Ricordi

"Da bambina amavo il tronchetto di Natale più di pandoro e panettone"

Un classico della pasticceria francese rielaborato in chiave casalinga a mo' di "pizza doce" teramana. Ecco la mia merenda delle feste

  • 31 Dicembre, 2025
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A metà degli anni Ottanta si trovavano ancora le fiabe sonore. Quelle registrate su audiocassette e corredate da un fascicolo illustrato con la corrispondente narrazione trascritta, quelle della mitica canzoncina “A mille ce n’è/nel mio cuore di fiabe da narrar…” (eseguita, apprendo solo ora, dal Quartetto Radar, fratello quasi gemello del Quartetto Cetra). Me le regalavano a Natale, e con loro ho imparato a leggere e ho trascorso molti dei miei pomeriggi durante le vacanze tra dicembre e gennaio. Tra una e l’altra arrivava il momento di fare merenda: e per me non c’era al mondo cosa più buona del tronchetto di Natale. Freddo di frigo e avvolto nella carta stagnola.

Allora non avevo idea che fosse una variazione sul tema dell’originale francese, il bûche de Noël, fatto di pan di Spagna arrotolato, farcito con crema al burro o ganache e decorato per sembrare un ceppo di legno (che secondo la tradizione doveva bruciare fino alla notte dell’Epifania). Per me contavano solo il comfort goloso della cioccolata che mancava agli anemici pandoro e panettone (quest’ultimo con gli odiati canditi, per giunta) e ai cacionetti fritti ripieni di miele e mandorle o di scrucchiata (la marmellata di Montepulciano tipica di qui), la morbidezza e la pastosità di un boccone che ti anestetizzava il palato e ti lasciava le labbra marroni. E un cuore felice che facilmente, svariati natali dopo, ricorderai con un po’ di nostalgia.

Il tronchetto di Natale nella versione abruzzese

Ma facciamo un minuscolo passo indietro, giusto per spiegare le circostanze. Da figlia unica di genitori “grandi”, sono stata fino ai 10/12 anni “la piccola” della famiglia. Ultima, inaspettata, nata di una generazione di cugini che quando sono comparsa avevano tutti già finito le superiori. Dalle tonnellate di foto di quei tempi è evidente che alle prime vigilie la bambola portata da Babbo Natale ero proprio io. In alcune, infatti, sono posizionata proprio sotto l’albero, e inutile dire che, dacché sono diventata bipede e senziente, lo scarto degli stessi ma soprattutto le complicate operazioni di montaggio delle ville principesche di Barbie, Ken & co. era il momento più spassoso. In primis per i miei cugini, che non si sottraevano all’incombenza, e poi per me, che gongolavo a essere io stessa un gioco tra i giochi.

Essere l’unica principessa in carica era bellissimo ma non tutti i giorni. Arrivava il 26, e poi il 27 e fino all’Epifania si stava beati senza scuola e in vacanza, ma non sempre in compagnia. E nei pomeriggi ordinari, dal dopopranzo all’imbrunire, i miei si dedicavano alla sacra e intoccabile pennica e io rimanevo spesso sola con i miei nuovi giochi montati a metà, la cantilena del Quartetto Radar e appunto il tronchetto di Natale by Nicoletta, la tata che fino alla terza elementare si è occupata di me (mia madre insegnava francese alle medie, mio padre in pensione ma reduce, pentito ma pur sempre incapace, da una vita da scapolo) e delle faccende di casa. Contadina da Catignano, pratica, svelta, con le mani rugose e l’abitudine a curarmi le scottature con le bucce di patate, prima delle vacanze di Natale rimpinzava il freezer di timballi e frigo e dispensa di dolci. Il migliore dei quali, per me medesima (ma non solo), era il suddetto tronchetto.

Nella forma era esattamente come l’originale francese, nella sostanza no: tre rotoli di pan di Spagna, i due corti ai lati del “ceppo” più lungo, ricoperti di una glassa di cioccolato fondente screziati con i rebbi di una forchetta, intrisi di Alchermes e ripieni di crema pasticcera e scaglie di cioccolato. Avrei appreso più tardi che si trattava di una variazione sul tema “pizza doce” teramana, stessi ingredienti ma di forma rettangolare, nonché “madre” delle classiche torte di compleanno dei bambini. Quelle però le evitavo come la peste: mi nauseavano i pezzetti di ananas che piazzati a caso in mezzo alla crema e la bagna di succo di frutta. Il tronchetto del mio Natale era decisamente un’altra cosa.

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