E' sufficiente l'autocertificazione per aumentare le occupazioni di suolo pubblico di un terzo. Ma la delibera ha tanti punti oscuri e anche potenzialmente pericolosi 
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In queste settimane stiamo monitorando come le città di tutto il mondo – dando seguito anche ai decreti dei relativi governi – stanno rispondendo ad una necessità basilare degli esercizi pubblici come bar e ristoranti: servire i clienti prioritariamente sui tavolini all’aperto. E’ più sicuro, è più opportuno, è più sensato in un momento in cui ancora circola un virus respiratorio e in cui una parte della clientela è comprensibilmente spaventata. Stare al chiuso con i dovuti accorgimenti non dovrebbe creare problemi, ma stare all’aperto abbatte radicalmente ogni rischio residuo. Ecco perché da Vilnius a Milano, passando per Madrid tutte le città si sono mosse tempestivamente.
Un po’ meno tempestivamente Roma che tra i soliti litigi e il consueto teatro delle approvazioni a notte fonda, ha dato il via (in Giunta, in attesa di un passaggio in Consiglio Comunale) alla sua Delibera sulle occupazioni di suolo pubblico per bar e ristoranti. La Delibera (la numero 34 del 19 maggio 2020 approvata appunto questa notte, tra il 21 e il 22 maggio) presenta degli aspetti positivi e delle scelte poco comprensibili.

Tavolini all’aperto. Come funziona la delibera a Roma

In linea generale il dato saliente è quello del 35%. Una percentuale che ricorre in tutto il dispositivo. Chi – bar e ristorante – è titolare già di una occupazione di suolo pubblico per tavolini può aumentarla del 35%. Per farlo come deve muoversi l’esercente? Semplicemente preparare un progetto, inviarlo via digitale e allestire i tavolini. L’amministrazione lavora in logica di silenzio assenso (anche se l’assessore al Commercio Carlo Cafarotti preferisce chiamarlo “occupazione d’urgenza”) prendendosi però 60 giorni per controllare le pratiche e eventualmente rigettare la richiesta, in quel caso i nuovi tavolini si dovranno togliere entro i successivi 7 giorni. Questo oggettivamente semplifica molto ma apre la strada al far west: a differenza del Comune di Milano che per evitare l’effetto suq non ha concesso il silenzio assenso ma ha garantito risposte in massimo 15 giorni, il Comune di Roma, probabilmente conscio della sua inefficienza, ha dato il libera tutti salvo controllare a valle. Da capire se i controlli saranno solo sulle carte o anche sul campo, visto che alcuni ristoratori potranno essere tentati a inviare un progetto corretto, ma poi allestire dei dehors non del tutto rispondenti a quello. Fare reali controlli sarà impossibile e il rischio di conflitti sarà all’ordine del giorno, sia tra esercenti e esercenti sia tra esercenti e cittadini sia – con prevedibili contenziosi – tra esercenti e Comune.

Tavolini all’aperto a Roma

Tavolini all’aperto a Roma. I criteri

Ma in virtù di quali norme il Comune può – entro 60 giorni appunto – eventualmente rigettare la richiesta dell’esercente? In virtù di “criteri minimi” (l’articolo 14 della Delibera) individuati dal Dipartimento Sviluppo Economico e Attività Produttive d’intesa con la Soprintendenza Statale, il Comando Generale di P.L.R.C. e la Sovrintendenza Capitolina. Questi criteri tuttavia rendono l’applicabilità della delibera davvero aleatoria (“forse potrà sfruttarla l’1% della platea” spiegano alcuni ristoratori, che aggiungono “in molti casi applicare la nuova norma significherebbe ridurre e non aumentare i mq di dehors“). La Sindaca Raggi promette poi che già da lunedì 25 maggio si potranno inoltrare le domande anche se non si capisce come si possano inoltrare le richieste quando la Delibera ancora non è stata ratificata dal Consiglio Comunale. La cosa certa è che, uscite dalla porta grazie al Governo, le Soprintendenze a Roma rientrano dalla finestra e saranno potenzialmente dolori per i tanti ristoranti del centro anche se pure qui, il giorno successivo all’approvazione l’assessore Cafarotti ha smentito questa circostanza che a questo punto forse sarà corretta nel dispositivo. Oltre ai criteri minimi, non ci sarà il pretesto di altri regolamenti visto che la delibera sospende l’applicazione del regolamento sugli arredi: insomma ognuno potrà usare sedie, tavoli e ombrelloni che vorrà. C’è il rischio caos, è ovvio che qualcuno si porterà le seggiole da casa, ma c’è anche la possibilità che qualche ristoratore possa allestire dehors di qualità che fino ad oggi erano paradossalmente vietati dal catalogo degli arredi del comune che puntava sulla banalità e sulla sciatteria basic.

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Tavolini all’aperto a Roma. Cosa dice la delibera per chi non ha una concessione

Premettendo che tutto questo vale anche per gli alberghi che dispongano di una licenza di somministrazione, occorre notare che tutti coloro che non hanno una somministrazione come si dice a Roma “s’attaccano al tram”. Ovvero rimangono senza alcuna possibilità. Panetterie, gelaterie, laboratori gastronomici, alimentari o gastronomie a Milano hanno la possibilità di allestire piccoli spazi esterni per far consumare ai clienti ciò che comprano all’interno, mentre a Roma questa possibilità resta garantita solo a chi ha una licenza di somministrazione ai tavoli. Un errore che potrebbe essere solo parzialmente corretto: “valutiamo” dice Cafarotti “di estendere anche alle librerie“. Altra scelta davvero poco comprensibile. Poi ci sono coloro che non hanno (perché non l’hanno chiesta o perché non sono mai riuscita ad ottenerla a causa di una burocrazia matrigna) alcuna occupazione di suolo pubblico concessa. Questi bar, pizzerie o ristoranti avranno la possibilità di averne finalmente una (il tutto, come sopra, resta sempre temporaneo: sino al 31 dicembre 2020 anche se si pensa già ad una proroga per concessioni a tempo che alla fine durino 12 mesi) in ragione del 35% dello spazio interno. Insomma se ho un ristorante di 100mq posso chiedere spazio all’esterno – se c’è il posto disponibile in base ai requisiti e al Codice della Strada (che resta sempre in vigore, ci mancherebbe) – sino a 35mq.

Tavolini all’aperto a Roma. I tanti difetti della delibera

Ovviamente si tratta di metri quadri puramente virtuali perché se il ristorante si trova su un marciapiede stretto – dovendo lasciare 2 metri al passaggio dei pedoni – non riuscirà mai ad allargarsi veramente. Anche perché, a differenza della delibera di Milano, questa non dà una possibilità di eliminare i posti auto a vantaggio dei tavolini. Roma purtroppo continua ad essere l’unica città del pianeta, in questo peculiare momento storico, dove il benessere delle automobili è prioritario rispetto al benessere delle persone, dei turisti e delle imprese. E non potendo eliminare i posti auto, poco impatto potrà avere l’articolo del dispositivo che permette di allestire dehors fino a 25 metri di distanza dal negozio stesso.
Ma al di là di questo non c’è nulla su piccole pedonalizzazioni (anche temporanee), nulla su nuove Aree 30, nulla che incentivi i progetti condivisi tra più di un esercente, nulla sul coinvolgimento delle aree verdi, nulla insomma che tragga insegnamento dalle migliori normative europee. E anche la logica del 35% rischia di essere perversa perché gira in funzione delle precedenti occupazioni per chi ce le ha e invece gira in funzione delle dimensioni del locale per chi non ce le ha. Un ristorante di 200 mq che non ha mai avuto una concessione potrebbe averne ora una nuova da 70mq; un ristorante invece da 100mq – magari adiacente e concorrente – che aveva una piccola concessione da 30 metri, se la vedrebbe aumentare solo di un terzo: da 30 a 40 metri con una estensione complessiva della metà del concorrente pur avendo magari da decenni pagato tasse e canoni. Storture capaci di spiazzare e alterare la concorrenza tra esercizi nel momento più delicato della loro esistenza. Insomma ad una prima analisi, che ci auguriamo venga smentita dai fatti o quanto meno corretta dal Consiglio Comunale, la Delibera sembra un dispositivo complicato da applicare e, laddove applicato, passibile di creare perfino problemi e anomalie.

Tavolini all’aperto a Roma. La rabbia dei ristoratori

Visto tutto quanto detto sopra, non mancano i delusi, soprattutto tra i locali di alto livello e di qualità (chi fa ristorazione mediocre e rapace tanto i tavolini li mette, impunemente, senza permessi). A suonare la grancassa è Giancarlo Casa de La Gatta Mangiona: “complimenti per la task force che ha concepito questa ordinanza. E complimenti ai cinque locali di Roma che potranno usufruirne“. “Questa presa per i fondelli ve la potevate risparmiare” aggiunge Mario Sansone di Marzapane che aggiunge: “io credo che sia arrivato il momento di farci sentire per davvero perché questo atteggiamento offende la nostra dignità. Chi ci sta?“. Sui social le adesioni non mancano visto che rispondono a raffica personalità del calibro di Flavio De Maio (Flavio al Velavevodetto), Arcangelo Dandini (L’Arcangelo), Fabiana Gargioli (Armando Al Pantheon) e Pasquale Livieri (Matière) tra gli altri. Tutti operatori di eccellenza che non potranno beneficiare neppure lontanamente di un provvedimento che viene vissuto come qualcosa utile da sbandierare sui profili Facebook degli amministratori ma non realmente fruibile per gli imprenditori. Fabrizio Pagliardi, di Barnaba, aggiunge che “considerati tutti i paletti che la delibera impone, il 98% degli operatori non potrà neppure lontanamente usufruirne, tuttavia visto che il Comune dichiara 60 giorni per fare i controlli e nel frattempo ti farà mettere i tavolini, tutti li metteranno e poi sarà complicatissimo controllarli” presagendo il far west che dicevamo sopra. Fabio Spada, fino a qualche mese fa presidente della Fipe a Roma fa infine notare come si assurdo che l’amministrazione inciti gli esercenti a fare domanda quando la delibera non è ancora neppure approvata in Consiglio Comunale. Consiglio Comunale che potrebbe cambiarla, come tutti auspicano.

a cura di Massimiliano Tonelli

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