Il vino naturale è cambiato, e non sempre in meglio. Una tavolata rumorosa, bottiglie già a metà, pane spezzato con una certa indifferenza per il galateo e quei bicchieri leggermente opachi che sono ormai la divisa non scritta delle serate dedicate al vino. Io confesso subito la mia colpa: amo i vini naturali, li difendo anche quando non lo meritano, li bevo con la stessa indulgenza con cui si perdonano i genitori quando non fanno i genitori. Vado al Vinitaly e li cerco fuori dalla fiera in giro per Verona, o fuori città in giro per le fiere annuali.
A un certo punto della cena di cui sopra, tra un arancione torbido e un rosso che decide di diventare frizzante a metà bottiglia, qualcuno butta lì la domanda che aleggia da tempo sopra questo mondo. Ma quando è che il vino naturale ha smesso di essere una ribellione agricola ed è diventato una piccola ideologia litigiosa vocata all’errore? Silenzio di qualche secondo, poi qualcuno ride. Ma da ridere francamente c’è ben poco.

Il fatto è che il vino naturale è stato una cosa seria, una cosa necessaria. Ha rimesso la terra dentro il vino (nessuna allusione ai vini “mangia e bevi” pieni di sedimenti che ci spacciano per onesti), ha ricordato che la vite è fragile ma anche resiliente, che nella sua crescita va accompagnata e non pompata, ha costretto un intero settore a guardarsi allo specchio. E chi scrive su Gambero Rosso lo sa bene, perché anni fa – quando la parola “naturale” sembrava un sacramento – su queste colonne si disse una cosa semplicissima, ovvero che il vino naturale non esiste come categoria tecnica. Apriti cielo, si sono arrabbiati tutti.

Oggi però la questione è cambiata, il vino naturale, artigianale, chiamatelo come vi pare, esiste eccome, lo sappiamo anche noi. È un movimento culturale. Nessuno lo nega più, anzi lo seguiamo con attenzione affettuosa. Ma proprio perché esiste davvero, ha cominciato a mostrare anche i suoi tic. E il più divertente – o il più tragico, dipende dalla bottiglia che avete davanti – è la sua irresistibile vocazione alla divisione e al difetto. Il vino naturale è diventato la sinistra extraparlamentare del vino, frammentata, ideologica, allergica al compromesso e soprattutto innamorata delle proprie scissioni e dei propri errori (in questo caso, anche olfattivi).
Ci sono i naturali veri, i naturali abbastanza, i biodinamici ortodossi, i biodinamici sospetti, gli ancestrali puri, gli ancestrali revisionisti, i puristi della macerazione, i minimalisti del solfito, quelli che il solfito è una bestemmia e quelli che il solfito forse sì ma pochissimo e solo se guardi dall’altra parte. Se dici che un vino ha un filo troppo di volatile scatta immediatamente la pedagogia militante. Non è volatile, è vivo. Una boiata che, come spesso accade, a furia di essere ripetuta ha iniziato a sembrare vera.
C’è un concetto che circola dal alcuni mesi come una piccola eresia liberatoria: post naturale. L’idea, raccontata anche in una recente intervista a Roberto Frega sul settimanale Tre Bicchieri, è scandalosamente semplice, ovvero uscire dalla fase ideologica del naturale senza tradire il suo spirito, tornare al vino buono prima che al vino identitario, fare bottiglie che parlino della vigna e non della militanza. Insomma, meno assemblea, più vendemmia. E meno difetti giustificati goffamente, aggiungiamo noi.
Perché la verità è che il vino naturale ha già vinto la sua battaglia culturale, ha cambiato il modo di pensare il vino, ha reso sospette le scorciatoie industriali. Adesso però rischia di fare quello che tutte le rivoluzioni fanno quando si affezionano troppo alla propria purezza: trasformarsi in caricatura. Forse il punto non è tornare indietro, ma andare oltre: fare vini naturali che siano semplicemente buoni, prima ancora che giusti. E senza brett, grazie.
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