Bere bene

Riapre l'alimentari della nonna e lo trasforma in un'enoteca di 9 posti

Dall’edilizia finita male a una nuova vita tra vino e accoglienza. Così un piccolo locale di montagna è diventato un rifugio per chi cerca qualcosa di diverso

  • 24 Aprile, 2026
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«Un locale di 18 metri quadri con solo 9 aperti al pubblico. Vi presento Sofietta, la piccola enoteca di Rocca di Mezzo e la più piccola d’Abruzzo. È il locale del mio riscatto». Così Fabrizio Tranquini, che ama definirsi oste e non solo enotecaro, ha scelto di dare vita a un business ben diverso dal suo originario. Da L’Aquila a Rocca di Mezzo, ha scelto di “esiliarsi” nel piccolo paese dei genitori per rinascere lavorativamente.

«Il mio passato nell’edilizia è finito male, ma da Rocca di Mezzo sono ripartito. Riaprendo il locale di alimentari di nonna Sofietta mi sono ripresentato al mondo imprenditoriale sotto un’altra veste, perché chi nasce imprenditore non può smettere di pensare in quel senso. Sofietta parla solo di me e della mia passione per cibo e vino, diventata un vero e proprio lavoro, finendo per rasserenarmi. Stare in mezzo alla gente, accogliere, versare da bere o servire un piatto, mi fa felice. Aver assunto il ruolo di chi sa ascoltare e inevitabilmente instaura un rapporto stretto con il cliente è il mio concetto di lavoro». Non serve un locale largo e profonda per costruire l’attività secondo Fabrizio, piuttosto serve il calore della gente e una buona idea.

Da negozio di paese a enoteca di 9 posti

Il servizio è confidenziale perché i coperti sono pochissimi all’interno certo, ma a venire in soccorso e sostenere l’economia dell’enoteca c’è la piazza che ne permette di raggiungere più di 30 posti a sedere. A Sofietta però, sono le etichette a fare la differenza. «Da me puoi bere bottiglie da pochi euro fino a 200 euro, ma non voglio ingessare il locale puntando a prodotti blasonati che richiedono un’accoglienza e un servizio impostato non nelle mie corde. Per cui niente etichette famose da accaparrarsi in preordine, perché io sono un enotecario e non un collezionista. Qui bisogna sentirsi liberi di bere».

Da Sofietta tutto è così famigliare tanto da servirsi quasi da soli, ma solo se oste Fabrizio lo permette. «Dal frigo puoi prendere la bottiglia che ti piace. La mia carta è dinamica, quindi gli ospiti possono valutare le novità più curiose anche solo innamorandosi delle etichette. Punto tutto sui piccoli produttori quasi sconosciuti, ai vini artigianali che l’ospite sa di non poter trovare altrove. Chi preferisce il convenzionale però, si mette alla prova perché la curiosità è l’anima della vita, senza è una vita brutta».

A fare l’esperienza è la tavola, oltre che il calice, non il locale in sé, ma il pensiero che c’è dietro, secondo Fabrizio. «La vera magia del vino è la convivialità, è rendere e dare un sorriso a una tavola apatica. Lo vedo costantemente. Una tavola con bicchieri di vino pieni e vuoti è la più felice. È anche un trigger point per parlare di viaggi, amicizie, esperienze, ricordi di dove hai bevuto quel vino, con chi o perché. È il credo di Sofietta».

Una sfida vinta in un piccolo paese

Per Fabrizio Sofietta è stata una sfida a una comunità di montagna chiusa, come spesso accade. Aprire un locale del genere in un paese come Rocca di Mezzo ha un suo senso e un suo pubblico, restando in grado di sopravvivere secondo luce propria. Nel paesino piccolo si sa, la gente mormora e ci sono degli schemi da rompere; Fabrizio ha saputo farlo sfidando la bevuta di prosecco non meglio definito. «Prima di Sofietta qui si beveva senza grandi attenzioni. Dare l’alternativa ed esplorare ciò che non si conosce era necessario e questo ha fatto parlare, qualcuno ha cavalcato la novità e altri hanno detto che il locale avrebbe avuto vita breve. Ad oggi mi scelgono anche i rocchigiani, ma più di tutto chi vuole rifugiarsi nella calma del paese dalle grandi comunità. Da me vengono aquilani, marsicani, tanti romani. I clienti partono dalle città per venire a provare l’esperienza in un paese piccolo».

Da qui l’idea di Fabrizio di completare l’offerta del bere con una parte gastronomica adeguata. A Faccia Vista è il completamento dell’opera imprenditoriale che si è costruita tassello dopo tassello. L’osteria è una seconda anima, ma se si faccia food pairing alla maniera dei sommelier qui non se ne parla proprio. Andiamo oltre la territorialità, si sperimenta e si lavora al tavolo come farebbe un vero psicologo sì, ma del vino. La mia domanda al tavolo è non cosa vuoi bere, ma come ti senti? Se ti va di essere coccolato, oppure di vivere una serata sprintosa o più calma. Diamo il vino all’occasione giusta, non solo al piatto giusto».

Sofietta come vivrà?

«Il ritmo della vineria è lo stesso dell’osteria, vivono o muoiono entrambi perché sono ben integrate tra loro nell’offerta. Chi viene da Sofietta può anche mangiare un piatto caldo e bere bene – conclude Fabrizio – Io non mi sento solo un enotecario, bensì un oste che ascolta, prepara da mangiare e lo serve. Bere e mangiare con Sofietta e A Faccia Vista è per me una vittoria personale. Qui, a Rocca di Mezzo, sono felice e ho trovato la mia dimensione».

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