Il rapporto di Terra! evidenzia i meccanismi normativi e le cattive pratiche che regolano l’accesso di frutta e verdura nel circuito della Gdo, rifiutando imperfezioni e difetti naturali dei prodotti. Ecco perché è un problema per il comparto ortofrutticolo italiano.
Pubblicità

Siamo alla frutta! Il rapporto di Terra!

Perché un cibo bello non è sempre buono per l’ambiente e per l’agricoltura? Prende le mosse da questo interrogativo l’ultimo rapporto dell’associazione Terra!, a cura di Fabio Ciconte e Stefano Liberti. Siamo alla frutta! è un report di denuncia delle cattive consuetudini che regolano il mondo della produzione e della distribuzione alimentare organizzata, contro l’insostenibilità delle pratiche (favorite da meccanismi normativi viziati) che orientano il mercato verso la standardizzazione dei prodotti. Insomma, il binomio “bello e buono” ha sempre ragione di esistere? Non in natura, né tanto meno in agricoltura. Lo spreco produttivo causato dalla richiesta di frutta e verdura perfette, nel comparto agroalimentare, ha un impatto socio-economico più grave di quel che saremmo portati a pensare. Questo perché la grande distribuzione rifiuta i prodotti “brutti” da vedere, rinnegando quei difetti del tutto inevitabili che il prodotto coltivato in modo naturale porta con sé (ne abbiamo già parlato a proposito del progetto Bella Dentro e del circuito Babaco Market). Mentre il comparto produttivo, chiamato a esaudire questa pretesa di perfezione, si trova oggi a fare i conti pure con fenomeni avversi sempre più frequenti, conseguenza del cambiamento climatico. Non conformarsi, allo stato attuale delle cose, significa uscire dal mercato.

L’ostacolo della normativa europea

E questo avviene con la complicità di una normativa europea che imbriglia ulteriormente i processi produttivi, ancora, e anche, nell’Anno internazionale della frutta e della verdura che stiamo celebrando nel 2021 con l’obiettivo di ridurre “lo spreco di questi prodotti”. A stabilire la “selezione all’ingresso” sul mercato di frutta e verdura, con disposizioni generali e specifiche, è il Regolamento UE 543/2011, poi modificato dal 428/2019. Il principio di fondo è che i prodotti ortofrutticoli siano “interi, sani, puliti, privi di parassiti”, per garantire il controllo sulla sicurezza alimentare. Ma il testo si spinge anche a normare aspetti più stringenti, dalla colorazione della buccia al calibro, all’omogeneità dell’imballaggio, privilegiando l’estetica più gradevole. Da queste valutazioni discendono le categorie merceologiche che identificano frutta e verdura che acquistiamo al supermercato, e ne fanno il prezzo: “Extra” e “I” rappresentano la prima scelta, “II” è la seconda scelta, di certo non per qualità. Eppure la classificazione II bolla il prodotto come di serie B, destinandolo a mercati più poveri o alla svendita all’industria della trasformazione. Così, spesso, i prodotti imperfetti sono lasciati sul campo dagli stessi produttori che li ritengono poco remunerativi e molto onerosi. Risultato: grande e diffuso spreco di prodotti commestibili, e buoni.

Il mercato ortofrutticolo italiano

Il rapporto di Terra! analizza queste dinamiche concentrandosi su quattro frutti simbolo della produzione nazionale (pere, arance, mele e kiwi), che è una delle più prolifiche d’Europa: In Italia, nell’ultimo anno, il valore della produzione ortofrutticola è stato pari a 11,4 miliardi di euro, il 23,2 per cento del totale della ricchezza generata dall’intero settore primario; quasi la metà grazie alla produzione di frutta. Fotografando una situazione di grave difficoltà che rischia di restare sommersa. In Sicilia, per esempio, l’annata siccitosa ha portato arance più piccole del solito, poco apprezzate dai distributori e dunque assorbite dall’industria di trasformazione, che ha portato nelle tasche degli agricoltori guadagni inferiori. Nei supermercati, nel frattempo, venivano vendute la arance in arrivo dalla Spagna. A differenza delle altre filiere, invece, quella delle mele è l’unica che negli anni è riuscita a resistere alle oscillazioni della produzione e a stabilire un rapporto più equo con la GDO, grazie alla capacità aggregativa degli operatori, che invece difetta agli altri casi di studio. In questo quadro frammentario, però, è la politica a dover stabilire regole uguali per tutti, agendo a favore del comparto. In Europa qualcosa potrebbe cambiare con l’adeguamento della normativa che regola la commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli, ora al vaglio. Ma a livello nazionale, fatte salve le molteplici campagne di sensibilizzazione promosse negli ultimi anni, come si muovono le istituzioni? “Chiediamo un intervento della politica a tutela del reddito degli agricoltori e un impegno della grande distribuzione ad acquistare anche la frutta fuori calibro”, spiega Fabio Ciconte poggiando il suo appello sui dati evidenziati dal rapporto. Un cambio d’approccio che dovrà procedere di pari passo con un progetto di rieducazione all’acquisto, vera e propria operazione culturale.

Pubblicità

Il rapporto completo

 

a cura di Livia Montagnoli