L’alberata aversana non è la classica versione di vite maritata agli alberi come si nota in tante regioni d’Italia. Anzitutto per il sistema di allevamento, che comincia nella ramificazione dei tralci ordinati a mo’ di candelabro, poi per l’altezza media sorprendente, che oscilla tra i 7 ed i 15 metri d’altezza. Infine, per il concetto eroico di chi è costretto a vendemmiare su scale in legno create appositamente in base alla lunghezza delle gambe e alla postura.

La sicurezza sul lavoro, tema fondamentale in quest’epoca, viene in qualche modo garantita proprio dall’incastro perfetto del ginocchio tra piolo e piolo, che consente al “vigneron scalatore” di avere le mani libere per inserire i grappoli nelle ceste di raccolta. Anche gli Antichi Romani prevedevano una sorta di assicurazione a carico del latifondista, con il pagamento del rogo in caso di infortuni mortali e il sostegno a vita alla famiglia superstite.
Un’inerpicata che mantiene vive tradizioni millenarie. Probabilmente il sistema di allevamento era un retaggio degli Etruschi per le popolazioni locali. Legare le piante di vite agli alberi, in particolare pioppo, olmo ed acacia, fino ai giorni nostri, fa parte dell’affascinante alone di mistero insito nelle terre vulcaniche del casertano.

Si dice che fu involontariamente un sistema difensivo contro l’invasore napoleonico e che Murat era affascinato di fronte alle pareti immense e quasi impenetrabili di vigne. Più probabilmente la vera utilità consisteva nel difendere le piantate sottostanti dalla forza del vento, consentendo una biodiversità in campo benefica per ogni tipo di coltivazione. Il contrario di quanto accade in alcuni territori ormai vincolati alla monocultura per esigenze di profitto.
Il contadino Antonio, esperto sin da piccolo di potatura, racconta dei metodi empirici selezionati con tanta fatica per replicare e rinvigorire i ceppi. Uno dei pochi custodi di trucchi e segreti per un’agricoltura di qualità: «Qui la fillossera non produce danni. Le radici sono tutte a piede franco replicate per propaggine anche tra impianti paralleli. Il pioppo è l’albero migliore per altezza e per il suo comportamento simbiotico. I tralci che arrivano più in alto sono quelli che matureranno meglio alla luce del sole. Ogni decennio bisogna attuare una potatura estesa delle viti per far ripartire con nuova linfa la vegetazione dal basso». Un ciclo completo che dura anche 4 anni per ritornare produttivo.

La varietà cardine utilizzata è l’Asprinio Bianco, meglio conosciuto come Asprinio di Aversa per il profondo legame con il territorio di origine. Il mistero aleggia anche sulla sua genealogia, tra Vitis Silvestris o parentele con il Greco e le specie “aminee”, per via della forma allungata a due orecchie del grappolo. Un’uva che garantisce elevati livelli di acidità anche in contesti di cambiamento climatico, con prodotti contemporanei e versatili nelle versioni spumantizzate da metodo ancestrale o da metodo classico.

Raffaele e Salvatore Diana – dell’azienda agricola Gaia Felix – proseguono l’attività del nonno con le sperimentazioni in bottiglia dell’Asprinio. Accolgono la consulenza di Antonino De Gennaro Aquino, specializzato in viticoltura ed enologia e preferiscono il rispetto delle regole del biologico e biodinamico, incluse le fermentazioni dei mosti in anfora e il successivo riposo in vetro nelle grotte di tufo sotto casa a 12 metri di profondità. Le uve vengono pigiate a grappolo intero senza diraspatura, con torchio antico a mano, pied de cuve e fermentazioni spontanee. Appena 6mila bottiglie totali di Asprinio su circa 2 ettari e mezzo ad esso dedicati tramite il recupero ed il ripristino di terreni o impianti in via di abbandono.
«Perché credo nell’assoluta importanza dell’alberata? Perché è la storia della mia terra che consente una perfetta biodiversità ed ombreggiamento – racconta Raffaele Diana – Accanto alle viti possiamo infatti coltivare alberi da frutta, ortaggi e piante aromatiche arricchendo così il terreno di sostanze nutritive che tornano utili alla vite stessa». Le piante più vecchie sono del 1929, da cui recuperare di continuo il materiale genetico per i nuovi innesti. Appetitoso il pet-nat “Publius” in onore di Scipione l’Africano morto a Villa Literno, vino base rifermentato con il mostro dell’annata successiva. Durante Vinitaly 2026 verrà invece presentato il metodo classico da 36 mesi sur lie per appena 600 unità totali.
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