Erano entrambi del 1949. Due uomini di sinistra, cresciuti nello stesso Novecento politico, ma arrivati alla storia da porte diverse. Massimo D’Alema attraverso il partito, le istituzioni, il governo. Carlo Petrini (scomparso lo scorso 21 maggio) attraverso il cibo, i territori, le comunità. Uno dentro la grande macchina del Pci, poi della sinistra di governo. L’altro dentro una traiettoria più laterale, libertaria, popolare, nata tra militanza, cattolicesimo sociale e cultura gastronomica.
«Ho conosciuto Carlin alla metà degli anni Ottanta. Lui veniva dalla sinistra più radicale, non comunista. Io ero a Pisa, storie diverse». Il primo terreno d’incontro fu l’Unità. Petrini, allora, stabilì un rapporto con il giornale, anche grazie Michele Serra, Carlo Ricchini e Gerardo Chiaromonte, che fu tra i firmatari del primo atto fondativo di Slow Food, nel 1986, prima della nascita internazionale del movimento, nel 1989 a Parigi. Da lì nacque «una vicinanza, una collaborazione e anche una frequentazione».

Massimo D’Alema nella cantina della sua tenuta ‘La Madeleine’ Foto di © Sandro Michahelles/Sintesi
I ricordi: sono tanti quelli che D’Alema mette in fila l’uno accanto all’altro. Come quello che vide Petrini aprire una polemica destinata a lasciare il segno: «Alle Feste dell’Unità si mangia male». Una battuta, che si portava già dietro una rivoluzione. «Era una cosa giusta, coraggiosa. Non c’era contraddizione tra la passione politica e il diritto al piacere», dice D’Alema. Petrini sfidò un mondo intero, i suoi riti, le sue difese corporative. All’inizio ci fu una reazione di chiusura, poi quella critica aprì una breccia: proprio a Montalcino, dove la polemica era nata, sarebbe nato il premio per il miglior ristorante delle feste dell’Unità. Non più soltanto dare da mangiare per sostenere il giornale o il partito, ma comunicare un’idea di qualità, di cura, di cultura popolare. E Petrini stava già facendo quello che avrebbe fatto per tutta la vita: spostare il cibo dal margine al centro del discorso pubblico, capendo subito che per uscire dalla nicchia, doveva parlare con quella che all’epoca «la superpotenza della sinistra», il Pci. «Ci criticava, ci educava».
Perché per D’Alema, Petrini ha insegnato alla sinistra che il cibo era politica. «È stato il fondatore di una cultura che fin da allora ha tenuto insieme il rispetto verso la natura, la giustizia sociale e la qualità della vita. Buono, pulito e giusto vuol dire queste tre cose qui». Petrini non fu un gastronomo prestato alla politica, ma un innovatore politico attraverso la gastronomia. «Ha dato un contributo importantissimo al rinnovamento culturale della sinistra». Ha costretto un mondo severo, spesso sospettoso verso il piacere, a capire che natura, agricoltura, consumo, qualità della vita non erano temi minori, ma il cuore di una nuova idea di società.
Non c’è stata solo la parte “pubblica”, il loro rapporto è passato anche attraverso episodi più intimi. Era l’inizio degli anni Novanta. D’Alema voleva portare sua moglie a Parigi, in uno di quei ristoranti tempio della gastronomia francese: il Lucas Carton alla Madeleine, lo chef era Alain Senderens. «Non c’era verso di entrare, allora lo chiamai. Ci accolsero come degli ospiti d’onore.» E il momento decisivo arrivò alla fine, quando D’Alema chiese il conto e della cucina arrivò lo chef in persona, che si rivolse al nome che aveva garantito per lui. «Mi resi conto che aveva a che fare con un guru».
Ma anche quando il racconto passa per ristoranti, bottiglie, chef, la politica, nel senso più ampio del termine, rimane al centro. Da presidente del Consiglio, D’Alema partecipò a Torino a un incontro organizzato da Petrini. Parlò del ruolo dell’enogastronomia nella civiltà europea. Alla fine Petrini gli presentò il marchese Alexandre de Lur Saluces, produttore di Château d’Yquem, che gli mandò poi a casa una bottiglia del 1967, firmata sull’etichetta. Sorride al ricordo, con un velo di nostalgia finale: «L’ho rivisto quando era malato». Petrini era andato al Vinitaly, pur segnato da una malattia crudele, che lo limitava proprio nel mangiare e nel bere. «Aveva comunque mantenuto la sua vitalità, la sua visione».

È qui che l’ex presidente ci tiene a fissare un punto: non bisogna neutralizzare Petrini nella celebrazione unanime. Non farne un santino buono per tutti, svuotato della sua appartenenza. «Non vorrei che si dimenticasse il fatto che lui è stato tutta la sua vita un militante della sinistra – dice – Non è mai diventato, per conformismo o per convenienza, uno che abbia cancellato le sue origini». Anche il suo ultimo grido, ricorda D’Alema, fu politico: contro la guerra, in difesa del diritto al cibo dei bambini di Gaza. La politica che svolge il suo vero ruolo: «Una sinistra popolare si pone il problema di educare il popolo, di migliorarlo nelle sue condizioni di vita, ma anche nella sua cultura, nella sua visione del mondo». In questo senso, dice, Carlin fu «un grande pedagogista». Non solo verso il popolo, ma anche verso la sinistra.

Carlo Petrini a Terra Madre, foto di Slow Food Italia
«Non è stato un profeta disarmato — dice D’Alema – Ha costruito un movimento, un sistema di istituzioni, un pezzo di economia». Slow Food, Terra Madre, i presìdi, l’Università di Pollenzo, le reti di produttori, le comunità del cibo: «Non ha concepito l’ambientalismo, la natura, il cibo naturale in una logica minoritaria, contrapposta all’economia. Ha semplicemente detto che c’è un’altra modernità». L’idea che da un cibo pulito, giusto, naturale potesse nascere una prospettiva economica alternativa e forte. «È stato un fondatore di economia, di processi culturali che hanno avuto un’incidenza profonda». E forse è proprio questa la chiave più potente del ricordo. Le sue idee sono diventate senso comune: l’attenzione al cibo spazzatura, ai processi produttivi, al rispetto della natura, alla qualità della vita. «Oggi da Confagricoltura a Coldiretti tutti gli rendono omaggio. Sono grandi organizzazioni economiche, non piccoli gruppi intellettuali. Vuol dire che si percepisce che lui ha costruito qualcosa che ha un peso reale».
Alla fine del suo personalissimo viaggio nel passato, D’Alema torna alla terra. «Ora vado, devo occuparmi del vino», dice quasi con leggerezza. La potatura verde, la produzione da ridurre, la qualità da difendere. Anche lì, nel gesto concreto della vigna, torna ciò che Petrini ha consegnato alla politica e all’economia: ridurre la quantità, puntare sulla qualità, capire che il cibo non è mai solo cibo.
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