Big data, sensoristica, software per l’agricoltura di precisione, blockchain per la tracciabilità della filiera. Il mondo delle tecnologie digitali applicate alla produzione e trasformazione di cibo è sempre più vario e specializzato. Il rapporto dell’Osservatorio Smart Agrifood dimostra che la pandemia non ha frenato un settore in crescita. Obiettivo? Lo smart farming.
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Cosa fa l’Osservatorio Smart Agrifood

Da quattro anni, l’Osservatorio Smart Agrifood curato dal Politecnico di Milano e dall’Università di Brescia fa il punto sul ruolo delle tecnologie digitali nella filiera agroalimentare. Sulle potenzialità e sulle criticità di uno strumento che già rappresenta il presente del settore, ed è destinato a crescere. Neppure un anno di pandemia sembra aver frenato la crescita costante del comparto: nonostante la crisi e le perturbazioni riconducibili all’emergenza sanitaria, il mercato mondiale delle applicazioni, dei prodotti e dei servizi digitali per la filiera agroalimentare si conferma infatti un trend in ascesa, a livello globale, e nazionale. E anzi, proprio nel 2020, l’Osservatorio ha fotografato, in Italia, una forte spinta a investire nelle tecnologie digitali, destinata a rafforzarsi nel 2021 su un territorio dove la superficie coltivata con soluzioni 4.0 è ancora limitata (il rapporto la stima al 3-4% del totale nazionale, per un valore di mercato di 540 milioni di euro).

Grafico smart agrifood

I vantaggi dello smart farming

Quali sono i vantaggi legati all’introduzione di sistemi smart? La possibilità di conciliare competitività e sostenibilità ambientale e sociale. E la crisi aperta dalla pandemia ha avuto anche il merito di far emergere più evidenti alcune priorità per la ripresa del settore: il recupero di immagine della filiera alimentare, la necessità di rispondere a un cambiamento strutturale nei consumi, il dovere di sviluppare modelli di impresa sostenibili e sostenere la qualità del lavoro (anche in forma agile). Risultato? Il 53% delle aziende intervistate, su un migliaio di voci, dichiara di essere concentrato su investimenti in tecnologie digitali capaci di ottimizzare i processi di business in nome dello smart farming. In questo processo, sottolineano gli esperti dell’Osservatorio, la corretta catalogazione, gestione e condivisione dei dati si rivela fondamentale, con l’accortezza di superare il concetto di big data, per concentrarsi invece sui cosiddetti smart data. Per questo, sul fronte dell’offerta, il mercato delle tecnologie digitali per la filiera agricola investe soprattutto in sistemi di monitoraggio, macchinari connessi, software gestionali e sistemi di supporto alle decisioni, non solo in campo, ma anche a livello di logistica e gestione delle scorte.

L’agricoltura italiana scommette sulla digitalizzazione?

Dal canto loro, le imprese del settore espongono i propri desiderata: il 60% degli interpellati già utilizza almeno una soluzione 4.0, il 40% di loro ne utilizza più di una, lavorando sull’interoperabilità. Soprattutto software gestionali, servizi di mappatura delle coltivazioni, sistemi di irrigazione di precisione. I vantaggi riscontrati sono evidenti nell’ottimizzazione di acqua e fertilizzanti, ma anche sul fronte della tracciabilità del prodotto e della misura dell’impatto ambientale delle coltivazioni. Altro punto fermo: l’obiettivo non è ridurre il numero delle risorse umane, ma migliorare il loro lavoro. E nel prossimo futuro, il 40% delle aziende investirà almeno in una soluzione 4.0. (entro i tre anni): il 5% lo farà per la prima volta. L’importanza di divulgare e incrementare il progresso tecnologico in agricoltura la sottolinea Donato Rotundo, di Confagricoltura: “La digitalizzazione è un elemento indispensabile. Senza investimenti nell’innovazione si perde terreno, e una mano deve arrivare anche dal Piano di Sviluppa Rurale”. Ivano Valmori, di Image Line, ha buone notizie a riguardo: il numero di agricoltori che si avvale del supporto di big data, in Italia, è elevato. E l’età media si aggira sui 52 anni, a dimostrazione del fatto che il settore non è appannaggio solo dei giovanissimi. Inoltre, il fatto che in Italia si coltivino ben 328 specie agrarie, rende il nostro Paese particolarmente prezioso per lo sviluppo di un vocabolario di agricoltura digitale dettagliato, di grande utilità per il settore agricolo a livello globale.

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Tracciabilità e blockchain. I casi

E se la digitalizzazione giocherà nei prossimi anni un ruolo chiave per la produzione agricola, lo stesso si può dire in relazione all’industria agroalimentare, dove il progresso digitale interviene soprattutto a beneficio della logistica, con evidenti vantaggi per la tracciabilità del prodotto, tramite il sistema della blockchain. Finora gli investimenti in tal senso sono stati timidi, per i costi elevati e la mancanza di competenze lamentata dalle aziende del settore agroalimentare. Ma ci sono case history da studiare. Come l’Instafactory di Mutti, progetto iperteconologico che fa partire il processo trasformazione dei pomodori direttamente in campo, tramite postazioni mobili dotate di sensoristica all’avanguardia. Il prodotto sarà migliore, e il sistema garantirà di raccogliere dati importanti per la tracciabilità. L’89% delle aziende agroalimentari interpellate, del resto, usano digitale per garantire la tracciabilità (anche se solo il 18% delle soluzioni adottate integrano il sistema della blockchain, mentre nel mondo l’agrifood è il terzo settore di applicazione della blockchain). Questo non solo per assicurare gli standard di sicurezza alimentare, ma anche per migliorare la logistica e per raccontare meglio il prodotto al consumatore.

A essere interessati sono soprattutto le filiere di prodotti di origine animale, dalla carne al settore ittico, al latte, anche se il 2020 ha mostrato una crescita dei progetti legati all’ortofrutta (resta fermo il settore vitivinicolo, che pure è stato il primo a investire sulla tracciabilità). Anche in questo caso, un esempio virtuoso, che nasce dalla comunione di intenti tra pubblico e privato: la Latteria sociale Valtellina è una cooperativa che raccoglie il latte di un centinaio di allevatori dai territori montani di Como, Sondrio e Lecco; con la regione Lombardia ha condiviso i dati a disposizione dell’amministrazione pubblica, utilizzati per implementare le informazioni sull’origine del prodotto consultabili tramite qrcode presente in etichetta, sulla bottiglia di latte. Così, inserendo in app la data di scadenza correlata, il consumatore può tracciare passo passo cos’è successo al suo latte, dalla mungitura all’imbottigliamento. E questo permette di ottenere la fiducia di chi acquista.