Cโรจ unโimmagine di Santorini che il mondo ha imparato a riconoscere prima ancora di comprenderla: tramonti liquidi, case bianche sospese sul vuoto, piscine a sfioro, cocktail che riflettono lโoro del sole. Un immaginario potente, spesso turistico, costruito e amplificato con una rapiditร quasi violenta. Negli anni Settanta era unโisola ancora attraversata da un turismo irregolare, quasi iniziatico, come fu Ibiza alle origini; poi la traiettoria si รจ accelerata fino a diventare vertiginosa: prima il lusso, poi la promessa di silenzio e bellezza assoluta, infine la saturazione, lโeccesso, la folla che consuma lโimmagine stessa che la attrae.
Eppure, appena si scende sotto la superficie – basta parlare con chi qui รจ nato, o con chi ha scelto di restare – emerge unโaltra Santorini, piรน lenta, piรน dura, piรน vera. ร il vino. Non il vino come prodotto, nรฉ come esperienza estetica da degustazione guidata. Il vino come pratica quotidiana, come fatica sedimentata, come grammatica del vivere. Qui si vendemmia sotto un sole che non concede tregua, si pota contro un vento che spazza senza ostacoli, si attende una pioggia che spesso non arriva.ย

Il vulcano – che ha distrutto e rifondato Santorini – ha lasciato in ereditร suoli poveri di materia organica ma ricchi di mineralitร , capaci di trattenere lโumiditร notturna. ร qui che nasce una delle forme piรน radicali di adattamento viticolo del Mediterraneo: le viti basse, intrecciate a spirale nella kouloura, per proteggere i grappoli dal vento e dalla sabbia. Una viticoltura che dalla necessitร ha inventato una architettura paesaggistica.
E tuttavia oggi questo sistema millenario si trova stretto in una tensione quasi irrisolvibile. Santorini vive di turismo, e il turismo ha imposto un nuovo ritmo allโisola. Tutti, in qualche forma, lavorano per esso. Anche il vino. Chi produce vino lo fa dentro il turismo, per il turismo, e spesso nonostante il turismo.
Il tempo – che รจ la risorsa fondamentale della viticoltura – รจ diventato il bene piรน scarso. La vigna chiede una dedizione assoluta, una presenza continua, una cura che non ammette interruzioni. Ma lo stesso tempo รจ richiesto dallโaccoglienza, dalla gestione delle strutture, dallโeconomia stagionale che concentra tutto tra luglio e agosto. Ed รจ qui che si consuma la frattura: uva e turisti maturano insieme, nello stesso momento, chiedendo entrambi unโattenzione totale che non puรฒ essere divisa senza perdita. Negli ultimi anni questa tensione รจ stata aggravata dalla crisi climatica.
La siccitร ha assunto caratteri strutturali, con annate recenti in cui si รจ perso oltre il 50% della produzione. In un contesto giร estremo, ogni squilibrio si amplifica: meno acqua, piรน stress idrico, rese ridotte, lavoro ancora piรน intenso per mantenere in vita le piante. La vite, qui, non perdona lโabbandono. Se non le si dedica tempo, semplicemente smette di restituire.
E cosรฌ accade che alcune vigne si inselvatichiscano, che il paesaggio stesso โ costruito nei secoli come unโopera collettiva โ inizi a mostrare segni di cedimento. Perchรฉ il grappolo, in fondo, รจ una misura del tempo: restituisce esattamente ciรฒ che riceve. Ma proprio in questa fragilitร risiede la forza di Santorini come terroir. ร un luogo che resiste anche al proprio successo. E che continua, ostinatamente, a produrre uno dei vini piรน identitari del Mediterraneo, capace di tenere insieme salinitร , tensione, profonditร .
Dire di conoscere il vino senza essere passati da qui รจ, in qualche modo, unโaffermazione incompleta. Perchรฉ Santorini non รจ solo unโorigine geografica: รจ una forma estrema di relazione tra uomo, ambiente e tempo. Se Santorini รจ diventata un nome globale del vino, lo deve innanzitutto allโAssyrtiko: un vitigno che qui raggiunge una delle sue espressioni piรน radicali, capace di coniugare tensione acida, salinitร e una profonditร quasi tattile. Ma ridurre lโisola a questa sola uva significa non coglierne la complessitร .

Accanto allโAssyrtiko sopravvive un arcipelago ampelografico piรน silenzioso ma decisivo: i bianchi Aidani e Athiri, che introducono morbidezze aromatiche e modulazioni piรน floreali, e i rossi Mavrotragano, oggi al centro di un recupero qualitativo che ne sta ridefinendo il ruolo tra i grandi rossi mediterranei e Mandilaria, piรน rustica, piรน severa, ma profondamente inscritta nella storia produttiva dellโisola. ร dentro questa pluralitร che si disegna la geografia contemporanea di uno dei piรน grandi terroir del mondo del vino. E attraversarla significa entrare nelle cantine.
Da Estate Argyros si comprende immediatamente che Santorini non รจ unโeccezione folklorica, ma un terroir pienamente inscritto nella grammatica dei grandi territori del vino: investimenti, visione imprenditoriale, ospitalitร di altissimo livello, capacitร di stare sul mercato globale. Il Cuvรฉe Monsignori, proveniente da vigneti bicentenari, รจ la dichiarazione piรน netta di questa ambizione: un Assyrtiko di verticalitร assoluta che dimostra come lโisola possa parlare la lingua universale dellโeccellenza senza perdere la propria radicalitร .
La cantina Hatzidakis racconta invece unโaltra traiettoria: quella che, negli ultimi trentโanni, ha portato Santorini a ridefinire i propri standard qualitativi. Qui la scelta di virare quasi per primi sull’isola verso lโimbottigliamento รจ figlio di una scelta culturale, quasi politica. Il loro Nykteri โ vino storico dellโisola, tradizionalmente vinificato durante la notte per preservare freschezza e consentire ai lavoratori di affrontare il caldo โ diventa simbolo di questa trasformazione: un vino che tiene insieme memoria e precisione, fatica e forma.

Sulla piccola, quasi inaccessibile – ma per questo pura e ammaliante – isola di Thirassia, nella sua dimensione piรน aspra e marginale, Mikra Thira rappresenta una frontiera. Qui la viticoltura torna ad essere gesto estremo ma elevato all’eccellenza. Ilย loro Therasea รจ un vino sublime che arriva diretto, senza mediazioni: concentrazione, spessore, energia. ร la dimostrazione che la sintesi tra tecnica e tenacia puรฒ ancora spingersi oltre, fino a lambire unโidea quasi verticale di eccellenza.

Alla Koutsogiannopoulos Wine Museum si entra invece nella stratigrafia storica dellโisola. Un museo scavato nella roccia che restituisce un secolo di vita e vite, mostrando come la viticoltura sia stata โ prima di tutto โ infrastruttura sociale.
Qui il vino si legge nel tempo lungo: nelle tecniche, negli strumenti, nelle economie familiari.

Da Domaine Sigalas, oggi guidata dalla nuova generazione della famiglia Boutari, il giovane e brillante Yannis, il discorso si sposta sul futuro. Qui non ci sono dogmi: cโรจ ricerca. LโEpta (7 Villages) รจ forse una delle espressioni piรน intelligenti di questa fase, un Assyrtiko di sintesi, equilibrio e profonditร che prova a tenere insieme le diverse anime dellโisola in una costruzione coerente, leggibile, contemporanea.
Infine Venetsanos, dove si comprende forse la dimensione piรน profonda del vino santorinese: il Vinsanto.
Un vino che nasce dallโattesa. I grappoli vengono lasciati appassire al sole, si concentrano, cambiano colore, diventano materia altra. Poi il tempo della botte โ anni, decenni โ compie la trasformazione definitiva. Non รจ piรน solo vino: รจ estrazione, essenza.

ร qui che il rapporto tra lโisola e il vino raggiunge la sua forma piรน compiuta. Un processo che dalla pianta al bicchiere attraversa il tempo come sostanza attiva. Come se, davvero, si potesse distillare lโanima di un luogo.
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