Indietro nel tempo

A Torino si mangia ancora con antipasti da 3 euro e primi da 8: i circoli che resistono

Sono nate come società operaie di mutuo soccorso e alcune esistono da oltre un secolo. Oggi tra bocciofile, giardini e vecchi banconi si mangiano agnolotti, vitello tonnato e acciughe al verde a prezzi difficili da trovare altrove

  • 12 Luglio, 2026
Per vedere più contenuti su Google, aggiungici alle fonti preferite
Per vedere più contenuti, aggiungici alle fonti preferite

All’entrata dopo la porta a vetri troneggia l’immancabile bancone del bar, gli amari e i vermouth alle spalle, la macchina dal caffè, probabilmente del secolo scorso. I tavoli a scacchiera, la perlinatura, mobilia d’antan; alle pareti, fotografie in bianco e nero e stendardi. Si potrebbe trascorrere l’intera serata a guardarli: nomi e professioni dei soci, ragazzi persi in guerra, coppe, targhe, poesie, c’è pure una lettera firmata da Garibaldi. Torino scorre, come il Po, là fuori. I cocktail bar fighi, la movida dei Murazzi che si risveglia a primavera, i fast food e i bistrò gourmet, perché le tendenze di Milano prima o poi arrivano anche qui. Ma c’è ancora una Torino che resiste e che ci ricorda che questa città è un’altra cosa. Che è stata ed è centro di lotta, mutualismo e solidarietà.

I circoli di Torino dove si mangia ancora spendendo poco

Cosa sono le società operaie di mutuo soccorso

Qui ancora esistono e resistono alcune SOMS, società operaie di mutuo soccorso, con bocciofila. A volte i campi di bocce sono spariti per mancanza di giocatori e soci manutentori, a volte la società s’è trasformata in cooperativa o circolo Arci, ma la storia è quella. Alcune sono lì da più di un secolo. Organizzano mostre, convegni, concerti di musica elettronica, pubblicano libri, dibattono di geopolitica. Si sostengono con la ristorazione, i torinesi ci vanno perché si mangia bene – non possono mancare piatti della tradizione come le acciughe al verde o al rosso, il vitello tonnato, gli agnolotti al sugo d’arrosto e il brasato e si spende poco. Nella bella stagione poi si aprono gli spazi esterni, ritagli verdi a ridosso del centro storico.

Ne abbiamo visitate alcune, in un viaggio a ritroso nel tempo. Ci abbiamo trovato un pubblico eterogeneo in cerca di una buona cucina piemontese a prezzi onesti, da tavola calda di un tempo. Di un servizio caloroso ma non ossessivo. Di un ambiente che varia molto tra una e l’altra, dallo spartano al vintage al boho, ma che non si prende mai il centro della scena. Posti semplici, cucina della tradizione, socialità (poche le silenziose coppie da stellato, più numerosi i gruppi). E una mancanza, rimpianta un po’ da tutti: il tavolo sociale, tornato in auge qualche anno fa e relegato dalla pandemia nel cesto delle buone intenzioni. Ma che qui era la norma: si arrivava, ci si sedeva dove c’era posto, si iniziava a chiacchierare, si giocava a carte davanti a un bicchiere di vino e a un tomino con salsa verde. Quando ci siamo persi tutto questo? Quanti chef e patròn abbiamo sentito disquisire, rapiti, sulle radici della cucina italiana e sul senso di convivialità mentre servivano un menu degustazione da 180 euro, vini esclusi? Con gli antipasti dai 3 euro, primi da 8, secondi da 10 (alla Soms Campidoglio, dove ancora i soci accedono a visite mediche gratis di vari specialisti), qui si resiste sul serio.

Cucina piemontese e mutualismo dal 1883

Le società di mutuo soccorso sono «una delle prime forme di solidarietà della classe lavoratrice – antielitarie, libere dal controllo statale e autogestite – istituite per affrontare le spese inerenti malattia, decessi e disoccupazione» scrive Adriana Luciano, prima docente di Sociologia del lavoro donna all’Università di Torino. Anche lei c’entra nella nostra storia gastronomica, come vedremo.

Umberto Capra invece, presidente della Cooperativa Borgo Po e Decoratori, ci spiega le origini, travagliate, delle società di mutuo soccorso nate proprio in Piemonte. Siamo alla trattoria bar Decoratori & Imbianchini a Borgo Po, davanti a un antipasto composto da salsiccia di Bra e castagne al miele, vitello tonnato, acciughe al verde con burro e pan brioche e tomino del Talucc con radicchio e mandorle. Il presidente ci spiega come la Soms attuale è nata dalla fusione di due società di mutuo soccorso: l’associazione Generale di M.S. tra Operai Decoratori e Pittori d’appartamenti di Torino nata nel 1883 aveva sede in centro e la Società di M.S. Corale Po e Borgo Po, fondata nel 1899 attorno a una corale, che nel 1909 compra il terreno e costruisce la sede attuale. Nel 1935 si uniscono e diventano cooperativa di consumo, che durante il fascismo più facilmente riusciva a passare come dopolavoro.

Nella sala al piano di sopra ancora prova il coro, si fanno mostre e lavori di ricerca come quello sui canti operai. Ogni anno c’è la vendemmia sociale con le viti del giardino. C’è anche un gruppo d’acquisto con i prodotti di Libera contro le mafie. Il ristorante da una decina d’anni è in gestione a una società benefit: «La regolarità contrattuale e contributiva per noi era fondamentale ma nella ristorazione non è cosa diffusa. Con loro abbiamo trovato la quadra, hanno anche alcuni lavoratori fragili». La convivialità è un punto importante della tradizione delle Soms. «Il ristorante serve a darci risorse economiche. Applichiamo un canone ragionevole, proprio perché vogliamo che i gestori possano permettersi di dare da mangiare bene con ingredienti buoni».

Oltre Torino, De Amicis

Si spende poco di più ma c’è ricerca e varietà che altrove non si trova al De Amicis Art Bistrot della Soms De Amicis, sempre sulla Rive Droite torinese. Ci accoglie Martino Girolami, ex cameramen RAI, madre torinese e padre romano, con una cacio e pepe che ci porta subito in riva al Tevere. «Per lavoro ero spesso a Torino, 14 anni fa scopro che qui cercavano qualcuno che prendesse in gestione la ristorazione. La società di mutuo soccorso è l’altro motivo per cui càpito qua perché mia madre, la sociologa del lavoro Adriana Luciano, aveva fatto uno studio sulle società operaie del Piemonte e l’avevo accompagnata creando i materiali video e fotografici».

Tra gli antipasti gustiamo una cruda di Fassona con olive e biscotto al pecorino, un brandacujun con cialda di polenta e una pappa al pomodoro con pesto e pane carasau. Il menu spazia tra Centro e Nord Italia: «Rappresentiamo il territorio con piatti non troppo gourmet né troppo semplici perché poi nella città la gente chiede, vuole, pretende, MasterChef ha insegnato che serve il croccante, il sapido, il dolce, il morbido, serve anche averlo gratis e quello non siamo ancora riusciti», ironizza Girolami.

Al posto dei campi di bocce c’è un bel giardino. I tempi, ci dice, non aiutano, Torino non ha una crescita economica importante, anzi, e per stare vivi serve un continuo lavoro. C’è sempre più attenzione agli ingredienti perché i costi sono diventati spropositati e c’è un grosso ritorno ai piccoli produttori locali: se prima il contadino costava troppo, oggi è quasi economico rispetto alla grande distribuzione dove i costi del trasporto incidono sempre più. L’Italia ha una cucina e degli ingredienti che stiamo dimenticando. «La gente può permettersi di uscire sempre meno e i locali faticano a trovare un’identità. Ma direi che sì, noi quella ce l’abbiamo».

Vanchiglietta tra musica e bimbi

Tra una giardiniera alla piemontese e gli immancabili agnolotti tre arrosti con fondo bruno di vitello, alla bocciofila Vanchiglietta Rami secchi, fondata nel 1945 da un ex partigiano, non solo si gioca a bocce ma si fanno laboratori per bambini e la sera arrivano stand up comedian e dj di musica elettronica, mbalax, hip hop, dubstep. Alessandro Ferrero, chef giramondo tornato in città dopo aver messo su famiglia e che ha seguito come consulente la parte gastronomica, spiega: «Qui il menu rispecchia la tradizione di Torino e piemontese. Riprendiamo quei piatti che tradizionalmente si mangiavano in questi posti dove la gente veniva a fare la merenda sinoira, che è il nostro tipico aperitivo prolungato». Ci sono i classici piatti conviviali ma anche ricette più sfiziose. All’acciuga al verde e al vitello tonnato si affiancano lo sformato di topinambur con bagna cauda e l’insalata di cavolo verza, robiola di Roccaverano e castagne al miele. La scelta vira verso gusti forti e incisivi: «E poi sempre andando verso i tempi moderni, si strizza l’occhio alle nuove esigenze: vegani, celiaci, sempre più vegetariani, tutto in un contesto contenuto dal punto di vista economico», conclude Ferrero.

La Egle, il Maestro, le acciughe

Le bocce non ci sono più perché i campi, qui c’era una delle società più grandi del Nord Italia, andrebbero ristrutturati e i soldi non ci sono. In cucina però, da 40 anni, c’è ancora e sempre solo lei, Egle Actis Alesina. Nata nel 1954, la bocciofila Tesoriera, società sportiva, è una struttura a un piano che più semplice non si può, con le tovaglie a quadretti, i portapane all’uncinetto, il bancone del bar dove ti aspetti che da un momento all’altro spunti un Chinotto o un bianchino. Ma qui si mangiano delle acciughe al bagnet rosso strepitose, i friciulin, polpette vegetariane di spinaci e formaggio, l’arrosto di una morbidezza divina e un bonet delizioso.

«Porto in tavola quel che cucino – dice Egle – non c’è scelta, come a casa, sono i piatti della tradizione piemontese che mi ha insegnato mia mamma». Il vino è bianco o nero, l’amaro torinese San Simone chiude in bellezza. La fama, tardiva ma provvidenziale, è arrivata dopo che il locale è apparso nell’ultimo film di Sorrentino, la Grazia, e ha portato clienti nuovi, qualcuno pure del quartiere: siamo a Torino Nord, sotto il parco della Pellerina. Ma Egle non s’è certo montata la testa e va avanti come sempre: «Penso che in quel che faccio, io sono lì: nelle lasagne, negli agnolotti, Quando non ci saremo più di noi resterà quel che abbiamo dato, le relazioni umane: il cibo è questo».

Quel che resta

L’autenticità può sopravvivere? Senza cambiare, no: le 18 ore di lavoro al giorno, i prezzi a una cifra sono cose che dovrebbero rimanere nel secolo scorso. Eppure nelle Soms si respira non solo un’aria di resistenza e passato. Il presente c’è, e ognuno di questi posti di Torino, città tradita dalla grande industria che sta cercando un’altra strada, lo sta interpretando a modo suo. Il vero lascito delle società non è solo gastronomico – la tradizione fatta come si deve, gustosa, con prodotti del territorio non perché son di moda ma perché son più giusti e ormai pure convenienti.

Qui si tocca con mano quell’aspetto fondante della nostra cucina che non è la ricetta ma la socialità, il ritrovarsi insieme, mangiando e bevendo, giocando e ascoltando musica. La bella stagione è la migliore: con o senza le bocce, il dehors è assicurato e altamente consigliato. È giunto il tempo di uscire.

GLI INDIRIZZI

  • Decoratori e Imbianchini – via Francesco Lanfranchi, 28 – decoratorieimbianchini.it
  • SOMS Campidoglio –  via Omegna 5 – somscampidoglio.it
  • SOMS De Amicis e Bistrot –  corso Casale, 134 – deamicisartbistrot.com
  • Bocciofila Madonna del Pilone – viale Suor Giovanna Francesca Michelotti, 102
  • Bocciofila Nord – Via Salbertrand, 99/G
  • Bocciofila Tesoriera – Via Crevacuore, 60
  • Vanchiglietta soms e bocciofila – lungo Dora Pietro Colletta, 39

© Gambero Rosso SPA 2026 – Tutti i diritti riservati
P.lva 06051141007
Codice SDI: RWB54P8
registrazione n. 94/2021 Tribunale di Roma

Privacy: Responsabile della Protezione dei dati personali – Gambero Rosso S.p.A. – via Ottavio Gasparri 13/17 – 00152, Roma, email: [email protected]

Made with love by
Programmatic Advertising Ltd

© Gambero Rosso SPA – Tutti i diritti riservati.

Made with love by Programmatic Advertising Ltd