Storie di famiglia

Nonna Pina e i carretti di Napoli: la vita in strada negli anni cinquanta

Dalla pizza fritta โ€œoggi a ottoโ€ agli acquaioli con il carretto, passando per le โ€œballe americaneโ€ vendute tra Pozzuoli e Resina: il racconto di nonna Pina attraversa la Napoli popolare del Dopoguerra, dove il cibo era fatica, solidarietร  e sopravvivenza

  • 23 Maggio, 2026
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Una domenica come tante, nonna Pina si accomoda sulla panca a capo tavola in direzione della televisione. Mi guarda e, con lo sguardo vispo di chi sta per farti una richiesta, mi chiede ยซVuoi fare il caffรจ?ยป . Arresa allโ€™abitudine, ma anche lusingata, lo preparo. ยซCosรฌ poi ti racconto la tua storia preferita, quando io e il tuo bisnonno andavamo a faticareโ€ฆยป e mentre aggiungo acqua e polvere di caffรจ per la moka, penso che questa storia lโ€™ho sentita mille volte, ma non smette mai di piacermi. Le porgo la tazzina, rigorosamente non zuccherata, ed entusiasta ritorna bambina, ricordando i giorni in cui lavorava con il padre, a vendere con il carretto tra le strade di Napoli.

La Napoli dei carretti che sfamavano i quartieri

Sebbene le sue radici risalgano ai thermopolia di epoca romana, รจ tra il Seicento e il Settecento che il fenomeno del commercio di strada si codifica come vera e propria istituzione sociale. Documenti d’archivio, come lo Statuto dei Saponari del 1626, testimoniano l’esistenza di corporazioni itineranti giร  in epoca vicereale, nate dall’esigenza di servire una popolazione che non disponeva di dispense o cucine domestiche. Queste botteghe su ruote, descritte con stupore da viaggiatori come Goethe, portavano barilotti con acqua, bicchieri e limoni, o ancora canestri di biscotti, castagne e brodo di polpo. Anche Matilde Serao, nel romanzo Il Ventre di Napoli, scrive dellโ€™usanza delle donne napoletane di vendere in strada un pezzo di polpo, bollito in grandi pentoloni riempiti di acqua di mare, e condito con peperoncino piccante. Come riportato da Francesco de Bourcard, in Usi e costumi di Napoli, il carretto viene finalmente documentato non solo come mezzo di trasporto, ma come capolavoro di micro-ingegneria popolare.

Dal secondo dopoguerra, i venditori ambulanti giravano per la cittร , nei rioni popolari, con i carretti o con le ceste ricolme di merci, che con le loro urla e i loro canti attiravano il popolo napoletano. Cosรฌ, svolgendo mestieri semplici e artigianali, molti riuscivano a trovare il piccolo guadagno per portare il pane a tavola. I carretti erano il mezzo che garantiva la fatica, il lavoro stabile, che รจ sempre mancato fra le strade piรน povere di Napoli.

Esemplare รจ la tradizione della pizza fritta โ€œoggi a ottoโ€, un grande gesto di solidarietร  immortalato nel film Lโ€™oro di Napoliย con Sophia Loren. I venditori ambulanti realizzavano le pizze fritte al momento, essendo necessario solo un recipiente per friggere, e, nellโ€™istante in cui era pronta per essere mangiata, il patto era saldato: la mangiavi oggi e la pagavi tra otto giorni, un atto di fiducia reciproca tra pizzaiolo e cliente che permetteva al popolo di sfamarsi nella speranza di poter saldare il debito.

Lโ€™infanzia di nonna Pina tra Pozzuoli e Resina

Era il 1951 quando Pina ha iniziato a lavorare, allโ€™etร  di sei anni, insieme al padre Raffaele. A quei tempi non cโ€™erano molti soldi e si doveva aiutare la famiglia ed era cosรฌ che si โ€œapparavaโ€ la giornata: vendendo la merce a piedi o con il carretto. ยซIo e mio padre abbiamo venduto un poโ€™ di tutto. Andavamo a Resina (ndr. oggi Ercolano) a comprare le balle, la merce dallโ€™America. Erano a sorpresa, non sapevi cosa aspettarti, ma ti dovevi accontentare perchรฉ era lโ€™unico modo per guadagnare qualcosa. Quando mio padre era in grande difficoltร , si accordava con un pizzaiolo, che preparava le pizze a portafoglio (ecco dove mangiare le migliori di Napoli), con solo un poโ€™ di pomodorini, il parmigiano al tempo te lo sognavi. Le metteva allโ€™interno di un ruoto dโ€™acciaio e le vendeva per Pozzuoli. A fine giornata, quelle rimaste sarebbero state la nostra cenaยป.


Durante lโ€™inverno, Pina e il padre andavano allโ€™Ippodromo di Agnano, annunciandosi con il carretto per farsi notare dai fantini, proponendo giubbotti di pelle o di renna, camicie, scarpe e tanto altro. ยซErano tanto gentili con me, ogni tanto mi chiamavano โ€œPuzzulana! Viene ccร  che ti prendiamo qualcosa al ristoranteโ€ e mi compravano addirittura la cioccolataยป.
Arrivata lโ€™estate, si spostavano sulle spiagge, di preciso al Lido Raia a Lucrino, per vendere ciรฒ che poteva servire per il mare. ยซInizialmente vendevo nella zona in cui cโ€™erano le cabine, non ci passava tanta gente. Poi il commendatore, allโ€™etร  di 14 anni, mi diede un negozio in cui svolgere lโ€™attivitร . In quel periodo ho conosciuto Graziella, che aveva il carretto del gelato e al suo richiamo “Bello โ€™o gelatโ€™!” tutti accorrevanoยป.

Il caldo intenso del clima napoletano creava sempre una folla di passanti, ed รจ lรฌ che potevi notare i carretti dei gelati, ma anche gli acquaioli, come riportato su Storie di Napoli, che la mattina presto caricavano sul carretto le anfore e i barilotti colmi dโ€™acqua, garantendo per poche lire una bella bevuta di acqua fresca o lo strategico Sarchiapone, la gazzosa da bere โ€œa cosce aperteโ€, una bevanda che con la sua carica di bicarbonato, limone e ghiaccio, รจ ancora oggi un digestivo e dissetante eccellente. Oggi gli acquaioli rimasti a Napoli si contano sulle dita di una mano e proprio per questo bisogna approfittarne, anche solo per lo spettacolo che ne seguirร .

Dal carretto al negozio: la svolta di Pina

Pina continuava a crescere e, insieme a lei, anche il desiderio di indipendenza. ยซVolevo la libertร , non volevo piรน dipendere dai miei genitoriยป. La sua vita professionale resta legata a quella familiare, lavorando con i genitori nell’attivitร  in piazza. La svolta arriva nel 1997, quando apre il suo negozio, Pina โ€“ Ricami di Firenze a Pozzuoli, ยซla merce la compravo al Pitti Casa a Firenze, ma anche al CIS di Nola, in cui cโ€™erano tutti i grandi negozi. Compravo talmente tante cose che i commercianti pensavano che vendessi allโ€™ingrosso, ma mi occupavo di vendita al dettaglio. Avevo solo cose particolari, che non si trovavano altroveยป.

La scelta di Pina

Ad un certo punto del racconto, nonna si commuove, sapendo che la storia sta per terminare e che il caffรจ รจ finito da un pezzo. ยซE poi? Cosa รจ successo?ยป le chiedo. ยซHo chiuso aโ€™ nonna. Volevo esserci per i miei figli e crescere i miei nipoti. Non mi pento di nienteยป. A ripensarci oggi, la vita di Pina ci risulta cosรฌ lontana, quasi irreale. Diamo tutto per scontato, anche il suo modo di pensare, come se dovesse necessariamente combaciare con il nostro. Eppure, a lei non interessa, racconta la sua storia non pretendendo che ci piaccia, รจ solo il modo in cui lโ€™ha vissuta.


Il punto non era il domani, ma unicamente lโ€™oggi: lโ€™istante mano nella mano con il padre accarezzando le strade, chiamandole per nome, da Fuorigrotta fino a Via Pergolesi con il carretto, con quel rumore metallico sui sampietrini che si faceva spazio tra lโ€™olio che scoppiettava e i panni che inciuciavano tra di loro. In quella fiera di anime, Pina apprese che tutto si poteva vendere, non perchรฉ utile, non perchรฉ necessario, ma perchรฉ era solo il mezzo per inscenare la commedia, per accogliere gli spettatori e renderli attori, a loro insaputa, senza copione, ed era in quel momento che Napoli diveniva teatro.
Oggi il carretto ha smesso di essere un semplice mezzo di sussistenza per consacrarsi come vera istituzione culturale, presidio irriducibile di un’identitร  che non si arrende alla modernitร . Esso rappresenta il cuore pulsante del folklore napoletano, capace di trasformare il commercio di strada in una liturgia urbana che ancora oggi definisce l’anima di Napoli. Custodi di gesti antichi e sapori immutati, questi banchi ambulanti restano monumenti viventi di una cittร  che, attraverso il rito, celebra quotidianamente la propria storia.

La foto di copertina รจ di Mario Siano/Archivio fotografico Sergio Siano
“Don Ciro il castagnaro di Via Chiaia”, 1971

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