturistica, la complica ancora di più. Ma come è potuto accadere? “Diciamo che non si è capito il senso della legge e a chi è dedicata” sostiene Decorato.

I punti critici della legge sull’enoturismo

Infatti, secondo quanto ricostruito da Unione Italiana Vini, si tratterebbe di un’errata interpretazione di un passaggio della legge nazionale (in particolare dell’art. 1 par 2 del DM 2779 del 12 Marzo 2019), dove il legislatore, riferendosi alle aziende agricole, voleva semplicemente chiarire la modalità in cui queste ultime avrebbero dovuto fatturare le visite in cantina, e non di certo escludere tutte le altre imprese con ragioni sociali differenti (spa; snc; cooperative e così via). Il risultato è stato, invece, quello di escludere la metà dei soggetti interessati. Anche perché, alcune delle più grandi aziende vitivinicole italiane hanno forme giuridiche diverse da quella agricola. Come spiega Uiv, il rischio è quindi che, “una volta terminato il periodo transitorio (sei mesi a partire dall’entrata in vigore della legge regionale; ndr) e compilati gli albi, proprio le aziende che esercitano questa attività da più tempo, vengano escluse perché non rispondenti ai requisiti previsti”.

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Quale futuro per l’enoturismo?

Fatto il pasticcio, come si può intervenire adesso per risolverlo? “Andrebbero modificate le leggi regionali già approvate, come ad esempio sta già facendo la Puglia” spiega Decorato “Allo stesso tempo, però, bisognerebbe sensibilizzare le Regioni che ancora non hanno avviato l’iter, magari con una circolare esplicativa del Mipaaf, così come abbiamo chiesto di fare al sottosegretario Gian Marco Centinaio”. Intanto, sul modello della legge sull’enoturismo, si sta discutendo di quella relativa all’oleoturismo, in arrivo nel 2022. “A questo punto, speriamo che la lezione sia stata imparata”, chiosa il delegato Uiv. Ma meglio non dare nulla per scontato perché in Italia una cosa è certa: se una materia semplice può essere resa complicata, sicuramente si lavorerà affinché ciò avvenga.

a cura di Loredana Sottile

 

 

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Questo articolo è stato pubblicato sul Settimanale Tre Bicchieri del 16 dicembre 2021

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