Digitalizzazione, infrastrutture, enoturismo, fiscalità, attenzione ai consorzi, biologico e parità di genere. Sono molte le richieste delle sigle di settore invitate ad esprimersi sulla proposta di Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza da 210 miliardi di euro. Entro aprile il testo definitivo dovrà essere inviato a Bruxelles
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La crisi di governo, la fine del Conte bis e il probabile arrivo a Palazzo Chigi dell’ex presidente della Bce, Mario Draghi, non ha fermato le attività parlamentari e la discussione sul Piano nazionale di ripresa e resilienza dell’Italia (Pnrr), il grande progetto europeo di rilancio economico post-pandemia. Su questo tema fondamentale per il futuro dell’Italia, le diverse commissioni parlamentari, a cominciare da quella all’Agricoltura fino alla Commissione Bilancio, stanno sentendo a turno le parti sociali, le associazioni di categoria del mondo agricolo e agroalimentare, per provare a emendare la proposta elaborata dal Governo a metà gennaio e messa nero su bianco nella prima bozza di Recovery plan, che l’Italia è chiamata a consegnare a Bruxelles, nella sua versione definitiva, entro il mese di aprile.

Il passaggio attraverso le organizzazioni di categoria è cruciale per migliorare e arricchire di ulteriori contenuti un documento che potrà contare sulle risorse del Next generation Eu per 210 miliardi di euro, che diventano 300 se si considerano i fondi del bilancio 2021-2026. Un insieme di riforme che dovrebbe, secondo il Ministero dell’Economia e finanze, impattare sul Pil entro il 2026 di almeno tre punti percentuali, mitigando i primi effetti della pandemia, costati 8,8 punti di Pil nel solo 2020 (dato Istat).

ITALIA - RISORSE NEXT GENERATION EU PER MISSIONE
Fonte: Ministero delle Economia e finanze – Pnrr

Recovery plan. Dal Pnrr 7 miliardi al mondo agricolo

All’nterno del Pnrr, al mondo agricolo, in particolare, sono assegnati circa 7 miliardi di euro considerando la voce “Agricoltura sostenibile ed economia circolare” ma il settore primario potrebbe godere degli effetti positivi generati dagli investimenti in altri assi strategici del Piano, come la digitalizzazione e l’nnovazione. Nel corso delle numerose audizioni di questa settimana, la Commissione agricoltura della Camera attraverso il suo presidente, Filippo Gallinella (vedi intervista su Tre Bicchieri della scorsa settimana) è stata molto chiara nelle sue comunicazioni: siamo disposti ad accogliere tutte le osservazioni del caso, puntiamo a modificare e migliorare il testo, ma l’impianto del Piano resta sostanzialmente quello presentato. Messaggio che, tradotto, significa: non ci saranno grandi spostamenti di risorse né diverse attribuzioni di competenze tra i vari ministeri a seconda degli assi di intervento.

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E, in tale contesto generale, di forti distinguo sul Pnrr, tra scettici e ottimisti, per capire quali possano essere i vantaggi per la filiera vitivinicola e quali debbano essere le tematiche più urgenti da affrontare, abbiamo raccolto i desiderata di alcune sigle di settore. Sappiamo che il vino italiano gode dei regolari finanziamenti del Piano nazionale di sostegno (Pns), che ogni anno muove oltre 335 milioni di euro, e anche in questo 2021 potrà contare su misure straordinarie, confermate una settimana fa dalla Commissione europea. Ma come un Pnrr così ad ampio spettro potrà incidere sul futuro della filiera?

 

Il PNRR: impatto sul Pil di 3 punti entro 2026

Il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) è costituito da 6 missioni, che a loro volta raggruppano 16 componenti, in cui si concentrano 47 linee di intervento, con progetti selezionati, privilegiando quelli trasformativi e con maggiore impatto su economia e lavoro, e riforme coerenti. Dei 210 miliardi di risorse, nelle sei missioni, 144,2 miliardi finanziano “nuovi progetti”, mentre i restanti 65,7 miliardi sono destinati a “progetti in essere” coerenti col regolamento europeo Rrf (Recovery and resilience facility). Inoltre, il Pnrr comprende, sempre in ambito Next generation Eu, i 13,5 miliardi di React Eu e 1,2 miliardi del Just transition fund, assieme a parte dei fondi nazionali dedicati alla Coesione e sviluppo, consentendo di incrementare la quota di investimenti pubblici del Piano e rafforzare gli interventi per il riequilibro territoriale, con una forte attenzione al Sud.

Gli assi portanti del Pnrr sono  investimenti  e  riforme. Le  riforme di contesto  che accompagnano le linee di intervento dovrebbero rafforzare la competitività, ridurre gli oneri burocratici e rimuovere i vincoli che hanno rallentato la realizzazione degli investimenti o ridotto la loro produttività. Tra queste, la riforma della giustizia e della Pubblica amministrazione, di parte del sistema tributario e del mercato del lavoro.

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La  transizione verde e digitale  è al centro del progetto. Considerando che il Pnrr sarà integrato con 80 miliardi di euro a valere sul bilancio 2021-2026, secondo stime del Ministero delle Finanze, l’insieme degli investimenti e dei progetti di riforma dovrebbe tradursi in un aumento, rispetto allo scenario base, della crescita e dell’occupazione. Pertanto, al 2026, anno finale del Recovery Plan,  l’impatto positivo sul Pil sarà pari a circa 3 punti percentuali.

PNRR – le 6 missioni

  1. Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura
  2. Rivoluzione verde e transizione ecologica
  3. Infrastrutture per la mobilità sostenibile
  4. Istruzione-ricerca
  5. Parità di genere, coesione sociale e territoriale
  6. Salute

Federdoc: “Serve transizione ecologica”

Il tema ambientale è sicuramente tra i più citati nella discussione sul Recovery. La Federdoc, infatti, parla del Pnrr come di “occasione unica per accompagnare ulteriormente la transizione ecologica della filiera vinicola, in realtà” specifica il presidente Riccardo Ricci Curbastrogià da anni fortemente impegnata sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica, come testimonia l’impegno di Federdoc e dei consorzi di tutela nell’elaborazione dello standard Equalitas”. Non solo: c’è bisogno di dare impulso “all’innovazione digitale del settore e alla formazione propedeutica al ricambio generazionale”. Ma anche la gestione delle risorse del Next Generation Eu sarà cruciale. “È necessario destinarle a progetti puntualmente elaborati in termini di obiettivi, tempi e modalità di realizzazione e che siano utilizzati in modo complementare nei Pns e nei Psr nazionali”. E i Consorzi di tutela delle Dop vitivinicole, secondo Federdoc, potranno essere validi interlocutori delle istituzioni nell’individuare le priorità: “Sono naturali interpreti delle istanze delle filiere e, se adeguatamente supportati, possono contribuire a ottimizzare i risultati attesi, finalizzando le iniziative pianificate”.

Confagricoltura: “Incentivare lo sviluppo digitale e i protocolli di sostenibilità”

Infrastrutture, digitalizzazione, propensione alle innovazioni e investimenti per la formazione sono, ad avviso di Confagricoltura, le lacune italiane a cui il Recovery plan è chiamato a rispondere in modo efficace. Carenze da colmare parallelamente “con urgenti riforme della Pubblica amministrazione, della giustizia e della fiscalità”. Per il settore vitivinicolo, l’auspicio dell’associazione presieduta da Massimiliano Giansanti è “incentivare lo sviluppo digitale sia in un’ottica di semplificazione, sia per cogliere le opportunità di fornitura di servizi di alto livello nell’ambito della viticoltura di precisione e nell’internet of farming, nonché per aumentare la competitività del settore valorizzando il prodotto, attraverso sistemi di e-commerce, blockchain, etc.”. Inoltre, il ruolo del comparto vino è fondamentale nella transizione ecologica, per il suo percorso già ampiamente avviato verso una gestione sostenibile delle risorse. “È importante” scrive Confagri “formare e sostenere i viticoltori nell’adesione ai protocolli di sostenibilità,dalla vigna al canale di distribuzione. Senza dimenticare il ruolo ambientale e paesaggistico delle colline vitate che, oltre a contribuire in termini abbattimento della Co2, danno valore ai territori per quello che evocano e rappresentano”.

In materia di cambiamenti climatici, la Confagricoltura auspica un piano nazionale “che affronti le strategie di mitigazione e adattamento sulla base della ricerca scientifica, con investimenti per rafforzare prevenzione e protezione delle strutture produttive e delle colture dagli eventi calamitosi”. In tema di infrastrutture, il Recovery sarà importante se i fondi saranno sfruttati “per colmare i deficit che il sistema produttivo italiano sta scontando rispetto ai competitor internazionali”. Infine, guardando all’export, è “indispensabile un Piano specifico di internazionalizzazione che miri a espandere e consolidare i mercati, sfruttando anche gli accordi di libero scambio sottoscritti dalla Ue con Paesi terzi”.

Cia: “Implementare le infrastrutture”

A fronte di una crisi senza precedenti, la Cia-Agricoltori italiani punta i riflettori sulla necessità di avere risposte orientate a una visione strategica di lungo periodo. “Per avere ricadute importanti sul settore vitivinicolo” afferma il responsabile vino, Domenico Mastrogiovanni “il Recovery plan deve aumentare la competitività dei territori e per farlo deve guardare con priorità a tre direttrici: la digitalizzazione delle aree interne, la viabilità rurale e le politiche per la promozione”. Uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo del territorio è la mancanza di infrastrutture digitali che, se implementate con le risorse del Pnrr, porterebbero “incredibili benefici” scrive la Cia “sotto il profilo, economico, sociale e ambientale a tutto il mondo agricolo e, dunque, anche al nostro settore. La digitalizzazione delle aziende vitivinicole parte dalle attività in campagna, dove è sempre più importante gestire i vigneti in modo moderno, utilizzando tutte le tecnologie disponibili, fino ad arrivare alla gestione efficiente dei processi di cantina e alla tracciabilità digitale con la blockchain, nell’interesse del consumatore”.

Per affrontare il nodo della viabilità rurale e della carenza di collegamenti, e per generare ripercussioni positive sulle imprese vitivinicole, il Recovery plan “non potrà mettere in secondo piano il rafforzamento e l’implementazione delle infrastrutture viarie, per arginare il fenomeno della marginalizzazione sociale delle aree interne e favorire lo sviluppo enoturistico”, secondo la Cia. Infine, come ultima proposta strategica, le risorse dovranno dare nuovo impulso all’export di vino “con la costruzione di un piano straordinario di promozione del Made in Italy” conclude Mastrogiovanni “per rafforzare la presenza dei vini italiani sui mercati esteri”.

Le Donne del Vino: “Non dimenticare la parità di genere”

“L’agricoltura non sia presa in esame solo per l’impatto ambientale ma anche in termini economici e occupazionali”, ha dichiarato l’associazione Le Donne del vino, lanciando un messaggio alla politica perché si metta mano a politiche di genere e per il settore turistico ed enogastronomico. L’audizione in Commissione agricoltura alla Camera della presidente, Donatella Cinelli Colombini, e della sua vice, Paola Longo, è servita a chiedere di considerare non solo l’impatto ambientale dell’agricoltura ma anche quello economico-occupazionale.

L’associazione ha messo nero su bianco la proposta di uso delle risorse del Pnrr, concentrandosi su diversi punti critici. Tra questi: la digitalizzazione delle aree rurali, considerata la mancanza di copertura del segnale e della banda larga nelle campagne; la qualificazione dell’agricoltura di precisione e delle produzioni ecosostenibili, che passa per un processo di formazione e digitalizzazione; il nodo trasporti e viabilità, che va risolto con un potenziamento a tutto tondo per evitare il rischio marginalizzazione delle aree rurali, gli ostacoli al turismo e i disagi per giovani, donne e anziani; la carenza di servizi per la maternità nelle campagne e nei piccoli centri, che rappresenta un grave impedimento alle possibilità di lavoro e carriera delle donne. In materia di politiche di genere, l’associazione Le Donne del vino ha chiesto agevolazioni fiscali e di punteggio nelle graduatorie per le imprese (cantine, ristoranti, rivendite, agenzie di consulenza) che rispettano la parità di salario fra i generi e offrono orari di lavoro flessibili.

Non solo: è stato chiesto che fra gli obiettivi del turismo, all’interno del Pnrr, sia inserito il Made in Italy agroalimentare d’eccellenza e, specificatamente, il vino. Infine, è da segnalare la proposta di realizzare un portale nazionale di promo-commercializzazione turistica collegata alla digitalizzazione delle destinazioni, ma anche centri espositivi, didattici e di coordinamento turistico in ogni Docg o nei distretti alimentari, un programma di formazione per gli addetti e un osservatorio per monitorare i risultati.

Movimento Turismo del Vino: “Non bucare l’ennesima opportunità”

Il Pnrr ha suscitato non poche perplessità tra i vertici del Movimento turismo del vino. Il presidente Nicola d’Auria spiega: “I vantaggi di un tale piano possono essere molti, anche e soprattutto perché il documento tocca aspetti, la sostenibilità ambientale su tutti, che evidentemente fanno parte del nostro Dna e che potrebbero costituire un vero vantaggio, soprattutto se in parallelo si lavorasse a una corretta gestione delle risorse. Per non parlare” prosegue d’Auria “della parte che sottolinea l’esigenza di investire nella ‘bellezza’ del nostro Paese. O, più nello specifico, il capitolo concernente il cosiddetto ‘turismo delle origini’”.

Il tema è interessante, come osserva d’Auria, e in un certo qual senso “sembra cucito sulle nostre esigenze. E, ancor di più” aggiunge “il segmento dedicato al potenziamento della formazione turistica di qualità: sono anni che ne parliamo e finalmente sembrerebbe giunto il momento di affrontare l’argomento ai massimi livelli”. Dove sta, allora, il problema? “Al di là delle cifre destinate a questi obiettivi, è netta la sensazione che tutto sia stato trattato in modo generico, un compitino in classe svolto utilizzando manuali di supporto”, commenta l’associazione, secondo cui “ancora una volta è mancato il confronto vero con chi opera sul campo e il rischio sarà quello di aver bucato l’ennesima opportunità. Una corretta gestione delle risorse offrirà ai player del settore qualche vantaggio, ma è altrettanto evidente” ha concluso D’Auria “che siamo lontanissimi da quello che si poteva e doveva fare”.

FederBio: “Promozione dei distretti biologici”

Spazio, in Parlamento, anche alla filiera del biologico che attende il via libera definitivo alla legge nazionale. “Il nostro settore è un asset fondamentale per il rilancio dell’agroalimentare italiano”, ha evidenziato la FederBio, con la presidente Maria Grazia Mammuccini, forte del fatto che la svolta green chiesta dall’Ue vede nel biologico uno dei pilastri della strategia Farm fo fork. E l’Italia, con 80 mila imprese attive, è leader in Europa: “La conversione al biologico e la promozione di distretti biologici rappresentano un’opportunità strategica per l’occupazione delle donne, dei giovani e per il rilancio economico di tanti territori rurali a partire dal Mezzogiorno. Quindi” ha sottolineato Mammuccini “siamo pienamente coerenti con le tre priorità trasversali indicate nel Pnrr”.

Tra le proposte indicate da FederBio alla Camera dei deputati ci sono la digitalizzazione e l’innovazione per favorire la trasparenza del sistema. Ma c’è anche un intervento sulla fiscalità, verificando per il bio certificato l’ingresso nel mercato dei crediti di carbonio. “Il Pnrr deve prevedere investimenti a sostegno della conversione agro ecologica” ha concluso la presidente di Federbio, ricordando una lacuna del Piano: “Il mondo del bio non era mai stato consultato per portare le proprie proposte e nel capitolo del Pnrr dedicato all’agricoltura sostenibile non solo non viene mai citato, ma nemmeno le strategie Farm to fork e Biodiversità”. Lacuna che “andrà colmata”, in vista dell’approvazione del documento finale da presentare a Bruxelles.

Federalimentare sul Pnrr: “Assenza di visione globale”

È critica la posizione di Federalimentare in Commissione agricoltura alla Camera, nell’ambito dell’esame in sede consultiva della proposta di Pnrr. “Per quanto riguarda il settore agroalimentare ci sono alcune misure nelle aree tematiche trasversali, ma per l’industria alimentare ci sono poche cose se non addirittura un’assenza di visione rispetto allo sviluppo dell’industria alimentare, che è il secondo settore manifatturiero del Paese”, ha dichiarato il direttore Nicola Calzolaro.

Tra le criticità, il riferimento al green deal europeo con l’attenzione alla sostenibilità: “Il nostro sistema ci lavora da tempo, ma quella ambientale non può essere disgiunta da quella economica e sociale”. Ancora: le iniziative relative alla sovranità alimentare non devono alterare la concorrenza e il Pnrr deve promuovere “un’agricoltura, con incentivazioni al settore primario, che produca di più e a condizioni di mercato”, senza dimenticare di “sviluppare piattaforme di e-commerce nazionali e di distribuzione internazionali, dal momento che l’Italia è l’unico Paese che non le ha”. Necessarie, infine, secondo la federazione che rappresenta l’industria italiana di alimenti e bevande (145 i miliardi di fatturato annuo), strutture adeguate per trasporto e logistica: “Soprattutto nel Mezzogiorno che, nel piano, sembra essere un tema assolutamente sottovalutato”.

a cura di Gianluca Atzeni

Articolo uscito sul numero di Tre Bicchieri uscito il 4 febbraio

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