Vino

In un borgo d'Abruzzo una 32enne sta riscrivendo il futuro del vino di famiglia

A Ofena, nel cuore dell’Abruzzo, Giulia Cataldi Madonna raccoglie l’eredità di quattro generazioni e porta avanti un’idea di vino che unisce territorio, pensiero e visione contemporanea

  • 30 Giugno, 2026
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È nel piccolo borgo di Ofena che prende forma una storia familiare lunga più di un secolo, oggi nelle mani di Giulia Cataldi Madonna, quarta generazione alla guida dell’azienda Le origini risalgono al 1920, quando il barone Luigi Cataldi Madonna coltivava vino, olio, mandorle e zafferano, intrecciando agricoltura e visione in un Abruzzo ancora marginale rispetto ai grandi circuiti, ma già fortemente consapevole della propria identità. Il primo vero cambio di passo arriva negli anni Settanta, quando Antonio Cataldi Madonna decide di imbottigliare il vino, fino ad allora destinato alla vendita sfusa. È il 1975: un passaggio che segna l’ingresso dell’azienda in una dimensione più definita, dove il prodotto inizia a diventare anche racconto.

La storia di Cataldi Madonna

La svolta più profonda arriva però con Luigi Cataldi Madonna, “il professore”, docente di filosofia all’Università dell’Aquila. È lui a costruire l’impianto culturale dell’azienda, introducendo un approccio che va oltre la produzione: il vino come espressione di pensiero. Non solo qualità enologica, ma coerenza, identità, visione. Ogni bottiglia nasce con una precisa intenzione, ogni scelta è parte di un sistema di significati. La sua recente scomparsa segna un momento di passaggio tanto delicato quanto inevitabile. Non si tratta soltanto di un cambio generazionale, già avviato nel 2019 con il passaggio formale alla figlia (“Con me si chiude il primo secolo di Cataldi Madonna – diceva allora – con lei ne inizia un altro”) ma di una ridefinizione più profonda.

L’eredità del “professore”

L’eredità che lascia non è soltanto materiale: è un metodo, una postura, una responsabilità. Continuare significa interpretare, non replicare. Giulia raccoglie questo patrimonio con un approccio che coniuga competenze tecniche e sensibilità contemporanea. Classe 1992, formazione enologica all’Università Cattolica di Piacenza, è tra le poche giovani donne alla guida di una cantina nel territorio aquilano. Il suo progetto è chiaro: non crescere in volume, ma in profondità. Un orientamento che si traduce in una ricerca continua sul senso del fare vino oggi, in equilibrio tra identità e cambiamento. Questo sguardo si riflette anche nella sua attività di scrittura.

Nel libro Il vino è rosa, Giulia propone una lettura del vino come spazio di sfumature, di attraversamenti, di possibilità. Il “rosa” diventa una categoria culturale prima ancora che cromatica: un invito a superare le rigidità, a riconoscere la complessità, a leggere il vino come linguaggio aperto. Un approccio che dialoga in modo diretto con la filosofia aziendale.

Ofena, il microclima che rende unico questo vino abruzzese

Il lavoro in vigna è il primo livello di questa coerenza. I 30 ettari di proprietà si sviluppano intorno alla cantina, tra i 320 e i 440 metri di altitudine, in una conca climatica tra le più particolari dell’Appennino. Ofena è conosciuta come “il forno d’Abruzzo” per le alte temperature diurne, ma allo stesso tempo beneficia di forti escursioni termiche grazie alle correnti fredde provenienti dal massiccio del Gran Sasso e dal ghiacciaio del Calderone. Un equilibrio che consente maturazioni lente e complete, preservando acidità e definizione aromatica.

I vitigni coltivati sono esclusivamente autoctoni – Montepulciano, Trebbiano, Pecorino – e la gestione agronomica è orientata al biologico. La vendemmia è manuale, selettiva, attenta. Non si tratta solo di tecnica, ma di un rapporto con la terra che implica ascolto e responsabilità. In cantina, questa impostazione si traduce in un lavoro puntuale, che evita interventi invasivi e mira a restituire integrità e riconoscibilità. È qui che prende forma il concetto centrale dell’azienda: quello di “vino concettuale”. Una definizione che sintetizza un approccio preciso: prima viene l’idea, il progetto, la visione, poi il vino.

Ogni etichetta è pensata per rappresentare in modo coerente l’identità del territorio e la posizione dell’azienda. Non si tratta di costruire uno stile artificiale, ma di mantenere una linea riconoscibile, anche nelle annate più difficili. Il vino concettuale, in questo senso, è un atto di coerenza. Non insegue le mode, non si adatta alle richieste del mercato, ma resta fedele a un’impostazione. È una scelta che implica rigore, ma anche una certa dose di rischio: accettare che il vino sia espressione di un’idea, prima ancora che di un trend.

Giulia ha riletto questa eredità senza irrigidirla. Il suo intervento si muove su più livelli: identità visiva, organizzazione, progettualità. Il restyling del logo e delle etichette introduce un linguaggio più contemporaneo, mentre la costruzione di una squadra giovane, composta da professionisti del territorio, rafforza il legame con il contesto locale.

Tra i progetti più interessanti ci sono il Cataldino, nato dalla sua tesi di laurea, e il Malandrino, etichetta che interpreta in chiave diretta e riconoscibile l’identità abruzzese. La collaborazione con l’enologo Lorenzo Landi contribuisce a mantenere un equilibrio tra rigore tecnico e libertà espressiva. Accanto alla produzione – circa 240.000 bottiglie annue – si sviluppa un lavoro sempre più strutturato sull’accoglienza. L’azienda ha ampliato la propria offerta enoturistica con esperienze che includono degustazioni, cene tra i vigneti e percorsi in bicicletta. Centrale è anche il recupero dello storico palazzo di famiglia nel centro di Ofena, oramai restituito a una funzione culturale e ricettiva. Si tratta di un’estensione naturale del progetto: raccontare il vino attraverso il territorio, costruire relazioni, offrire un’esperienza completa. Non solo prodotto, ma contesto.

Una visione coerente e in evoluzione

Oggi Cataldi Madonna si configura come una realtà coerente e in evoluzione, capace di tenere insieme tradizione e sguardo fisso verso il futuro. Un futuro che passa attraverso scelte precise, dal consolidamento del percorso biologico, alla riduzione dell’impatto ambientale, fino allo sviluppo di una nuova cantina più funzionale, che proprio in questi mesi sta per esser completata. Ma soprattutto, resta centrale la volontà di mantenere una dimensione “a misura d’uomo”, evitando derive commerciali e preservando un’identità riconoscibile.

In un panorama vitivinicolo spesso orientato all’omologazione, Cataldi Madonna rappresenta un modello distintivo, e i successi lo dimostrano. Un’azienda in cui il vino non è soltanto un risultato, ma un processo. Non solo espressione di un territorio, ma anche di una visione. È in questa coerenza che si gioca la sua forza: riuscire a trasformare ogni bottiglia in un racconto leggibile, stratificato, capace di attraversare il tempo senza perdere senso. Un vino che non cerca scorciatoie, ma costruisce, vendemmia dopo vendemmia, una narrazione solida e riconoscibile.

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