La morte di Carlo Petrini rischia di produrre, nelle prossime settimane, una lunga teoria di commemorazioni rassicuranti. Si parlerà giustamente della rivoluzione culturale che ha rappresentato. Del modo in cui, partendo dal Piemonte degli anni Ottanta e dal rifiuto dell’omologazione alimentare, sia riuscito a trasformare il cibo in un tema politico, geografico e culturale globale. Si ricorderà il Manifesto di Slow Food del 1987, nato come gesto di resistenza simbolica all’accelerazione consumistica e all’avanzata uniforme del fast food, capace di ridefinire il lessico contemporaneo dell’alimentazione: territorio, biodiversità, filiera, comunità, produttore, autenticità, stagionalità.
Ed è impossibile negare quanto Petrini abbia inciso. Prima di Slow Food, il cibo italiano era spesso raccontato come folclore o come lusso. Dopo Slow Food, il cibo è diventato paesaggio, patrimonio, identità territoriale, strumento di sviluppo locale. Petrini ha contribuito a restituire dignità culturale ai contadini, ai piccoli produttori, alle economie marginali, ai saperi vernacolari. Ha anticipato molti temi oggi centrali: sostenibilità, sovranità alimentare, agricoltura ecologica, turismo enogastronomico, tutela della biodiversità. In larga misura, il modo stesso in cui oggi parliamo di vino, olio, pane, formaggi o agricoltura reca l’impronta della sua visione.

Perché quella straordinaria vittoria culturale ha prodotto, col tempo, anche una torsione inattesa. Il “buono, pulito e giusto” ha progressivamente conquistato ristorazione, comunicazione, turismo, marketing territoriale e consumo urbano. Ha elevato il valore simbolico del cibo. Ma, in molti casi, ne ha anche innalzato drasticamente il costo sociale di accesso.
Negli ultimi anni il cibo di qualità è diventato spesso un dispositivo di distinzione. Mangiare bene è divenuto, sempre più, una pratica culturalmente desiderabile ma economicamente selettiva. Il linguaggio della territorialità, della filiera corta, dell’artigianalità e della sostenibilità è stato incorporato dentro economie esperienziali che parlano prevalentemente alle classi urbane medio-alte. E mentre cresceva il prestigio culturale del cibo “giusto”, milioni di famiglie hanno iniziato a fare i conti con una realtà molto più semplice: non poterselo permettere.
L’impressione è che questa frattura sia esplosa davvero solo recentemente, in modo quasi improvviso, con l’inflazione alimentare e la compressione del potere d’acquisto. Oggi i fast food non si riempiono soltanto per omologazione culturale o per perdita di educazione alimentare. Si riempiono perché costano meno. Perché per molte famiglie rappresentano ormai uno dei pochi spazi di consumo accessibile.

La sensazione diventa evidente anche nelle esperienze più quotidiane. Una splendida trattoria con chiocciola Slow Food a Genova, una cena attenta, misurata, senza eccessi: per una famiglia di quattro persone con due figli piccoli, il conto può facilmente diventare quattro o cinque volte superiore rispetto a una cena in un fast food. E allora il problema non è negare il valore di quella trattoria, né tantomeno mettere in discussione la qualità del lavoro dei produttori o dei cuochi. Il problema è interrogarsi sul fatto che il cibo “buono” rischi di diventare progressivamente uno spazio sociale per pochi.
È il grande rischio della patrimonializzazione alimentare contemporanea: quando il patrimonio smette di essere pratica condivisa e diventa consumo distintivo. Quando il territorio si trasforma in estetica più che in diritto. Quando la sostenibilità viene percepita come lusso.

Carlo Petrini a Terra Madre, foto di Slow Food Italia
Probabilmente Petrini aveva intuito anche questo pericolo. In fondo Slow Food nasceva come movimento popolare, non elitario. Nasceva per difendere culture alimentari vive, quotidiane, accessibili. Non per costruire una nuova aristocrazia gastronomica. Eppure il successo stesso della sua rivoluzione ha contribuito — involontariamente — a creare un sistema in cui il cibo etico, locale e sostenibile è spesso economicamente difficile da sostenere per una parte crescente della popolazione.
Per questo la memoria di Carlin oggi non dovrebbe limitarsi alla celebrazione del valore patrimoniale del cibo. Dovrebbe riaprire una domanda molto più radicale sul diritto al cibo di qualità. Sul rapporto tra sostenibilità e accessibilità. Sul rischio che la transizione alimentare contemporanea produca nuove disuguaglianze territoriali e sociali.
Perché se il “buono, pulito e giusto” diventa accessibile soltanto a chi possiede capitale economico e culturale, allora qualcosa si è spezzato lungo il percorso. E forse la sfida più importante lasciata in eredità da Petrini non è soltanto salvare i prodotti, i paesaggi o le tradizioni, ma evitare che il cibo torni ad essere un privilegio invece che una forma quotidiana di cittadinanza.
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