Ricasoli è un cognome che ha un peso nella storia del vino, soprattutto in Toscana, in una porzione di terra tra le più storiche e vocate, il Chianti Classico. Il barone Francesco Ricasoli ha tracciato una lunga linea produttiva e di grande successo legata, principalmente, alla produzione e promozione del sangiovese nel mondo.

Oggi il faro è acceso però sulla giovane figlia, Sofia Ricasoli che non ha proprio seguito il percorso canonico sulle orme del padre ma ha provato prima una strada alternativa, come avvocata penalista nella città delle città, Milano. Ed è lì che ancora vive, con il marito, dividendosi con la casa toscana. Solo che ad un certo punto il sapore di casa, gli inebrianti profumi della campagna toscana e il richiamo della prima attività di famiglia hanno bussato nuovamente forte alle sue porte. E lei non ha esitato. Nasce così il progetto Innesto: la sua linea personale di vini che vuole tenere separata dall’attività e dal brand di famiglia.
«Milano e il Chianti sono due luoghi diversi, con le proprie bellezze e le proprie difficoltà e rappresentano due parti diverse della mia vita, ma entrambe molto belle – racconta al Gambero Rosso – Ho la fortuna di poter tornare in città e questo mi permette di trarre il meglio da entrambi i mondi. La scelta di tornare in Toscana non è stata dettata da una mancanza, ma dal desiderio di riunirmi alle mie radici dopo l’esperienza fuori casa».
E nelle sue radici il vino c’è sempre stato: «Da bambina il vino era semplicemente parte della vita quotidiana: era la famiglia, la casa, ciò che si vedeva a tavola e di cui si parlava. Era le vigne fuori dalle finestre, l’azienda con le sue persone, i viaggi di mio padre, i miei nonni, tutta la mia famiglia. Con il tempo e con l’età questo rapporto è diventato più personale: l’ho fatto mio, ma le sue radici sono lì. Mi sono sempre approcciata alle cose e in questo caso al vino con molta voglia di imparare e di esplorare, senza dare niente per scontato …»

«Il progetto Innesto nasce dopo molte riflessioni e un lungo lavoro interno, rimasto invisibile all’esterno fino alla sua uscita sul mercato – dice la produttrice – Più che dalla volontà di creare qualcosa di “mio”, prende forma dal desiderio di realizzare uno spazio in cui poter creare, fuori da binari già tracciati, sempre nel rispetto della terra e della sostenibilità. È nato, inoltre, grazie al confronto, al supporto e allo stimolo di molte altre persone: queste avventure non si affrontano mai da sole. Con i vini di Innesto vogliono raccontare uno spazio nuovo, in cui chi li assaggia possa liberarsi da ciò che pensa di sapere del vino e dagli schemi che spesso lo accompagnano».
Innesto esordisce con due vini: Innesto Chianti Classico Riserva 2021 e Innesto N.01 che contempla una piccola percentuale di merlot, blend di più annate. Sono vini diversi per filosofia e progettazione ma accomunati da una continuità stilistica e dall’ambizione di essere contemporanei.

«Innesto Chianti Classico Riserva 2021 è un sangiovese in purezza che racconta dei vigneti intorno alla casa dove sono cresciuta, il podere di Santa Lucia. Non distante dai vigneti di Brolio, si trova su un altopiano meraviglioso, spesso attraversato da brezze leggere, che si affaccia su tutta la Toscana meridionale. Grazie alla sua freschezza, è una Riserva di grande bevibilità: ed è proprio in questo che, per me, risiede la sua contemporaneità».

Innesto N.01
Innesto N.01, in prevalenza sangiovese è invece un racconto di tempo, pur essendo legato allo stesso territorio di Santa Lucia, si sottrae agli schemi più tradizionali del mondo del vino e al concetto di annata. «La scelta di unire annate diverse diventa anche un modo per osservare l’impatto del cambiamento climatico e per trasformarlo in un nuovo linguaggio del vino. È un vino di riflessione, quasi universale, che prova a raccontare una dimensione diversa: lo scorrere del tempo. Come spesso accade, anche i piccoli progetti richiedono grande attenzione: dal pensare i vini, all’immaginare le nuove sfide che avremmo potuto affrontare, fino a dare una voce al progetto attraverso il nome (idea di mio marito) e le etichette, volutamente distanti da ciò a cui siamo abituati in Chianti Classico. Anche i materiali per l’imbottigliamento sono stati scelti con cura, cercando ogni volta di avvicinarci sempre di più a un’idea concreta di sostenibilità».

Da donna del vino, Sofia conosce bene le difficoltà del comparto in questo momento: «Penso che la crisi attuale sia in realtà una grande trasformazione della società così come l’abbiamo conosciuta finora. Il mondo del vino ne è coinvolto tanto quanto molti altri settori e aspetti della nostra vita, che inevitabilmente cambieranno. Il vino, però, fa parte in modo profondo della cultura italiana e spero che questa radice così forte gli consenta di evolversi insieme alla società. Il settore dovrà cercare di fare lo stesso, di evolvere senza stravolgersi, ognuno mantenendo la propria identità e i propri valori».
C’è, poi, il nodo delle nuove generazioni: «Più che di una vera e propria diffidenza da parte dei giovani, credo si tratti di un cambiamento nelle abitudini: quanto si beve, come si beve, perché e con chi. Cambia anche il modo in cui ci si avvicina al vino e il tipo di racconto che si cerca. Non riesco però a essere pessimista e spero che Innesto possa essere riconosciuto come un progetto dalla sensibilità diversa, capace di suscitare curiosità e interesse. Per la grande bevibilità dei suoi vini, per quello che raccontano e per l’ambizione di affrancarsi, almeno in parte, da alcuni schemi più classici del mondo del vino».
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