Il rosso scende, il rosato fermo sale. È un trend che, soprattutto in questi giorni di caldo rovente su tutta l’Europa — in cui è molto difficile stappare rossi strutturati — appare quasi inevitabile. I numeri lo confermano: secondo le analisi di Reanin, il valore del mercato mondiale del rosé è destinato a una crescita costante. Potrebbe superare 5 miliardi di dollari entro il 2032, registrando un tasso di crescita annuo superiore al 5%.
Le denominazioni italiane rincorrono il trend. L’ultima è la Docg Chianti, che con il decreto Masaf del 5 giugno 2026 ha introdotto il Chianti Rosé. La nuova tipologia nasce da una base ampelografica a maggioranza sangiovese (minimo 50%), affiancato da altre varietà autoctone e da una quota di uve a bacca bianca non superiore al 10%, e potrà essere rivendicata già a partire dalla vendemmia 2025. Tra le altre denominazioni per ora dedicate al rosso che potrebbero percorrere la stessa strada, c’è anche quella del Primitivo di Manduria (che conta al suo interno un numero cospicuo di produttori che già producono Rosato Igp da uve Primitivo).

Eppure, quella del rosato resta una storia ancora in buona parte da scrivere per l’Italia. Fatta eccezione per alcuni territori di riferimento storici — come Valtènesi, Bardolino, Abruzzo, Salento, Calabria — il Belpaese non ha una tradizione consolidata in questa categoria, né ha mai avuto lo slancio innovativo mostrato da altre nazioni. In primis la Francia con la Provenza, che continua a primeggiare per numeri e a dettare le tendenze del mercato mondiale del rosé.
Il primato provenzale nasce sì da ragioni agronomiche o enologiche, ma anche da un posizionamento costruito nel tempo: la Costa Azzurra è una delle riviere più glamour del mondo, forte di un immaginario luxury che ha contribuito a trasformare il rosé provenzale in un vero status symbol, aiutato da investimenti in packaging e marketing che hanno pochi eguali nel mondo del vino. A questo si aggiunge uno stile preciso e universalmente riconoscibile: pallido, leggero, profumato. Non senza criticità: gli addetti ai lavori puntano il dito contro l’omologazione che questo modello ha causato, portando alla produzione di vini si precisi, si gradevoli, ma molto semplici e alle volte poco originali. Per ora, però, il successo commerciale è così forte e duraturo da costringere tutti gli altri paesi alla rincorsa.

In Italia, invece, manca uno stile specifico e identitario per il rosato in quelle zone dove è un’introduzione recente. E trovarlo non è una sfida di poco conto, visto che si tratta – perlomeno nelle declinazioni che guardano al bianco – di uno dei vini tecnicamente più complessi da realizzare. Manca, innanzitutto, una formazione specifica sulla categoria: non esistono centri di studio, formazione e sperimentazione alla pari delle principali istituzioni francesi, come il Centre du Rosè di Vidauban in Provenza.
«I rosé in Italia non hanno mai avuto un’enologia dedicata: è necessario un approfondimento delle tecnologie, che per quelli da viticoltura dedicata sono estremamente raffinate ed economicamente dispendiose», spiega l’enologo Mattia Vezzola, titolare di Costaripa in Valtènesi. E che dire di associazioni e/o cabine di regia interregionali? L’unico esperimento, Rosautoctono, sembra ormai definitivamente archiviato.

Ma la rivoluzione del rosato di qualità passa soprattutto per un ripensamento del vigneto ad hoc. Uno dei problemi principali, infatti, è che in Italia è il rosato in passato è stato spesso un sottoprodotto da salasso, ovvero da sottrazione di mosto dai rossi per concentrare la materia colorante e aromatica di questi ultimi. Una pratica in larga parte archiviata, ma in molti casi sostituita semplicemente da vendemmie molto anticipate o dall’utilizzo di uve di risulta. L’idea del rosato che nasce dalla vigna è ancora marginale, anche se ci sono stati degli sviluppi importanti in questo senso. Per esempio sull’Etna, territorio per cui il rosato ha un posizionamento decisamente premium, è oramai consuetudine di molti produttori utilizzare solo vigne in versanti molto freschi, spesso boschivi, che danno naturalmente minore concentrazione a nerello mascalese e nerello cappuccio.
Ma, per migliorare ulteriormente la qualità, potrebbe essere necessario partire già dall’impianto e dalla selezione clonale. «È indispensabile iniziare da una vigna dove la genetica e l’epigenetica siano dedicate alla produzione di uve per rosé da almeno 100 anni. Una filosofia produttiva estremamente vicina allo Champagne può aiutare a trovare una strada» sostiene Vezzola. Un assunto a tratti drastico, ma che mette in chiaro un fatto: limitarsi a riconvertire vigneti precedentemente destinati al rosso potrebbe essere insufficiente.

«Oggi molte denominazioni introducono il rosé perché faticano a vendere i rossi. Per noi è diverso – racconta Paolo Pasini, presidente del Consorzio Valtènesi – il nostro Chiaretto nasce da una storia e da un’identità precise. Non chiediamo al consumatore di scegliere un colore, ma un territorio. Bisogna imparare a bere prima i territori e poi le tipologie. Per questo credo sia arrivato il momento che le denominazioni storiche del rosato – dalla Valtènesi al Bardolino, dal Cerasuolo d’Abruzzo al Castel del Monte fino al Cirò – lavorino insieme per raccontare l’origine di questi vini. Se si vuole parlare dei rosati italiani, sul piedistallo devono esserci anzitutto quelli che sono rosati da sempre. La partnership con la Provenza ci ha insegnato proprio questo: il rosé non è un colore, ma l’espressione di un territorio, delle sue uve, della sua cultura e della sua storia».
Ci spostiamo in Abruzzo, dove troviamo un altro caso di identità chiara legata ad una denominazione storica con uno stile tanto riconoscibile quanto fuori degli stereotipi, che dimostra che il mercato è più variegato di quanto sembrerebbe a primo acchito.
Ottenuto dal montepulciano, uva dalla concentrazione cromatica molto importante, il Cerasuolo d’Abruzzo ha uno stile esattamente agli antipodi rispetto a quello provenzale: scuro, strutturato, gastronomico; il disciplinare ha blindato il colore da qualche anno, imponendo una sfumatura cerasa acceso e intenso. Più che con bianchi e rosati, l’obiettivo è competere con i rossi, conquistando lo spazio lasciato vuoto da quelli strutturati e affiancando quelli leggeri. Se in passato era relegato nel mercato locale o in un segmento più basso, incontrando la diffidenza del consumatore internazionale abituato a ben altro stile, oggi la sua crescita è lenta, ma trasversale.
«Nella grande distribuzione organizzata il Cerasuolo d’Abruzzo registra (dati Nomisma) una crescita del 2,8% a valore e dello 0,3% a volume. Un dato particolarmente significativo perché si inserisce in un contesto generale di rallentamento dei consumi vinicoli. A sostenere il mercato è soprattutto il progressivo spostamento verso le fasce di prezzo medio-alte: diminuiscono, infatti, le vendite delle etichette più economiche, mentre crescono quelle dei segmenti premium, segnale di una maggiore percezione qualitativa da parte dei consumatori», è la sintesi del consorzio vini d’Abruzzo.
«Da almeno cinque anni registriamo un trend costantemente positivo – spiega il presidente del consorzio vini d’Abruzzo Alessandro Nicodemi – È un vino che ha saputo interpretare i cambiamenti nei consumi, proponendosi come una scelta moderna, gastronomica e di qualità. La crescita nei mercati internazionali, soprattutto negli Stati Uniti, dimostra che il Cerasuolo non è più soltanto un’espressione identitaria dell’Abruzzo, ma una tipologia riconosciuta e apprezzata a livello globale. Anche il fatto che molte aziende abbiano deciso di aumentare la produzione conferma la fiducia nel potenziale della tecnologia e della denominazione».
Può il Cerasuolo d’Abruzzo indicare una via maestra per il rosato italiano? Difficile dirlo, perché ogni vitigno fa storia a sé. E le uve che permettono di produrre un rosato che guarda al rosso senza scadere nella rusticità eccessiva non sono molte. Ma dimostra che distinguersi e trovare un’ identità territoriale specifica – anche se in controtendenza – può essere una strategia vincente, soprattutto a lungo termine.
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