«Andiamo a mangiarci una pizza insieme?». Per molte persone è un invito semplice. Per alcune famiglie invece significa iniziare a fare calcoli: capire se il locale sarà troppo rumoroso, se le luci saranno forti, se nel menu ci sarà almeno un cibo accettato davvero. Per chi vive la quotidianità dell’autismo, anche una cena fuori può trasformarsi in una lunga trattativa con il mondo esterno.
Luca – nome di fantasia scelto per tutelare la privacy di un padre reale – all’inizio pensava fosse timidezza. Bambini cresciuti durante il Covid, con pochi contatti, poche occasioni di stare insieme agli altri. Poi sono arrivati i silenzi, gli sguardi che sfuggivano, le parole che non arrivavano. E infine la diagnosi: disturbo dello spettro autistico (Dsa). L’autismo non è una malattia, ma una condizione del neurosviluppo che può influenzare la comunicazione, l’interazione sociale e il modo in cui una persona percepisce gli stimoli esterni. Secondo i dati diffusi dall’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù e dall’Istituto Superiore di Sanità in occasione della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, in Italia circa un bambino su 77 rientra nello spettro autistico. Un numero che negli ultimi anni appare in aumento soprattutto grazie a diagnosi più precoci e approfondite.
Con il tempo Luca si accorge anche di altro: sua figlia accetta solo alcuni alimenti, rifiuta molti sapori e consistenze, soprattutto frutta e verdura. A uno sguardo superficiale potrebbe sembrare una fase comune dell’infanzia, ma in molti bambini autistici il rapporto con il cibo può diventare molto più complesso. Rumori, colori, consistenze, odori o perfino la forma di un piatto possono influenzare profondamente l’esperienza del pasto.
Secondo diversi studi scientifici, le difficoltà alimentari interessano una percentuale molto alta di bambini autistici. Una revisione pubblicata nel 2025 dal World Journal of Clinical Pediatrics dalle Università La Sapienza di Roma e Palermo stima che la selettività alimentare possa riguardare fino all’85% dei casi analizzati. Le modalità cambiano da persona a persona – c’è chi accetta solo determinati colori, chi rifiuta alcune consistenze o prova disagio davanti ai cibi nuovi – ma le conseguenze possono includere squilibri nutrizionali, carenze vitaminiche e un rapporto difficile con il momento del pasto.

Poi ci sono le terapie. Chi se lo può permettere, come Luca, sono quasi sempre private. Ma pagare non significa essere in una bolla o risolvere: si tende a far propria anche la condizione e gli sforzi degli altri genitori, mentre si rimettono insieme i cocci di una vita quotidiana di cristallo. Col tempo conosce Agnese Fioretti, mamma di Pietro, giornalista in redazione del Gambero Rosso dal 2017 al 2019, oggi braccio dx, o sx, di Sofia Fabiani “Cucinare Stanca” ; pochi giorni fa ha segnato una data indelebile sul suo calendario: «La sua insegnante di sostegno ha mandato a noi genitori una foto di Pietro che mangiava da solo dell’insalata». Fioretti torna seria quando racconta che mangiare è una competenza che suo figlio ha acquisito a fatica e, a seconda della motivazione, può esprimere e manifestare a livelli diversi, avendo di conseguenza più o meno bisogno di un intervento dell’adulto di riferimento: un’insalata come un’emozione, il cibo al centro.
Fioretti continua a parlare con Luca in un anticipo di primavera: ricorda la spesa sempre uguale, ricorda quando nell’estate 2021 «gli alimenti accettati da Pietro si esaurivano sulle dita di una mano», ricorda del reparto di Disfagia a Santa Marinella per la forte selettività alimentare e della ipersensibilità di Pietro per gli alimenti al cucchiaio perché gli toccavano il labbro superiore: era riuscita a capire finalmente perché Pietro avesse smesso di mangiare quei pochi cibi che apprezzava come gelato e riso.
Oggi a scuola Pietro fa merenda con la frutta, «categoria alimentare da lui rifiutata per la maggior parte della sua vita»; il suo percorso non è lineare, così come quello di Luca e sua figlia: sono fasi fluttuanti, in cui si assaggia l’insalata e di quelle in cui sono ossessionati solo dal parmigiano. Fondamentale affidarsi a professionisti per un supporto anche nutrizionale, ma tutto ha un costo che il più delle volte si somma con le spese delle terapie già in atto, e si riflettono anche sul carrello della spesa (sempre più oneroso) che costringono a rinunce: «Navigare a vista, sicuramente, ma almeno brancolando un po’ meno nel buio» come ci ricorda Fioretti (La voce di Pietro di Agnese Fioretti, Giunti, marzo 2023).

Il 2 aprile 2019 proprio Fioretti scrive un articolo pubblicato dal Gambero Rosso su autismo e alimentazione. Luca ancora non è padre, sogna di esserlo. Invece lei sono già due anni che si divide tra la redazione e il centro di terapia dove Leonardo Fava, direttore di UmbrellAutismo, centro di eccellenza psico-educativo per autismo in età prescolare e scolare, spiega che «nello sviluppo tipico la selettività può essere la conseguenza di una cattiva educazione alimentare: se un bambino è stato abituato a mangiare solo determinati cibi, probabilmente continuerà a ricercarne sempre pochi».
Ribadisce poi della neurodivergenza in cui invece «un bimbo ha una tale routine a causa della sua ristrettezza di interessi e, soprattutto, della sua ipersensorialità»; la somma dei due aspetti potrebbe dare un risultato differente se a casa e a scuola si lavorasse in funzione dello stile alimentare che «può essere condizionato dagli aspetti sensoriali, forme, consistenze, colori o anche il piatto» (o il cucchiaino di Pietro).
Educare sul cibo come strumento di cultura inclusiva anche con valenza sanitaria: cruciale la formazione ai caregiver familiari per aiutare persone come Luca e Fioretti con i propri figli, e preparare i team scolastici che lavorano a contatto con i bambini: l’educazione alimentare è obbligatoria per le scuole primarie e/o secondarie di 18 paesi EU. L’Italia? Non è nell’elenco. A questi aspetti è legato anche il bullismo non solo scolastico ma anche familiare: isolamento sociale, cattiva percezione del corpo, comportamenti di evitamento e persino forme di auto-punizione. Secondo alcune ricerche, circa il 65% delle persone che soffrono di un disturbo alimentare riferisce che il bullismo ha avuto un ruolo diretto o indiretto nell’insorgenza del problema.
Il 2 aprile 2024 Luca ricorda che era in macchina con la radio accesa. La diagnosi era arrivata. Parla in radio lo chef Massimo Bottura (padre di Charlie, un ragazzo nato con una rara sindrome genetica) sostenitore di Tortellante Aps pastificio e laboratorio terapeutico: «Fanno anche i grissini nel mio ristorante perché sono più bravi e attenti». Lo scorso anno Charlie si è laureato con una tesi che è esplicativa: “Disabilità e Lavoro: l’importanza del lavoro per dirsi adulti”. Ecco il cibo, da ostacolo iniziale a opportunità, da fragilità a inclusione sociale: PizzAut, BakeryAut, Frolla Micro-biscottificio sono altri esempi tangibili. Proprio Elio degli EELST (padre di Dante, un ragazzo autistico), ha ribadito che PizzAut, il progetto nato da un’idea del suo amico Nico Acampora, è «il classico esempio folle privato in cui si dà un’opportunità a ragazzi neurodivergenti». Sul racconto dell’autismo è cambiato poco, se non nulla: se ne parla di più (sicuramente il 2 aprile) ma di atti pratici non ne vede. «Sono le le famiglie che creano un percorso per i ragazzi, non le istituzioni»: il rischio dell’abilismo è continuare a non dar voce a chi non ce l’ha.
«…Magari facciamo la prossima volta per la pizza. Ok?», dice Luca. Ma forse quella pizza non arriverà oggi. O forse sì. Magari in un posto dove nessuno si stupisce se una bambina mangia solo una cosa, o se ha bisogno di alzarsi, di uscire, rientrare: sua figlia è cresciuta, ma il problema è quanto il mondo del cibo sia capace di fare spazio a chi è diverso e soffre anche per un cucchiaino. Forse anche le cucine devono iniziare a capire che non sono solo la rottura della linea: a loro anche un ingrediente o un piatto può renderli felici. Tanto quanto a noi. Se non di più.
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