Per le cantine è l’ora di valutare formule nuove di finanziamento: non solo mini bond, ma anche sistemi di valorizzazione del magazzino. L’iniziativa di [email protected] per supportare le imprese interessa anche i grandi consorzi del vino italiano
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Export al palo, una vendemmia alle porte e tanto vino invenduto in cantina, soprattutto se commercializzato finora attraverso il canale Horeca, finanziamenti statali che sono costituiti più da prestiti a lunga scadenza che da contributi a fondo perduto e aziende vitivinicole alla disperata ricerca di liquidità, in un momento in cui gli accessi al credito non sono poi così scontati, nonostante le misure predisposte dal Governo coi vari decreti Cura Italia, Liquidità e Rilancio.

[email protected] capital

Tra necessità imprenditoriali e ritardi istituzionali, emergono proposte e formule alternative come quella elaborata da [email protected] capital, società del gruppo Abal, quotata da marzo 2020 alla borsa di Londra (Lse), con una capitalizzazione di oltre 227 milioni di sterline. Guidata dall’amministratore delegato Alessandro Zamboni, la società sta incontrando l’interesse di istituzioni e distretti dei vini italiani di alta gamma, dal Barolo al Brunello, dalla Franciacorta alla Sicilia, passando per la Sardegna. A parlare a Tre bicchieri è lo stesso Zamboni, che illustra il sistema di inventory monetisation.

Dottor Zamboni, come funziona il vostro servizio?

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Creiamo valore dalle rimanenze e dagli stock in magazzino, come vini in botte, in fase di affinamento, ma in un modo diverso da quanto accade coi finanziamenti bancari.

Ovvero?

Facciamo un’analisi dell’azienda, identifichiamo gli stock e li acquistiamo immettendo liquidità per le imprese. Poi, informatizziamo questi beni dando vita a delle cartolarizzazioni che, attraverso società veicolo, sono collocate sul mercato a favore di investitori esteri, che sottoscriveranno dei titoli finanziari.

Quindi, le imprese mantengono il possesso dei loro vini?

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Sì. Noi acquistiamo gli stock a un prezzo (ad esempio mille euro) che è una via di mezzo tra il franco cantina e il prezzo al pubblico, meno la nostra provvigione che è dell’8%. E quando l’azienda venderà sul mercato le sue bottiglie a prezzi al consumo, quindi più alti, potrà scegliere se riacquistare le sue bottiglie restituendo quei mille euro a [email protected] oppure optare per la permuta, mettendo a disposizione altri vini del proprio magazzino, anche se questi saranno disponibili in un tempo di sei mesi, alimentando di nuovo il sistema.

In tal modo, si garantisce un ulteriore flusso di cassa.

Esatto. Il processo di rolling dura tre anni, per la cantina non c’è alcun impatto finanziario. Anzi, siamo noi che gli anticipiamo gli incassi delle vendite. In questo senso, il nostro capitale non è un debito.

Gli investitori esteri devono sperare che i vini di una determinata cantina siano venduti?

Certamente. E il nostro compito è proprio quello di valutare la bontà dell’investimento e individuare quei vini di qualità che abbiano mercato. Ma non necessariamente devono essere vini d’alta gamma.

Cosa prevede il vostro attuale business plan?

Abbiamo un accordo per l’emissione di cartolarizzazioni fino a un miliardo di euro che saranno collocate da un importante operatore britannico. E speriamo di crescere.

Come si certifica che uno stock viene venduto?

La nostra piattaforma colloca gli stock in un registro digitale che segnala ogni dettaglio, anche sfruttando tecnologie di certificazione blockchain, interessanti soprattutto peri consorzi di tutela.

In quanto tempo riuscite a garantire liquidità alle aziende?

L’impresa carica nella piattaforma le bottiglie e riceve i fondi entro cinque giorni. In questo modo può pagare i propri fornitori, alimentando anche gli anelli deboli della catena. La nostra è una iniziativa di filiera.

E in caso di invenduto che succede?

Se sfruttiamo il magazzino di un produttore per emettere cartolarizzazioni dobbiamo conoscere bene i rischi di un tale investimento. Ma uno dei nostri punti distintivi è che, d’accordo con l’imprenditore vitivinicolo, attiviamo una rete di remarketing, con dei player che si impegnano a ritirare l’invenduto sia in Italia sia all’estero.

In Italia, ad oggi, chi è interessato al vostro sistema?

Abbiamo dialogato col Brunello di Montalcino e stiamo avviando iniziative con la Sfirs, la finanziaria della Regione Sardegna, protagonista dell’emissione dei Pecorino bond. Ma stiamo valutando collaborazioni con altre realtà come i distretti vinicoli del Barolo e del Franciacorta.

Notate diffidenza in Italia verso il vostro approccio?

Una volta spiegato il meccanismo, l’imprenditore del vino, ma anche di settori non appartenenti all’alimentare, lo considerano necessario. Sottolineo che il nostro è un servizio commerciale e che sono le stesse aziende a chiedere contratti pluriennali.

Quali sono le sfide?

Portare a bordo dei partner finanziari locali, italiani, che capiscano l’opportunità della nostra offerta.

In questo caso ci sarebbero ulteriori vantaggi per le imprese?

Se un partner bancario sottoscrivesse le nostre cartolarizzazioni i margini andrebbero suddivisi e ci sarebbe la possibilità di un risparmio per i produttori vitivinicoli, ai quali sarebbero applicati tassi più bassi

 

a cura di Gianluca Atzeni

Articolo uscito sul numero di Tre Bicchieri del 4 giugno

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