Carlo Petrini è scomparso, l’Italia – il mondo – piange il fondatore di Slow Food come e più di un capo di stato. E in fondo ha contato più lui che molti politici, portando avanti per 40 anni e più, battaglie attualissime, per il diritto al cibo, a un cibo buono, pulito, giusto, incidendo sulla quotidianità di molti che ne conservano un proprio ricordo, e in fondo è anche questa la sua grandezza: di aver lasciato tanto a tanti, ognuno con il suo pezzetto di memoria da condividere. La mia è legata al Salone del Gusto che ho frequentato per anni.
Ricordo la prima volta che sono andata a Torino, un milione di anni fa o forse due. Erano i primi anni duemila – credo il 2002 – e di saloni ce ne erano stati abbastanza per essere diventati un appuntamento imprescindibile per chi si occupava di cibo o semplicemente voleva sentirsi parte di qualcosa di magico che stava succedendo.
Partimmo in macchina poco prima dell’ora di cena e viaggiammo di notte, arrivando all’alba dopo qualche sosta necessaria per rimanere integri. Entrammo nel parcheggio degli espositori del Lingotto, non ricordo chi ci fece entrare passando dalle retrovie, tra magazzini che parevano non finire mai. C’era di tutto, cose già viste e altre di cui ignoravamo l’esistenza, camminavamo accanto a enormi pile di cibo, investiti da odori che si inseguivano e si sovrapponevano, con una sensazione di ebbrezza, che non sapevamo fosse dovuta agli effluvi o all’entusiasmo febbrile di quei giorni.
Ricordo i padiglioni che parevano tutti uguali e sempre diversi, a seconda del punto in cui si passava da uno all’altro: ti perdevi, ti davi appuntamento come in una battaglia navale: «C-14 tra mezz’ora!» ma poi arrivavi sempre in ritardo, per la gente da salutare (c’erano davvero tutti) ma soprattutto perché vedevi cose per cui era impossibile tirare dritto senza fermarsi almeno un secondo. E di secondi se ne accumulavano tanti, perché tante erano le cose da scoprire.
Era un’enorme città a pianta ortogonale, un po’ come Torino, con aree tematiche: la via dei salumi, la strada dei formaggi, dell’olio, del cioccolato. Una delle mie preferite era quella del pane. Decine di metri di pani diversi. In una delle edizioni successive tornai a Roma con un bottino di Ur-Paarl, Marocca di Casole, pane nero di Castelvetrano e altre pagnotte e panini che mi raccontavano di un’Italia che non conoscevo quasi per niente. Ogni tanto c’erano slarghi con le piazzette delle regioni, costruite con strutture diventate sempre più sofisticate: vedevi Basilicata, Toscana, Puglia, Piemonte… Ma la maggior parte erano banchetti diligentemente allineati, con persone di ogni età e genere che familiarizzavano da uno stand all’altro, e dopo un po’ si mandavano cose da assaggiare, ne nascevano scambi di gusto e ragionamenti arguti, confronti e idee che adesso, nel mondo ultraconnesso, non si vedono spesso. Si creavano comunità. Ricordo che verso l’ora pranzo e certe volte anche quando si iniziava a sbaraccare, la sera, lo stand di Mulino Marino – allora sconosciuto – diventava un punto di ritrovo. Avevano un tavolino, mettevano su una pasta chissà come. Ti sedevi, e ce n’era proprio bisogno, scambiavi due convenevoli. C’era sempre nonno Felice davanti al piccolo mulino, che spiegava a chi passava il senso della macina a pietra. Al loro tavolo una volta si riunirono Benedetto Cavalieri e mr. Acquerello: tre giganti dei cereali insieme. Parlavano la stessa lingua, erano illuminati dalla stessa convinzione un po’ pionieristica e un po’ arcaica. Ricordo la scoperta di Primitivizia e dei mieli di Thun di quel rivoluzionario di Andrea Paternoster, dei fichi Santomiele e di un’infinità di conserve; moltissime cose che sarebbe davvero troppo lungo elencare qui.
Erano tutti entusiasti, sempre più stanchi con il passare dei giorni, ma sempre più contenti di essere lì, come espositori e come visitatori. Ricordo lo stupore e l’entusiasmo di fronte alle melanzane di Rotonda o alle cipolle di Giarratana, all’Oca in Onto e ai caciocavalli podolici che correvi per accaparrarti perché ce ne erano pochissimi, e a certe annate di Bitto che valevano il viaggio e la spesa.
La cosa più bella erano soprattutto le persone che te li presentavano come fosse un figlio o un segreto di famiglia, comunque il loro tesoro più grande. Quando scoprivi qualcosa trascinavi chiunque incontrassi ad assaggiarlo, obbligando le persone a percorrere di nuovo quegli spazi enormi per soddisfare il tuo entusiasmo. Anche perché erano cose che non trovavi da nessuna parte – niente globalizzazione – all’epoca era difficile anche venirne a conoscenza, figuriamoci ad assaggiarne così tante tutte insieme. Eri dentro un’Italia in miniatura dei sapori, ma vera. Il merito era suo e dei suoi adepti: Carlin, come lo chiamavano tutti.
Passava come un Mosè, si aprivano ali di persone che poi si richiudevano dietro di lui, e lo seguivano. Pareva un santone ma ne conoscevi anche l’anima godereccia. La sua forza era una capacità magnetica di attrarre e di convincere. E poco importa se ci fossero secchiate di retorica a condire le sue idee. Perché erano autentiche, perché erano – appunto – di contorno a una visione chiara, politica come poche al mondo.

E lui la politica la maneggiava con abilità dialogando con i potenti di mezzo mondo, poi avrebbe duettato da ateo quale era pure con Papa Francesco, altro politico potentissimo e a suo modo extraparlamenare. Parlava e convinceva, parlava ed emozionava; ma soprattutto parlava e faceva. Ha costruito una struttura parallela a quella dello Stato, fatta Unità Nazionali, Comunità, Condotte, Reti Tematiche.
Insomma un organismo parastatale che a livello globale univa i contadini degli angoli più remoti del mondo e i centri del potere, Michelle Obama e campesinos. A un certo punto è diventato talmente rilevante che per un’intervista mi concesse un quarto d’ora alle 7.30 del mattino. Superati i 15 minuti, mi ha salutato, senza la possibilità di una virgola in più. Troppe le cose da fare, le battaglie da portare avanti, gli eventi da organizzare.
Ogni due anni tornavo in pellegrinaggio a Salone, e mi facevo un po’ più “sgamata”. Avevo le mie mete, gli appuntamenti fissi: per un certo periodo il padiglione più a sinistra era quello internazionale, ci andavamo per fare una orizzontale di ostriche: Bretagna, Irlanda, Olanda. Le assaggiavamo in sequenza, il primo giorno di buon mattino, sentendoci veterani. Prenotavi qualche incontro, come quello che mise sullo stesso palco Petrini, Alice Waters e Jamie Oliver (che emozione) ma soprattutto cercavi di scoprire più cose possibili.
Ricordo che mi guardavo intorno con gli occhi pieni di meraviglia, dopo aver assaggiato di tutto, quasi sempre senza metodo. Tornavamo a casa pieni di biglietti da visita, storie, depliant e assaggi e regali, quanti potevamo caricarne in macchina e sul treno (solo una volta feci l’errore di andare in aereo). Ma il carico più grande erano le emozioni.

Carlo Petrini a Terra Madre, foto di Slow Food Italia
Sono una di quelle persone che si commuove alle feste popolari e so che quando ho varcato la soglia dell’Oval la prima volta, dopo aver preso una bombetta pugliese nell’area street food, ho pianto tantissimo e senza vergogna. Non avevo mai visto nulla del genere, non avevo mai incontrato persone così diverse tra di loro, gente letteralmente di tutti i generi, paesi, continenti. Qualcuno arrivava da posti freddissimi, altri dai tropici, tantissimi teli a terra, tantissimi colori, i vestiti tradizionali esibiti come un vessillo, i canti e le musiche che si alzavano qua e là. L’orgoglio di raccontare la propria storia, far conoscere i propri cibi. Non era cibo: era dignità. Ed era bellissimo: il primo Terra Madre mi ha cambiato forse per sempre, cancellando ogni visione eurocentrica, e insegnandomi a mettere tutti sullo stesso piano: l’agricoltore e il grande chef, il pescatore, l’artigiano, il produttore di caviale e quello di formaggi di capra, l’intellettuale, il visionario, il fanfarone. Erano tutti lì, uniti da un’utopia concretissima che non si può tradire.
Foto: Slow Food
Niente da mostrare
Reset© Gambero Rosso SPA 2026 – Tutti i diritti riservati
P.lva 06051141007
Codice SDI: RWB54P8
registrazione n. 94/2021 Tribunale di Roma
Modifica preferenze privacy
Privacy: Responsabile della Protezione dei dati personali – Gambero Rosso S.p.A. – via Ottavio Gasparri 13/17 – 00152, Roma, email: [email protected]
Resta aggiornato sulle novità del mondo dell’enogastronomia! Iscriviti alle newsletter di Gambero Rosso.
Made with love by
Programmatic Advertising Ltd
© Gambero Rosso SPA – Tutti i diritti riservati.
Made with love by Programmatic Advertising Ltd