«C’era da aspettarselo, magari non con questi tempi così brevi». Non ci gira troppo intorno con le parole Andrea Turco, consulente brassicolo e fondatore di Cronache di Birra, commentando le recenti notizie riguardanti la chiusura di Birra del Borgo. L’azienda, di proprietà della multinazionale AB InBev, ha infatti aperto il confronto sindacale preliminare previsto dalla normativa, primo passaggio di un percorso che potrebbe portare alla cessazione definitiva delle operazioni e all’avvio di una procedura di licenziamento collettivo.

Andrea Turco
Alla base della decisione vi è una situazione economica che la società considera ormai non recuperabile. «Va considerato che, molto spesso, quando una multinazionale prende in mano un piccolo birrificio va a finire così. Come è successo anche a Birradamare, per esempio», riflette Turco.
E in effetti negli ultimi anni il birrificio ha dovuto fare i conti con un mercato della birra caratterizzato da una contrazione dei consumi e da condizioni sempre più difficili per gli operatori del settore. Tra il 2022 e il 2024 le perdite cumulate hanno raggiunto circa 19,4 milioni di euro, importo interamente coperto dagli azionisti attraverso interventi di ricapitalizzazione. Le difficoltà sono proseguite anche nell’ultimo esercizio. Il bilancio 2025, approvato nelle scorse ore, evidenzia infatti un risultato negativo di 2,26 milioni di euro, accompagnato da un ulteriore intervento patrimoniale pari a 2,6 milioni. Parallelamente si è registrata una costante riduzione dei ricavi, con il fatturato che è sceso dai 4,7 milioni di euro del 2022 ai 2,9 milioni previsti per il 2025.

Un problema di fatturato e di consumi che, come fa notare Andrea Turco, si è acuito anche a seguito della pandemia: «Dopo il Covid sono diminuiti i consumi e le multinazionali hanno cominciato a tagliare il superfluo che spesso si riferisce al settore premium. Purtroppo nel caso di Birra Del Borgo non è riuscito bene il posizionamento all’estero di alcune referenze nella fascia più alta»
Ma allora forse uno dei problemi può essere stato quello di non captare alcune fette di consumatori come quello sempre più crescente del no alcol? «Io non sono un talebano dell’analcolico, però parliamo di una nicchia. In quel caso si sarebbe trattato di un segmento talmente piccolo che non avrebbe potuto risollevare i conti gravati da perdite così pesanti. Forse in questo caso, più che altro, non sono riusciti a tenere solida l’identità del marchio», continua Turco.
Proprio a proposito del marchio la società ha precisato che ogni decisione relativa al brand, alle ricette e agli altri asset aziendali sarà valutata nelle prossime fasi, tenendo conto del valore e dell’eredità costruiti nel tempo. Per quanto riguarda la chiusura dello stabilimento l’azienda ha sottolineato di essere consapevole delle conseguenze che la chiusura potrebbe avere sui dipendenti e sulle loro famiglie. Per questo motivo ha annunciato la disponibilità a discutere con le parti sociali possibili misure di supporto alla ricollocazione professionale, compresi percorsi di outplacement e altri strumenti di accompagnamento al reinserimento lavorativo.
Fondata nel 2005 a Borgorose, nel Reatino, da Leonardo Di Vincenzo, Birra del Borgo è stata una delle realtà che hanno contribuito a trasformare il panorama della birra artigianale italiana. Nata come piccolo birrificio indipendente nel cuore dell’Appennino, l’azienda si è distinta fin dall’inizio per un approccio innovativo, capace di coniugare tradizione brassicola, sperimentazione e valorizzazione delle materie prime del territorio.
Negli anni ha conquistato riconoscimenti in Italia e all’estero grazie a etichette diventate iconiche, come ReAle, Duchessa e My Antonia, contribuendo alla diffusione della cultura della birra artigianale nel Paese. La crescita del marchio ha attirato l’interesse dei grandi gruppi internazionali e nel 2016 Birra del Borgo è stata acquisita dal colosso mondiale AB InBev.
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