“Se mi fermo per il caldo, non guadagno. E se non guadagno, non mangio”. È il paradosso che molti rider nel Lazio stanno vivendo dopo l’entrata in vigore dell’ordinanza anti-caldo che vieta il lavoro all’aperto nelle ore più torride, dalle 12 alle 16. Una misura nata per proteggere la salute che, per chi vive di consegne, rischia di trasformarsi in un dilemma quotidiano.
Lo riporta VD News, che ha seguito sul campo la CGIL e Greenpeace per capire se le aziende rispettino davvero queste fasce orarie o se, di fatto, ai rider venga comunque richiesto di lavorare. L’obiettivo è anche verificare come tali lavoratori con partita IVA riescano concretamente a conciliare la propria attività con il provvedimento.

Molti rider, pur operando di fatto a tempo pieno, sono inquadrati con partita IVA. Per loro, lo stop forzato si traduce in una pesante perdita di guadagno all’interno di un sistema che offre già compensi minimi – circa 3-4 euro lordi a consegna – e tutele quasi inesistenti: rinunciare a quelle ore significa perdere una parte consistente del proprio reddito.
“Negli ultimi giorni ha fatto così caldo che ho rinunciato agli ordini, ho smesso di lavorare e sono tornato a casa” confessa un lavoratore ai microfoni della testata. A ragion del vero, le temperature percepite arrivano a superare i 40 gradi e, nel caso specifico, la temperatura dei sellini ha toccato i 78 gradi nelle ore più calde.
“Ho iniziato a mezzogiorno e lavorerò fino alle 22, non stacco perché se facciamo solo 4/5 ore quanto puoi guadagnare? 25-30 euro e come puoi mangiare? Se lavoro di più, posso arrivare a 60-70 euro al giorno” afferma un altro rider nell’intervista, in cui il dilemma tra salute e sopravvivenza economica emerge chiaramente, muovendosi sul filo teso tra temperature pericolose e condizioni estremamente difficili.
“Questi lavoratori, essendo a partita Iva, se decidono di non lavorare dalle 12 alle 16 per autotutelarsi, non vengono pagati – dichiara Damiano Carbonari, collaboratore della sede di Roma della Nidil Cgil – e non riceveranno un compenso. Di conseguenza, sono costretti a lavorare in condizioni aberranti e di estrema pericolosità, stradale e climatica. Una tutela sarebbe riconoscere questi lavoratori nella categoria dei lavoratori subordinati”, garantendo lo stipendio, pur attuando l’ordinanza nelle ore più calde.
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