Questione di colore

Ecco come il rosato italiano può ritagliarsi il suo spazio in un mondo innamorato dello stile provenzale

A Londra, alla seconda edizione di Fine Rosé Day, si è parlato dei tanti stili italiani di rosato. Dopo anni in cui si è cercato di imitare il colore chiaro francese, adesso è in corso un piccolo rebranding. A partire dal Cerasuolo

  • 16 Ottobre, 2025
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Il rosato made in Italy cerca la sua identità. A Londra, alla seconda edizione di Fine Rosé Day, si è parlato delle sue potenzialità e di come comunicarle meglio. Una delle questioni è come vendere un rosé italiano di qualità a un mondo innamorato della Provenza. «La gente è rimasta scioccata dalla diversità degli stili», ha spiegato Elizabeth Gabay MW, massima autorità mondiale sul rosé e co-organizzatrice dell’evento che ha aperto il dibattito sul fatto che la Provenza non è l’unico luogo dove si fanno rosé di grande qualità.

Questione di colore

Il dominio della Provenza nel mercato dei rosé è particolarmente evidente quando si parla del pallido “elefante nella stanza”: il colore. «I grandi produttori toscani vedono ancora il rosé alla maniera della Provenza. Cinque anni fa il Cerasuolo d’Abruzzo diventava sempre più chiaro, ma ora c’è stata una forte riscoperta dello stile tradizionale, più scuro», ha osservato Gabay.
«Nel 2014 Angelo Peretti (all’epoca responsabile comunicazione del Consorzio di Tutela del Chiaretto e del Bardolino; ndr) impose fortemente l’idea che il Chiaretto dovesse essere chiaro, e ne venivano venduti enormi quantitativi in Germania, sebbene il Chiaretto che a me piace sia un po’ più scuro. Penso che l’Italia stia vivendo un piccolo rebranding in fatto di colore di vino rosato, ma per competere con la Provenza bisognerebbe essere superiori: il Sangiovese non sempre si può paragonare al Grenache. Per vendere un vino come rosato in stile italiano, il mercato è enorme e adesso stiamo vediamo una reazione».

In effetti, Gabay ha notato che i produttori italiani presenti all’evento dello scorso giugno al Drink Pink Wednesday non parlavano di colore, ma di sapore.

Il caso del Cerasuolo d’Abruzzo

Le discussioni sull’intensità del colore conducono al nodo di quando un rosé diventi un rosso leggero. E forse nessun vino incarna meglio questo dibattito del Cerasuolo d’Abruzzo (vedi intervista a Valentina di Camillo, che con il rosato Baldovino si è aggiudicata il premio rosato dell’anno della guida Vini del 2026 del Gambero Rosso). Prodotto da Montepulciano, le sue espressioni possono variare notevolmente nel colore. Se la posizione del Consorzio Vini d’Abruzzo è chiara — «Cerasuolo è Cerasuolo» — per gli importatori questo “mezzo stile” può generare difficoltà.

Gabay ha proposto una soluzione: «Un paragone potrebbe venire dalla Spagna: a Cigales e Navarra usano il termine “clairette” per il loro stile tradizionale e “rosado” per lo stile provenzale, e penso che questo potrebbe accadere anche con il Cerasuolo — “rosé” per uno stile commerciale internazionale, e “Cerasuolo” per il rosé da terroir premium. È un po’ come usare i nomi “Syrah” o “Shiraz” — dà un indizio al consumatore se si tratta di uno stile della Valle del Rodano o australiano».

Il ruolo della ristorazione

Per quanto riguarda l’affermazione nel mondo del rosato italiano, Andrea Fabiano, export manager di Feudi di San Gregorio, ha suggerito che la soluzione potrebbe risiedere nella passione globale per la cucina italiana: «Pensate a quanto è grande l’industria dei ristoranti italiani al di fuori dell’Italia. Spesso questi ristoranti non hanno molte opzioni di rosato italiano, non ci sono molte cantine che vi si dedicano davvero, di solito è considerato un’estensione della gamma assieme ai bianchi e ai rossi.»

«La Campania – prosegue Fabiano – è principalmente una regione di vini bianchi. Quanto ai rossi, è dominata dall’Aglianico, specialmente il Taurasi, ma avere questa esperienza nei bianchi ci consente di mostrare l’Aglianico non come un rosso grande e robusto, ma come un rosé più gastronomico. Qui il focus è più sulla verticalità che sull’opulenza, è qualcosa in cui crediamo fortemente riguardo al potenziale dell’Aglianico.»

Feudi di San Gregorio sta prendendo sul serio il proprio portafoglio di rosati, arrivando persino a creare una pagina Instagram dedicata al suo rosato San Greg — uno chiaro sforzo per sfruttare l’appeal visivo della categoria. E la strategia rosato dell’azienda sembra dare risultati anche all’estero: «La Germania è il nostro mercato numero uno al di fuori dell’Italia, ma stiamo andando bene anche negli Usa, nonostante i dazi».

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Vendere il rosé italiano agli italiani

Ma cosa dire del mercato interno? Gabay ha citato un’iniziativa del 2018 dei consorzi responsabili di cinque rosati tradizionali italiani — Bardolino Chiaretto, Valtènesi Chiaretto, Castel del Monte, Salice Salentino e Cerasuolo d’Abruzzo — per promuovere questi vini su basi di antiche radici viticole. «All’epoca si pensava che il motivo per cui agli italiani non piacesse il rosé fosse perché a loro piaceva parlare dei precedenti storici – ha spiegato – Se il rosé della Provenza non può farlo, in quanto è moderno, in Italia parlarne come di stili storici regionali potrebbe essere una buona strategia».

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