A Omegna, in Piemonte, esiste un muretto dietro al quale un marito passava le ore a osservare sua moglie mentre faceva il bucato. Quell’uomo era Alfonso Bialetti e quello che guardava – l’acqua che saliva dentro la “lessiveuse”, il mastello con il tubo centrale usato prima della lavatrice, riscaldata dal fuoco sotto il coperchio a cupola finché non cadeva sui panni – sarebbe diventato pochi anni più tardi il principio di funzionamento della Moka, la caffettiera più famosa del mondo esposta oggi al MoMA di New York. Quando la moglie Ada si accorse di essere spiata, gli disse solo: «Ti ti se mat, Bialett!». A raccontarlo in un’intervista al quotidiano La Stampa è la figlia Tina, 81 anni, l’ultima testimone diretta della nascita e del successo della macchinetta del caffè per eccellenza.
Prima di arrivare a quell’intuizione, Alfonso aveva già una vita alle spalle. Da ragazzo lavorava con il nonno di Tina vendendo timbri a fuoco per marchiare il bestiame. A 22 anni, nel 1910, emigrò a Parigi, dove imparò la fusione in conchiglia, tecnica allora sconosciuta in Italia. Tornato in Piemonte aprì un’officina, tra mille difficoltà. La Moka arrivò solo più tardi, «per caso», dice Tina, dopo mesi di lavoro. Ma restò a lungo un’invenzione semisconosciuta. Alfonso ne produceva pochissime, quasi fosse geloso, trattandole come opere d’arte da regalare a vicini e parenti, senza venderle. Fu il figlio Renato a capire «che non bastava inventare un oggetto, bisognava anche raccontarlo».
E così da quella convinzione nacque tutto il resto. Il nome, Moka come la città yemenita del caffè, Express per comunicare velocità. Trovato il nome, restava da farlo conoscere. Nel 1956, alla Fiera Campionaria di Milano, Renato Bialetti comprò tutti gli spazi pubblicitari del viale che portava ai padiglioni: 2000 metri tappezzati di manifesti Moka Express, al punto che il presidente della Fiera lo chiamò al telefono per chiedergli se avesse fatto bene i conti. Mancava solo un volto, che arrivò con l’omino coi baffi che il Carosello avrebbe reso familiare a intere generazioni di italiani. Un’idea nata, racconta Tina, quasi per caso dal disegnatore Paul Campani che, intento a realizzare il logo, scherzando disse: «Bialetti, lei è un buffo omino coi baffi!». Ricevendo in replica da Renato: «Esatto, sulla mia Moka devo starci io!».

Con lo stesso spirito, quello di trasformare ogni occasione in un piccolo show, va letto anche il siparietto tra Bialetti e Aristotele Onassis. A Montecarlo, nei primi anni Cinquanta, durante una trattativa delicata con due clienti francesi, Renato riuscì a farsi salutare in pubblico da Aristotele Onassis che aveva avvicinato pochi minuti prima in un bagno d’albergo solo per impressionare gli interlocutori al tavolo. Funzionò. L’armatore, probabilmente senza capire una parola, «lo prese in simpatia» , racconta Tina, e al rientro in sala gli toccò la spalla dicendo «Hello, Bialetti!». Renato, senza voltarsi, rispose: «Arì, adesso sto lavorando, ci vediamo dopo cena». I francesi, colpiti, firmarono il contratto seduta stante.
Oltre agli aneddoti, però, c’è anche la storia di chi da quel business di famiglia scelse di stare fuori. Tina infatti non entrò mai in azienda. Dopo la morte del padre, racconta, il fratello provò a convincerla ma lei preferì insegnare, come già aveva fatto la nonna. «L’unica caffettiera che avevo fuso era quella che avevo dimenticato sul fornello», dice. Eppure quella distanza non le impedì di seguire da vicino la parabola dell’azienda. Negli anni Settanta lo stabilimento Bialetti era il più grande del settore al mondo: 750 operai e una caffettiera prodotta ogni quattro secondi. Tina lo ricorda «colorato» e «pulito», al punto che gli operai dicevano si sarebbe potuto mangiare per terra. A quella stagione Renato mise fine da solo. Nel 1986 decise di vendere tutto senza chiedere royalties sulle caffettiere che sarebbero state prodotte in futuro con il suo nome. Il motivo lo racconta Tina: «Non voglio arrendermi all’andazzo dell’industria italiana, diventata un gregge di pecore. Io sono un randagio», diceva Renato.
Da allora l’azienda ha cambiato più volte proprietà ed è oggi controllata da un gruppo cinese. Tina non ne ha mai fatto un dramma, «le aziende passano di mano, è sempre successo» si legge sulle pagine del quotidiano torinese. Ma un rammarico lo esprime, ed è per la vecchia fabbrica di Crusinallo ora abbandonata: «Era splendida, tutta in vetro e cemento. Oggi non è rimasto niente: solo polvere e calcinacci». È lì, più che nei bilanci, che secondo lei si misura cosa è andato davvero perduto.
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