La cucina dell’appartamento al terzo piano della palazzina color carciofo era piccola e definitiva. I mobili in formica bianca, liscia, sopravvissuta a decenni e a un trasloco dalla Francia, occupavano ogni spazio disponibile e sembravano fatti per restare, come se avessero deciso loro che lì non si sarebbe mai cambiato niente. L’odore era sempre lo stesso: nicotina stratificata sui muri, sugo che tornava nei giorni successivi, bucato steso. All’ingresso, subito dopo lo specchio incorniciato con legno color oro, l’orologio a pendolo scandiva il tempo con un gong che pareva provenire dall’oltretomba. Io e mia sorella gemella, Celeste, lo temevamo più di una sgridata, soprattutto durante il riposino pomeridiano con nonna Franca, che dormiva sul serio, campionessa mondiale di sonnellini profondi e inesorabili.
In quella cucina le cose importanti non avevano bisogno di presentazioni. La televisione a tubo catodico stava sempre accesa, Canale 5 fisso come una finestra obbligatoria sul mondo, vallette, presentatori lampadati, programmi di problemi di cuore. Il mobile marrone della tv reggeva posacenere di vetro pesantissimi, di quelli che se cadono ti spaccano un piede, minuscole forchettine per tirare fuori le lumache dal guscio, un oggetto che io e mia sorella non avevamo mai visto usare ma che sembrava indispensabile quanto le chiavi di casa. Il soggiorno grande, due stanze più in là, restava chiuso, intatto, quasi intimidatorio, dietro una grande porta a vetri. Impossibile aprirla, il rumore avrebbe avvisato tutti, entrare era vietato. Dentro c’era un specie di arazzo raffigurante un cervo di dimensioni imprecisate che faceva paura solo a guardarlo. Io e mia sorella non abbiamo mai mangiato lì. Si stava in cucina, stretti stretti, davanti allo schermo, perché è lì che succedevano le cose vere.

Il pranzo era contadino, generoso, rassicurante. Il pollo con le patate di nonno Alibrando, che mamma Valentina ogni tanto rubava di nascosto, aveva la solidità delle certezze morali: non si discuteva, si mangiava. Trasudava goduria, un vero must dell’appartamento della palazzina color carciofo. Alberto riprendeva tutto con la telecamera, con quella dedizione da archivista dell’ordinario che solo i padri hanno.
E poi c’era lui. Il cotechino.
Non ancora visibile, ma già presente. Un pilastro invisibile del Natale e del Capodanno, pauroso quanto il gong e l’arazzo, eppure solido, inamovibile, come quei posacenere e come Canale 5. Il cotechino non entrava in scena: occupava lo spazio prima ancora di arrivare. Lo sentivamo nell’aria, lo intuivamo nei movimenti degli adulti, nel modo in cui il pranzo rallentava per preparargli posto.
Veniva portato a mano. Nessuna liturgia. Dal fornello al tavolo con un gesto rapido. Io e mia sorella lo capivamo prima di vederlo. Rallentavamo. Spezzavamo pane. Bevevamo acqua. Ci distraevamo. La bisnonna Teresa, silenziosa ma con lo sguardo sempre severo, osservava tutto senza intervenire. Ci guardava tentare piccole fughe e non diceva nulla. Era come se sapesse che quella prova non era negoziabile.
Il cotechino è un fatto nazionale, un rito che attraversa parentele, città, autostrade. Lo era anche per la nostra famiglia.

Renzo che gioca a tombola con le nipoti
A qualche chilometro di distanza dalla palazzina color carciofo, un’altra grandissima, lunghissima, freddissima casa angolare conteneva altrettanti segreti e idiosincrasie. Era la casa degli altri nonni, quelli paterni, i Ricci ci abitavano da generazioni e generazioni. I palazzetti vicini, affollati com’erano, le facevano ombra, l’urbanistica del centro storico rendeva la luce un miraggio, e tra quelle mura la notte durava di più. Per entrare bisognava spingere un portone di legno aiutandosi con la spalla tanto era pesante, mettendosi di lato, una breve esitazione, e poi una bella spinta. I battenti in ferro erano enormi, sproporzionati, rimasti lì come un avvertimento. Io e mia sorella in punta di piedi provavamo a muoverli.
Bam, bam. Bam, bam. Poi le scale in marmo bianco con i margini consumati dal tempo, un veloce segno della croce prima di superare la foto della Madonna, fino al primo piano che odorava di naftalina.
Dentro, il Natale aveva una grammatica diversa. La tavola era rossa. Sempre. I piatti buoni uscivano dalle credenze, forse porcellana, forse no. Nonna Elena entrava e usciva con qualcosa in mano e, appena si accorgeva della telecamera di Alberto, portava le mani al volto. Si vergognava di essere ripresa. Di sorrisi ce n’erano meno delle immagini in cui si nascondeva. Dietro di lei, la vetrina in legno custodiva cocci, bottiglie e un odore costante di confetti. Nonno Renzo, detto Zoren, nascondeva torroncini e caramelle Rossana che mangiava liturgicamente di nascosto, poi richiudeva le carte in modo grossolano, come se fossero ancora intatte. Tutti conoscevano lo scherzo. Nessuno glielo impediva. Le Rossana, per me e mia sorella, erano dure e immangiabili. Il tempo avrebbe corretto anche quello.

Il primo compleanno
Qui il cibo raccontava storie. Lo sformato della signora Adele – che nessuno aveva mai visto – era un intruglio perfetto di besciamella, groviera e uova, con un buco centrale pieno di sugo e salsicce tagliate a metà. C’era anche lo sformato verde, riso ed erbe, probabilmente spinaci, con salsicce tritate e una crosticina alla base che restava impressa. Più cuoceva, più era stratosferica anche se bruciacchiata. E poi sua maestà il cotechino che arrivava su un carrello che cigolava leggermente. Era il principe del carrello, ma che dico, era il Re. Le lenticchie qui erano grosse, asciutte, composte. Eleganti come la casa che le ospitava.
A volte le due famiglie, quella dell’appartamento della palazzina color carciofo e l’altra della grande casa serpentata antica e freddina, si ritrovavano a mangiare insieme. Erano innegabilmente diverse, ma c’era un fatto potente che in qualche modo le univa: in entrambe le famiglie il Natale si festeggiava due volte. Per Gesù, certo. E per il nostro compleanno, nate nella notte, una alle 3.18 e l’altra alle 3.22 o giù di lì. Così si diceva. E così, leggenda narra, è rimasto.

Io e mia sorella sedevamo a tavola vestite uguali ma non identiche. Stesso modello, colori diversi. Una bambola abbandonata sul tavolo. Un Natale che coincideva con la nostra nascita, prima che il cibo diventasse una faccenda complicata. Nessuno, in quegli anni, distingueva davvero il cotechino dallo zampone. Non sembrava importante. Importante era che arrivasse.
In uno dei Natali nella casa color carciofo, un fatto cambia per sempre l’idea principesca intorno a sua maestà il cotechino. Succede senza preparazione. Succede e basta. Un film splatter di bassissima fattura. Un solo gesto, netto. Il cotechino smette di essere un’idea e diventa materia. Nessuno ride. Nessuno commenta. La scena si fissa. Col tempo verrà raccontata, ripetuta, aggiustata. I video del padre con la telecamera non la consacrano, ma il passaparola sì.
Una di noi vomita sul tavolo mezzo cotechino, uno slancio a raggiera, con la potenza dell’acqua di una diga che si spacca, il cotechino masticato imbratta la tavola, copre l’odore di nicotina, fa dimenticare l’arazzo funebre e lascia tutti in silenzio. Quella che vomita piange, l’altra è triste perché la sorella piange. “Gong, gong”, dice l’orologio a pendolo che quel giorno non dà fastidio a nessuno.
Ma nessuna di noi ricorda davvero la scena fantozziana. L’abbiamo sentita raccontare così tante volte da sentirla nostra, ignare di chi fosse effettivamente la sorella che ha rimesso tutto. In ogni caso, da quel giorno il cotechino viene messo al bando. Passano anni. Natali e Capodanni. Un pranzo dai nonni materni, uno da quelli paterni. Fuochi d’artificio visti dalla finestra della camera di Alibrando e Franca, sempre in penombra e con quell’odore inconfondibile di bucato. Le guance appiccicate al vetro per vedere “i botti”, pregando Dio che il mondo non finisca al termine del conto alla rovescia. È mezzanotte, il cotechino non c’è. Le famiglie cambiano. Alcuni se ne vanno, altri si lasciano. Le case restano, poi si svuotano. Il cotechino resta fuori dalla porta.
Arriva poi un tempo, molto dopo, in cui le cose che sembravano definitivamente archiviate tornano a farsi sentire. Non tornano uguali, però. Tornano con cautela, come se bussassero piano. È la fine di un anno qualunque, uno di quelli che scivolano via senza cerimonie. Non c’è un progetto, non c’è un’idea precisa. Solo un pacco. Un regalo che non annuncia nulla, che non promette redenzioni. “Lo mangi?”.
Dentro c’è un cotechino artigianale. La prima reazione è fisica, immediata. Una specie di allarme. “Oddio santo”, detto più a sé stessi che ad altri, “che faccio lo prendo?”. Non è il cotechino di una volta, lo si capisce subito, ma la memoria non fa distinzioni. Il sottovuoto si tende intorno a una forma pallida, rosa ballerina, elegante quasi suo malgrado. Sembra fragile, fin troppo.
Non ci sono istruzioni urlate, solo consigli, niente sacche di plastica da buttare in acqua senza pensarci. Si apre piano. Si appoggia il cotechino su uno strofinaccio pulito, candido, come se il colore fosse parte del rito. Lo si arrotola con gesti misurati, un po’ rigidi, come se il minimo errore potesse mandare tutto in frantumi. Lo spago compare alla fine, stringe la carne come una caramella un po’ oscena e insieme rassicurante. La pentola è pronta da tempo. Si immerge. Coperchio chiuso. Da quel momento non resta che aspettare.
La cottura lenta è lunga, più lunga di quanto sarebbe comodo. L’odore arriva presto e non chiede permesso. È potente, invadente, quasi offensivo. Non è ancora disgusto, ma nemmeno promessa. Si aprono le finestre, anche se fuori fa freddo. Qualcuno dice che lo strofinaccio, una volta finita, andrebbe buttato via. È una di quelle frasi che restano sospese. Non succede. Si decide che lo si laverà.
Il tempo passa. L’acqua borbotta. Il cotechino, invisibile, lavora per conto suo. Quando finalmente la fiamma si spegne, non c’è fretta. Si aspetta che tutto si calmi, che la temperatura scenda, che l’aria si faccia di nuovo abitabile. Solo allora si apre il panno, con la cautela che si riserva agli oggetti fragili o ai ricordi. Il cotechino è lì. Più piccolo di come era entrato. Unto, liscio, sorprendentemente composto. Non ha nulla di minaccioso. Accanto, le lenticchie umbre sono pronte: grosse, scure, presenti ma non invadenti. A quel punto, il passato è già rientrato in silenzio, senza fare rumore.
Al primo assaggio, quella di noi che aveva vomitato sente un ritorno improvviso. Come un nastro che torna indietro. Le due case si sovrappongono: la formica bianca, il portone pesante, il carrello che cigola, il gong, l’arazzo, le vetrine, le mani davanti al volto, le risate trattenute. Le famiglie, ormai lontane, tornano in fila per un attimo. E in quel momento diventa chiaro che a quelle persone, a quelle case, a quei Natali, si deve l’amore per il cibo. Anche per quello. Anche per il cotechino.
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