Trentacinque metri quadri, di cui 16 di cucina a vista, un trionfo di maioliche, pochi posti a sedere e una cucina genuinamente siciliana, che puoi portarti a casa.
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Sono le carte vincenti di Sicilia Bedda, un localino aperto da poco nel quartiere Parioli di Roma, che ha alle spalle una storia di rivincita dalla droga.

Potevamo limitarci a raccontarvi semplicemente di quanto qui si mangi bene, di quanto i piatti rispecchino puntualmente le tradizioni catanesi o di come zio e nipote abbiano messo in piedi un locale con le loro mani per tenere sotto controllo l’investimento iniziale. Ma, in accordo con il protagonista della storia, abbiamo deciso di raccontare anche il retroscena fatto di dipendenza dalla droga, e di un percorso intrapreso due anni fa per uscirne. Indenne? “No, ma decisamente più consapevole”.

Sicilia Bedda Roma cuochi

La consapevolezza di aver bisogno di aiuto

Non sarà propriamente il nostro ambito, ma chissà che sia di ispirazione per qualcuno. “Quando stavo cercando informazioni circa la dipendenza da cocaina e le strutture per poterla affrontare, ho trovato davvero poco in internet. E quel che c’era non mi convinceva affatto nonostante volessi di mia sponte entrare in comunità”. Già perché se non si è convinti di iniziare il percorso in comunità, non c’è amicizia, amore, familiare che tenga. “Se non tocchi il fondo non ci vai in comunità, rifiuti qualsiasi consiglio perché pensi che il mondo ce l’abbia con te. Nemmeno quando mi sono reso conto di essere a un passo dalla morte non mi sono spaventato più di tanto, ho avuto davvero paura quando ho capito di essere da solo, così ho chiesto aiuto, il che non è facile perché bisogna ammettere ai pochi che ti sono rimasti accanto (e io in questo sono fortunato) che li hai traditi, che hai detto loro una serie inenarrabile di bugie”.

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L’esperienza in comunità

A parlare è Paolo Pennisi, trentasette anni di cui venti passati gravitando nel mondo delle sostanze stupefacenti, “sono una persona che attualmente è in fase di reinserimento socio-lavorativo presso la struttura Ceis” (Centro Italiano di Solidarietà don Mario Picchi, che ha dato vita anche ad alcune esperienze nel mondo della cucina e della ristorazione, e dove l’ingresso è totalmente gratuito). L’esperienza nella comunità residenziale prevede quattro fasi. “I primi sei mesi sono quelli emotivamente più difficili perché la responsabilità è prettamente personale, nessuno ti trattiene lì: se tu vuoi andare via, vai, se vuoi rimanere, resti. Poi subentra la fase dell’autoaccettazione senza però negare o nascondere quello che hai fatto. Dalla prima fase, si passa alla seconda dove durante il weekend puoi dormire a casa, in questo caso il coinvolgimento delle famiglie è fondamentale e io sono stato fortunato perché la mia mi è sempre rimasta accanto”. Parla di zio Cesare Savoca, militare in pensione, della moglie di lui Viviana Savoca e della sua attuale compagna Emanuela Mariani, che poi, oggi, costituiscono il dream team del progetto Sicilia Bedda.

Sicilia Bedda Roma - polpo

L’importanza di mantenere dei ritmi umani

Attualmente sono nella terza fase del percorso, quindi posso uscire per andare a lavorare, tornando a dormire sempre nella struttura. Ma al di là delle regole della comunità, mi sono imposto di riscoprire che cosa significhi avere il pomeriggio libero – di sera al locale ci sta zio Cesare – o passare la domenica in famiglia”. Un percorso, quello della comunità, che è anche propedeutico all’inserimento socio-lavorativo. “Sono andato in comunità pensando di andare in galera, invece non è così. Pensate alla struttura come una mini città in cui tutti gli abitanti devono contribuire al sostentamento economico, io ero nel reparto cucina. È lì che ho cominciato a cucinare, prima facevo tutt’altro, ero un informatore farmaceutico”.

Sicilia Bedda Roma caponata

Sicilia Bedda, il ristorante siciliano a Roma

Eppure a vederli spignattare – la cucina di Sicilia Bedda è completamente a vista – sembra che facciano questo mestiere da sempre. “La cucina ce l’abbiamo nel sangue!”. Il progetto è nato infatti da una passione familiare, “da sempre ci ronzava per la testa il desiderio di aprire un localino tutto nostro, ma la mia condizione ce l’ha impedito (per fortuna!), così quando ho intrapreso questo percorso abbiamo deciso di aprire quel cassetto per concretizzare il sogno e per rendere omaggio alla nostra città, Catania”. Sicilia Bedda è aperto da pochi mesi, ma ha già conquistato gli abitanti del quartiere, merito di un coinvolgimento emotivo – “le persone passavano e ci vedevano buttar giù muri, appianare pavimenti, montare mensole… abbiamo fatto tutto da soli, dal progetto alla creazione” – e di una proposta genuina che rispecchia appieno il carattere dei quattro.

Sicilia Bedda Roma arancino e caponata

Cosa si mangia da Sicilia Bedda

Cesare e Paolo sono in cucina, mentre Viviana ed Emanuela si occupano del servizio e dell’organizzazione, dato che il locale è nato anche per permettere l’asporto. Nel menù paste fresche con ricci, bottarga – “ce la facciamo arrivare da Marzamemi” – pomodorini ricotta e mandorle salate o alla norma (si va dai 7 ai 10 €). E ancora parmigiana, con le uova sode, caponata, baccalà alla messinese, polpo con finocchio e arance (i prezzi variano dai 3 euro per gli arancini ai 9 per i secondi di pesce). “Il pesce lo compriamo ai mercati generali, mentre la carne è di una cooperativa agricola. Poi molti prodotti ce li facciamo arrivare dalla Sicilia, dalle mandorle ai pistacchi, alle bibite”. Da Sicilia Bedda si trovano infatti le tipiche bibite Tomarchio. Menzione speciale, poi, per i fritti, dorati a regola d’arte, a cominciare dai mitici arancini (al maschile, come Sicilia orientale comanda) dove il riso, nobilitato dallo zafferano, accoglie un condimento ricco e schietto. Schietto come questa splendida famiglia allargata.

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Sicilia Bedda – Roma – via Ponzi, 5 – www.siciliabeddasfl.com

a cura di Annalisa Zordan