Il paradosso

La bevibilità della Coca-Cola? Dipende dai tannini. Ma oggi paradossalmente il vino li mette al bando

Per rendere piacevole la bevanda più bevuta del mondo, si è ricorso a questi composti polifenolici che danno una chiusura al sorso. Ora il mondo del vino li considera dei nemici del gusto. E se avessimo sbagliato tutto?

  • 22 Gennaio, 2026
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La storia, questa volta, non arriva da un archivio polveroso di Atlanta ma da un banco da laboratorio e da YouTube: il canale LabCoatz sostiene di aver “replicato” la Coca-Cola con un lavoro di reverse engineering durato un anno, combinando analisi strumentali e iterazioni sensoriali. Il punto interessante per chi beve (e pensa) vino non è l’ennesimo feticismo della “ricetta segreta”, ma l’ingrediente che – secondo questa ricostruzione – avrebbe rimesso a fuoco la bevibilità del liquido più iconico del pianeta: i tannini da vino.

Quando i tannini sono diventati i nemici del vino

Ed è qui che la faccenda diventa scomoda. Perché nel mito contemporaneo della bevibilità del vino i tannini sono diventati non il nemico pubblico numero uno ma quasi. Roba vecchia, stantia, da vini che “non scendono”. Nel frattempo abbiamo riscritto il catechismo del sorso: acidità e salinità come nuovi comandamenti, tensione sì, attrito no. Il vino ideale deve essere rapido, filante, indolore. Il tannino? Un qualcosa da nascondere, o magari da correggere.

L’effetto dei tannini sulla Coca-Cola

Peccato che, a quanto pare, senza tannini la Coca-Cola non funzioni. Troppo dolce, piatta, stucchevole. Solo con l’aggiunta di tannini (enologici, per inciso) arriva quella chiusura asciutta che frena lo zucchero, organizza il finale e rende il sorso davvero bevibile, un “freno” polifenolico, quindi, che impedisce al sorso di collassare nella bidimensionalità. Traduzione brutale: la bevibilità non nasce dall’assenza di attrito, ma dal suo controllo.


Il paradosso che rimette tutto in gioco

Qui cade il castello. Per anni abbiamo confuso facilità con piacere, bevibilità con mancanza di struttura, trasformando i tannini nel capro espiatorio perfetto. Ma i tannini non sono una ruvidità fine a sé stessa: sono ingegneria del sorso. Asciugano, sì, ma soprattutto danno forma al finale, riducono la dolcezza percepita, allungano la traiettoria gustativa. Esattamente ciò che chiediamo a un rosso ben fatto, a un macerato intelligente, a certi bianchi che non vogliono essere succo.
Il paradosso è troppo bello per ignorarlo: per rendere bevibile la bevanda più bevuta del mondo, qualcuno ha dovuto ricorrere ai tannini del vino. E no, il mondo non è imploso. Anzi, il sorso ha funzionato meglio.



Forse allora non sono i tannini a essere antipatici. Forse è la nostra idea di bevibilità a essere diventata pigra, fatta di slogan e dogmi ripetuti. Se i tannini stanno bene nella Coca-Cola, magari è il momento di disimparare qualche certezza anche nel vino e tornare a fare l’unica cosa sensata davanti a un bicchiere: giudicare ciò che succede davvero in bocca, non quello che ci hanno insegnato a dire.

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