Editoriale

Il Mediterraneo siamo noi. L'ultima geografia che riconosciamo ancora a occhi chiusi

Più che un mare, un luogo d'incontro tra idee, sapori e culture. E che, tra fragilità e contraddizioni, continua a indicarci una direzione

  • 03 Giugno, 2026
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Basta un cappero. Lo assaggi e, senza bisogno di spiegazioni o navigatori, sei lì: in balia di un soffio mediterraneo. C’è una densità quasi commovente, come se un luogo intero si fosse concentrato in pochi grammi. Succede con un pomodoro raccolto al momento giusto, con il timbro di un grano o con certi vini che hanno una tale stratificazione di sapore da costringerti a chiudere gli occhi. Un gesto ingenuo, forse, ma irresistibile: come se per un istante si potesse trattenere tutta quella bellezza dentro di sé.

Il Mediterraneo (a cui il Gambero Rosso dedica l’evento Rotte Mediterranee – Terra Mare Visione, il 19 giugno a Napoli) ha questa forza: una riconoscibilità immediata. Una pezzogna pescata nelle nostre acque la distingui in mezzo a mille ombrine del Pacifico. Il sapore di una cernia lungo le coste di Favignana non te lo scordi più. Porta con sé una profondità che racconta una storia millenaria. Quando parliamo di cibo e di vino, in fondo, stiamo parlando del Mediterraneo. E quando parliamo del Mediterraneo, stiamo parlando di noi. Di un mare relativamente piccolo, quasi chiuso, che per secoli ha fatto circolare uomini, merci, lingue, religioni e idee. Un oceano civilizzato che ha insegnato a popoli diversissimi a confrontarsi, scontrarsi, contaminarsi. Il vino è stato una delle sue lingue comuni. L’olio, il pane, il grano, la melanzana: altri alfabeti.

Storie di mare

Oggi quel mare continua a insegnarci molto, anche attraverso la sua fragilità. Nel numero del mensile che trovate in edicola e online il biologo marino Silvestro Greco ci ricorda che le correnti non circolano più come prima, la biodiversità si assottiglia, e l’immagine di un’enorme distesa di pile di sale non appare più così irreale. Mentre il marketing svuota sempre più il senso della dieta mediterranea, spesso tradita proprio nelle pratiche quotidiane, a partire dalla ristorazione.

In questo numero siamo stati nell’antica Pompei per ritrovare il posto del vino tra viti maritate e palmenti incredibilmente intatti. Abbiamo osservato come lo storytelling delle piccole isole stia tenendo in piedi economie fragili e territori remoti. Ci siamo poi calati nello sguardo di chi il mare lo vive davero, come Gianfranco Pascucci, che a Fiumicino ha costruito una meravigliosa periferia iodata tra orti, dune e incontri. E ancora nelle visioni quasi ostinate di Giuseppe Pagano, che nel Cilento ha creato un ecosistema agricolo e culturale da studiare a memoria.

In copertina Nino Caravaglio, il guardiano di Salina: ha trasformato l’accoglienza e la viticoltura delle isole in un modello concreto, perfino a Stromboli. Oltre a grandi vini, produce capperi magnetici. In un tempo frenetico, questo mare continua a suggerire un’altra idea di ricchezza: stratificata, lenta, umana. Esalta ancora il dubbio, la complessità, un certo modo di guardare le cose. Con tutte le sue contraddizioni, il Mediterraneo resta il nostro appiglio più solido, la nostra scala valoriale profonda. In fondo è tutto quello che abbiamo. E non è affatto poco.

 

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